Cervino 2010

Cervino: una montagna, un sogno (di Mauro Cappelli)

Chi, per dirla con Hans Kammerlander, è malato di montagna, conosce perfettamente quel tarlo instancabile che lavora non conoscendo alcun diritto sindacale e continua a sfornare proposte, proporre salite, spostare sempre un pochino oltre l’orizzonte a cui mirare; per questo motivo non starò a dilungarmi sui come e sui perchè questa salita sia finita nel cassetto dei miei sogni (cassetto che ognuno di noi più o meno segretamente custodisce).

Il Cervino l’ho visto in centinaia di foto, scatti fatti per la maggior parte da Zermatt visto che da quel lato la montagna mostra i suoi perfetti profili da piramide.

Dalla conca del Breuil invece, il Pic Tyndall interrompe la regolarità  delle 4 creste formando una spalla su cui œla gran becca si appoggia.

La prima volta dal vivo l’ho visto nell’estate 2002, ero al colle del Lys, dove mi ingaggiavo sui miei primi 4.000 con Marisa, scegliendo quelli più abbordabili fra le cime del Monte Rosa.

Quella volta ho fatto di persona gli scatti a quella piramide scura che si innalza isolata interrompendo la cresta di confine.

Il Cervino. se chiedi ad un bimbo di disegnare una montagna ti disegna proprio quella (anche se non l’ha mai vista) perchè il Cervino rappresenta “la Montagna nell’immaginario collettivo.

Se ognuno di noi chiude gli occhi e pensa ad una montagna, nel proprio pensiero gli si materializza una montagna uguale al Cervino.

Il Cervino Nel 2002 l’ho fotografato perchè mi sembrava bello, anche da quella distanza percepivo l’importanza di quel corno, il solo vederlo e fotografarlo mi dava un vago senso di appagamento, l’idea di salirlo mi sembrava sacrilega al punto che nemmeno mi sfiorava.

Il Cervino Era troppo lontano, troppo difficile, troppo.. Ecco, il Cervino era semplicemente troppo, non ci pensavo.

Intanto intraprendevo la mia modestissima attività  alpinistica ricavandone un piacere fino a poco tempo prima sconosciuto.

Nel 2004 vado in vetta al Monte Bianco dal versante italiano (val Veny) con Andrea (il mitico Gambero, conosciuto, manco a dirlo, a far cascate!!): alle 4 del mattino ci siamo dati appuntamento a Faenza e 28 ore dopo eravamo in vetta al Bianco quasi 5.000 mt sopra il luogo del nostro appuntamento faentino.

Una bella cavalcata, fatta di getto e continuata per i successivi 4 giorni di ferie sull’assolato granito del Mont Rouge del Triolet prima e conclusa poi sui 4.014 mt. del Dente del Gigante.

5 giorni fantastici, mai stati fermi un minuto, sempre a macinare dislivelli perchè bisogna sfruttare il bel tempo stabile e certe occasioni non capitano tanto spesso.

5 giorni per parlare, per condividere progetti, per aprire un po di quel cassetto gelosamente custodito e permettere al tuo compagno di dargli una pur veloce sbirciatina.

Naturalmente anche il tuo compagno ti fa dare una sbirciatina nel suo, cosa succede che le carte si mescolano e un po del materiale che era nel tuo cassetto finisce nel suo e viceversa.

Ecco perchè quando torni a casa dopo aver realizzato una salita ne hai rimediate almeno un’altra decina da fare, ecco perchè più sogni riuscirai a realizzare più ne sognerai di belli, di lontani, di apparentemente irrealizzabili..

Comunque, da quel giorno, il Cervino è diventato un po meno lontano, un po meno difficile, un po meno Ecco, il Cervino era ancora tanto ma non era più troppo e comunque ci pensavo, eccome se ci pensavo!!!

Il pensiero ha sulla nostra mente lo stesso effetto che ha l’acqua sulle rocce: scava, forgia, modella e il pensiero del Cervino ha finito col fagocitare altri pensieri cannibalizzandoli e nutrendosene avidamente.

Da quel giorno, ogni estate, l’antenna era puntata sulle Pennine: telefonate all’ufficio guide del Cervino per sapere quali fossero le condizioni; nel fare il numero il cuore accelerava il battito per l’eccitazione seguita poi dallo scoramento quando, dall’altro capo del filo, una voce apparentemente asettica diceva: non sale nessuno, è ancora pieno di neve, ci sono stati incidenti, le guide ancora non vanno su, ecc.. Quante volte ho avuto queste risposte!

E Gambero, che ha contatti personali con alcune guide valdostane, purtroppo confermava quanto mi riportava la diligente segretaria dell’ufficio guide.

Nel Cervino non ci sono le condizioni per andare, allora dove andiamo?

Fa quasi ridere dirlo ma nel frattempo abbiamo fatto tante salite all’ombra del Cervino: la Biancograt al Bernina, la Cassin al Badile, lo spigolo Vinci al Cengalo, la Kufner ai Pizzi Palù tutte salite fatte con Andrea perchè la meteo e le condizioni della montagna, quando noi avevamo il buco per andare, non ci consentivano la salita al Cervino, cosa si ripiegava dove la meteo era più possibilista.

Vista da quest’angolazione è quasi un peccato che siamo riusciti a salire sul Cervino!!!

Scherzi a parte, il 30 Luglio 2009, come tante altre volte, siamo di nuovo al parcheggio del Class Hotel pronti per la partenza, ma questa volta la sentiamo diversa, questa volta si va a Cervinia, questa volta si proverà  a salire la cresta del Leone per arrivare in cima, in cima al Cervino, in cima a un sogno cullato e inseguito ormai da diversi anni.

Questa volta, la settica voce dall’altro capo del filo ha detto che si, oggi le guide sono salite, la montagna sembra in buone condizioni.. Quante volte ho bramato questa risposta e adesso che me l’hanno data quasi ne ho paura, è come se la lunga attesa avesse alimentato un non so chè di fatalità , una sorta di convinzione che sul Cervino non si sale, che non ci sono le condizioni e invece non è così: sul Cervino si sale, le condizioni ci sono, adesso ho io il pallino in mano e se sbaglio la bocciata non posso prendermela con nessuno se non con me stesso e con le mie paure.

Arrivati a Cervinia facciamo la stesa 01di tutto ciò che abbiamo caricato, abbiamo talmente tanto materiale con noi, attrezzatura, abbigliamento, viveri e acqua che potremmo salire il Cerro Torre!!!

Dalla Romagna ci siamo portati tutto, non abbiamo fatto alcuna scelta tanto siamo solo in 2 e di posto in macchina ne resta comunque ma adesso la scelta non si può piùrimandare.

Che piccozza prendi? Dei friends quanti ne portiamo? Prendiamo su i miei cordini o i tuoi?

Piano piano i due zaini prendono corpo, cerchiamo di riempirne ogni vuoto, devono essere anche belli da vedere, non quelle robe sformate e bitorzolute che, oltre ad essere antiestetiche, puntano fastidiosamente sulla schiena, dobbiamo andare sul Cervino e, parafrasando la battuta di una vignetta che ironizza sull’ambiente dei climbers, mica siamo qui per divertirci!

Tutto è pronto, abbiamo mentalmente fatto e rifatto l’inventario del materiale che ci siamo caricati sulla schiena, il Cervino è là, nascosto da un cappello di nuvole (ma oggi non doveva essere bello?) e noi cominciamo la lunga marcia di avvicinamento che, passando per il rifugio Duca degli Abruzzi e dal Colle del Leone, ci farà  arrivare alla nostra meta odierna: la capanna Carrel.

Se la capanna Carrel fosse un rifugio gestito, la salita al Cervino sarebbe tutta un’altra gita, invece la Carrel è una capanna in cui le Guide del Cervino assicurano solo la presenza di coperte per le brande e le bombole del gas per un paio di fornelli che sono lassù.

Certo, non è poco, Carrel mica le aveva queste robe quando è salito quassù; Carrel non aveva nemmeno tutto quel cordame che addomestica la salita nei tratti più verticali, Carrel non si è mica servito della scala Jordan per superare i 5-6 metri di paretina strapiombante poco sotto la cima; a pensarci bene Carrel doveva avere un bel paio di attributi per salire nei tempi e nei modi con cui è salito!

Andrea ha combattuto con l’acclimatamento, ha sofferto, non è riuscito a mangiare, non è riuscito a bere, gli è venuto mal di testa quando siamo arrivati ai 3.800 metri della capanna Carrel e se l’è tenuto per tutta la notte fino al mattino successivo; quando siamo partiti per la cima, dubbiosi più che mai, aveva gli occhi lucidi come quando si è a letto con l’influenza e la febbre alta, non so dove ha trovato le forze per dire proviamo, però le ha trovate e, un passo dopo l’altro, ha anche lui scalato quella che per quel giorno è stata solo la nostra montagna e di nessun altro.

Merita un grazie ancora più grande per questo sforzo supplementare che ha dovuto sopportare.

Era venerdi 31 luglio 2009, il giorno dopo, in un incidente sul versante svizzero dell’Hornli, un alpinista austriaco ha perso la vita, pochi giorni dopo, nei pressi del Col de la Felicità (ironia di un nome), una guida alpina francese è scivolata lasciando per sempre la vita su quelle rocce, una decina di giorni dopo la salita per la cresta del Leone è stata interdetta per il pericolo di caduta sassi e il distacco di grossi blocchi.

Lungi da noi il pensiero (nemmeno ci sfiora) di avere fatto qualcosa di grande o di importante, abbiamo fatto una salita grande e importante solo per noi, una salita diversa da tutte le altre, semplicemente perchè questa è stata la nostra salita; non abbiamo solo letto, non abbiamo solo immaginato, non abbiamo solo sognato.. Ci siamo andati, ci siamo abbracciati, in cima ci siamo anche commossi, abbiamo dei ricordi vivi, possiamo raccontare questa esperienza perchè l’abbiamo vissuta in prima persona e non importa se anche tantissime altre persone lo possono fare; a noi importa poter dire che si, sul Cervino ci siamo davvero saliti.Vetta 3

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Raggio di Luce


RAGGIO DI LUCE

Sabato 5 febbraio 2011, la giornata è splendida, di quelle che ti chiamano ad andare incontro alla roccia; non occorre fare neanche troppi chilometri; gli amici, quelli di sempre; la voglia “de rampegar” pure.Il monte Penna del Gesso è incorniciato di bianco, e questo crea un incredibile contrasto con il tepore della giornata, tepore un paio di maniche, fa proprio caldo! Che bello, gli amici, la neve ,la roccia ,il cielo…Obiettivo della giornata è “Raggio di luce”, che il suo apritore Eros Rossi, è andato a scovare in un angolo tranquillo e discosto della falesia di Pietramaura.Un paio di monotiri in falesia per togliere un pò di ruggine dalle dita e poi via sotto alla parete; soliti preparativi di rito, poi la prima gioia della giornata, quando mi viene detto “parti tu”, cavoli, uno sguardo alla parete che incombe sopra le nostre teste, solito sguardo a materiale e corde e solito fiatone che sale tutte le volte che si mette mano sulla roccia; cenno ai compagni un respiro profondo e via ad immergersi nella parete.Bruno Detassis diceva “se rampega prima cola testa, po coi pei e solo a la fin cole man”, sacro, non occorrono commenti!Il primo tiro, una gran placca verticale con una fascia leggermente strapiombante al centro e la fessura di riferimento in alto, che va ad addomesticarsi solo alla fine verso il boschetto; la roccia offre buone tacche, mai grandi, ma sempre abbastanza nette per la punta delle dita; la placca è placca, muovi bene i piedi e goditi il resto; superata faticosamente (per me) la fascia strapiombante, si attacca la fessura, all’inizio impegnativa per la scarsità di appigli, poi un pò più docile ma senza esagerare; il tiro è da 50 metri, occorrono 19 rinvii e la corda pesa maledettamente ad ogni rinviata, benedetta corda; finalmente, terminata la fessura, uscendo in diagonale verso destra, la roccia appoggia decisamente e ci si rilassa un attimo, ma solo un attimo perchè, se sotto la roccia è buona, sopra non si può dire altrettanto e la sosta sulla cengetta erbosa strappa un bel sospiro una volta raggiunta.Il recupero dei compagni è faticoso quasi quanto la salita, ma le facce sorridenti che sbucano sotto alla sosta valgono bene un pò di fatica.Il secondo tiro, ad avere le ali, si salterebbe pari pari tanto è solida la roccia, si fa prima a contare cosa non si muove in quei 35 metri di roccia infida; pulire il tiro dalla roba smossa vorrebbe dire modificare completamente la morfologia della parete.Dalla sosta sulla cengia, la visione del tiro che ci aspetta non è molto confortante, la placca con quella fessura strapiombante non mette a proprio agio, ma quando di mettono in sequenza i movimenti, trovando sempre il giusto appoggio per il piede e la giusta presa per la mano, ci si rende conto della bellezza del tiro; qua e là ancora qualcosa si muove, ma il gusto per l’arrampicata è al massimo e quando i piedi si posano sul “pulpito del poeta” aerea e splendida sosta panoramica, il cielo viene a farsi toccare con un dito, è felicità.Con le chiappe comodamente appollaiate sul pulpito, il recupero dei compagni è più piacevole, la decisione è semplice e naturale, cambio di testimone al comando della cordata per le ultime due lunghezze ridotte poi ad una sola per praticità.Il quarto tiro è battezzato più semplice dei precedenti, ma si esegue praticamente tutto in traverso e diagonale, quasi quasi era meglio farlo da primo, il quinto, unito insieme al quarto, è come quando finita una corsa trovi il tappetino rosso che accompagna gli ultimi metri prima del traguardo.Sorrisi, strette di mano e birra media sono il giusto finale di una bella giornata, ma dico io, per una birra vale la pena tanta fatica? vale, vale la pena, ogni centimetro di roccia, ogni bracciata di corda, ogni moschettonata vale la pena di tanta fatica, e il sorriso dei compagni? quello fa giornata da solo.Buona montagna a tutti!

Couloir Mistica, Torre Innerkofler, Gruppo del Sassolungo


CouloirMistica. Sarebbe bello poterla salire, arrivare in inverno, attraverso una parete Ovest, in vetta ad una cima dolomitica che supera i 3.000 mt. di quota!

Mistica rimane nascosta alla vista, chiusa  nel cuore del gruppo del Sassolungo, non sai mai se c’è oppure no.

Per scoprirlo devi andarci sotto, dal Passo Sella punti ad aggirare lo spigolo est della punta Gromahnn, attraversi tutta la parete sud della stessa, arrivi alla Torre Innerkofler, sali il canalone Moppo, arrivi alla forcella del Dente del Sassolungo, scendi quasi 200 mt. della quota che hai penosamente e faticosamente guadagnato e scopri se Mistica è formata e salibile oppure no. A seconda delle condizioni della neve hai già speso almeno 2 ore.

Con Andrea (Vinatzer, un nome che da discrete garanzie direi!) decidiamo che, per questa salita, possiamo rischiare la scommessa di trovarla in condizioni e che vale la pena andarla a vedere; se si fa bene, se non si fa pazienza, per questo tipo di salite bisogna anche sapere aspettare.

Arriviamo alle 22 al Passo Sella intimoriti dalla luce spettrale del cielo senza luna che rifletteva comunque nella neve ghiacciata le lunghe ombre delle cime circostanti un panorama conosciuto ormai come casa nostra ma quelle cime nella penombra, incrostate di ghiaccio, hanno avuto l’effetto di farci sentire sbagliati nel posto sbagliato.

Intimoriti e dubbiosi, col pensiero al giorno dopo, ci siamo sistemati nei sacchi dentro la maggiolina, la temperatura era attorno ai -20°C ma l’assenza di vento la rendeva più che sopportabile.

Sveglia alle 5, fornellino per sciogliere una tazza di neve, preparare un po di the tiepido (col freddo il fornellino a gas non carburava bene e l’acqua non bolliva) e zaino in spalla verso la nostra meta.

Adesso la luna alta nel cielo riverbera la sua luce nella neve gelata, il cono della frontale illumina il nostro passo lento ma costante e la neve scricchiola sotto la suola degli scarponi.

Verso est un leggero alone giallo-azzurro comincia ad imporsi sulla notte circostante, il cuore si sincronizza col respiro e detta il ritmo della salita.

Quando arriviamo sotto la parete Ovest, Mistica si mostra! C’è, è formata, ora tocca a noi!

Mentre ci leghiamo, i dubbi e i timori della sera prima svaniscono, ora ci sentiamo giusti nel posto giusto, adesso l’azione prende il sopravvento sui dubbi e sui pensieri, si parte.

Ad Andrea tocca un tiro di ghiaccio inconsistente, un primo balzo di 7-8 mt improteggibili, con un solo chiodo da roccia di dubbia tenuta posto circa a metà  del risalto.

Passi delicati, un rampone sul ghiaccio, l’altro sulla roccia, stesso destino anche per le piccozze, immagino il sudore che gli perla la fronte nonostante i -16; poi passa, è sopra il risalto, bravo Andrea!

Adesso tocca a me, una prima sezione facile in goulotte mi porta sotto una candela verticale.

Il ghiaccio è un po cotto dall’azione caldo-freddo, sembra mescolato a bollicine d’aria, ci sono diverse croste da rigelo, non scommetterei molto sulla tenuta delle viti da ghiaccio che metto, una in particolare gira a vuoto ma, per fortuna, a metà  candela, c’è un chiodo da roccia dall’aspetto rassicurante che riesco a rinviare.

Le mani sono fredde ma ancora sensibili, gli avambracci sono gonfi ma ancora resistono, pochi metri ancora e siamo fuori anche da questo tiro.

Usciti dalle difficoltà  mettiamo le corde negli zaini e percorriamo un canale infinito a 50° che porta sotto la cornice sommitale e quindi, con un breve passaggio delicato fra roccette e neve, ci fa sbucare in vetta.

Usciamo dall’ombrosa parete ovest col sole che ci inonda, la vista spazia a 360° su tutte le dolomiti, la giornata ha una luce e una visibilità  come solo d’inverno capita di trovare.

La discesa è lunga e il ritorno è reso penoso dalla fatica di dover nuovamente scavallare il canalone Moppo.

Alle 17 siamo tornati alla macchina, 12 dopo ore che la sveglia ci aveva tirato fuori dai nostri sacchi e fatti uscire dalla tenda.

Una birra e un panino speck e formaggio a Pian di Schiavaneis dichiarano conclusa la giornata.

Per tutto il resto ci sarà  pure Mastercard ma questo, davvero, non ha prezzo.

Mauro Cappelli

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Cascate in “Valle dell’Orco”

Sono stato in Valle dell’Orco a fare ghiaccio e questo breve reportage vuole essere uno stimolo per chi non c’è stato ed è alla ricerca di posti nuovi.
Dove alloggiare:
Io sono stato al Rifugio Massimo Mila, a monte del lago di Ceresole Reale (TO).
Il trattamento di mezza pensione costa 35€ a testa e comprende porzioni abbondanti di cena e colazione.
Siamo nell’area piemontese del Parco Nazionale del Gran Paradiso, si vede qualche sporadico sciatore di fondo accompagnato da ancora più sporadici ciaspolatori.
Eravamo gli unici ospiti del rifugio, se vi piace il casino qui è un mortorio, se amate la pace e la tranquillità è un paradiso
Ghiaccio per tutti:
Incanalando con un sistema di tubazioni e di cavi metallici per invitare  l’acqua a scendere in un certo modo, alcuni local hanno creato una falesia di ghiaccio che è fra le più grandi d’Italia.
Bellissima, a 5 minuti dalla strada, praticabile e sicura anche con rischio valanghe 5.
Ci sono colonne di ghiaccio e placche gelate alte 30 mt.
A parte alcune linee appoggiate, la maggior parte del ghiaccio è decisamente verticale e il primo approccio incute timore.
In realtà  tutte le linee sono attrezzate alla sommità  con anelli di calata facilmente raggiungibili per sentiero per cui anche il neofita, pur trovandosi di fronte colonne ciclopiche a 85-90°, può comodamente arrampicare in moulinette con la corda dall’alto e in tutta sicurezza.
Inoltre, la frequentazione del luogo, fa si che le linee di ghiaccio siano estremamente lavorate e si sale trovando sempre agganci ed appoggi che facilitano la progressione a dispetto della verticalità .
La palestra si chiama falesia dei mutanti e si trova a sinistra (salendo) subito dopo l’uscita della lunga galleria che si incontra qualche chilometro prima di Ceresole Reale.
Solo per pochi:
Nella falesia ci sono anche alcune linee di dry.
Fra vari M7 e M8, c’era anche un presunto M10 chiodato ma non ancora liberato.
In 4 tentativi Raffaele Mercuriali da Forlì (S. Martino in Strada per la precisione) libera il tiro fra l’ammirazione generale della piccola folla ammutolita accorsa a guardare un romagnolo che, direttamente dal fondo della pianura Padana, è venuto a chiudere in 4 giri un tiro che a loro (montanari doc) non era ancora riuscito in settimane di tentativi!
Un bravo a Lele che, lo dico gongolando, E’ MIO AMICO!!!!!
Altre proposte:
Per chi si trova stretto a fare ghiaccio solo in falesia, ci sono alcune interessanti cascate nei paraggi di cui riporto solo quelle salite personalmente:
Balma Fiorant, 150 mt, soste a spit, grado 4+ discesa in doppia lungo la salita, avvicinamento 5 minuti.
Bellissima, dopo un primo tiro su placca appoggiata, si affronta una candela verticale di 10-12 mt che rappresenta il tiro chiave della salita.
Dopo la candela, la cascata si incunea in una stretta gola per altri 2 tiri di corda di puro godimento.
Gecco Lavico, 330 mt, soste da attrezzare su ghiaccio, qualche cordone su pianta, 4+ su ghiaccio con passi facili di misto, discesa lungo la via con doppie in parte su piante (cordoni presenti) e in parte da attrezzare.
Avvicinamento 45 min-1 ora.
L’accesso automobilistico è lungo il vallone di Piantonetto (valle laterale sulla sx orografica della Valle dell’Orco).
La relazione indica fra il materiale necessario per la salita, alcuni frends medio piccoli, nelle condizioni in cui l’abbiamo trovata noi abbiamo usato solo il grigio (camalot) sul tiro in goulotte.
Salita da intraprendere solo con condizioni di innevamento sicure, il rischio di slavine è altissimo!!!
Candela di Piantonetto, 150 mt. soste in parte presenti, in parte da attrezzare, grado 5, discesa in doppia lungo la via.
L’accesso automobilistico è poco oltre (1 km circa) a quello descritto nell’itinerario precedente in corrispondenza di un tornante posto proprio in prossimità  dell’attacco.
Si sale per tre tiri facili fin sotto la verticale candela finale.
Si affronta la candela seguendo la linea di minore resistenza in corrispondenza di un diedrino leggermente accennato che, dopo 15 mt, allenta la verticalità  e consente di uscire più facilmente dal tiro andando a sostare su pianta a dx sopra il salto.
Da qui si comincia la discesa.
Con corde da 60 mt si arriva ad una sosta a spit, altri 60 mt. non sono sufficienti a depositarvi alla base della colata e si deve quindi attrezzare su ghiaccio un’ulteriore ultima doppia di circa 10-15 mt.
Anche questa salita, come la precedente, non va assolutamente affrontata con condizioni di innevamento instabili.
Chi è interessato ad altre info o per ulteriori chiarimenti mi può contattare al 335.5828490.
Ciao Mauro

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Sogno di mezza estate “o d’inverno”

Peccato non si possa definire una salita invernale anche se c’erano tutte le condizioni,neve freddo, non molto a dire il vero,ma quei due giorni che mancano al calendario ci condannano ad una salita autunnale.

Sulla via penso sia gia  stato scritto di tutto e di più, continuare a fare i complimenti agli apritori mi sembra banale e scontato anche se trovare una linea di salita su roccia solida in um mare di marciume non  cosa da poco.

Vorrei provare ha trovare qualche critica da fare alla via: ad esempio la penultima (?) protezione del secondo tiro andrebbe alzata abbassandola (?) a dx verso il centro.e riguarvo alla variante del terzo tiro  del tutto illogica di solito le varianti si fanno x rendere le vie lineari non per allungarle anche se passa sotto a dei bellissimi tetti con difficoltà  contenute ed esce in un bel diedro stapiombante.perchè pensandoci bene visto la scarsità  di roccia da quelle parti forse non è un gran difetto.

Accidenti allora visto che non riesco a trovare niente da criticare mi voglio fare dei complimenti a me x essere riuscito a salire tutta la via con gli scarponi ai piedi ed in arrampicata libera e un grazie alla Claudia che mi ha seguito sulla via

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Spigolo Gianeselli allo spiz di mezzo.

Partenza sabato pomeriggio alle 14.00 da cesena x forno di zoldo, risalita la val pramper fino al parcheggio di pian de la fopa ( m 1210) alle 19.00 partiamo x il bivacco carnielli (m 2010 )dove arriviamo dopo due ore di ripido sentiero, senza un tratto in piano dove potere rifiatare e i “soli” 800m di dislivello ci fanno sudare le classiche sette camicie.

arriviamo giusto in tempo x goderci uno splendido tramonto e x buttare un occhio alla nostra meta di domani.una rapida cena e subito a dormire nel bivacco dove per fortuna siamo  soli. La mattina solito copione: sveglia prima dell’alba, con splendida vista sulla sud del civetta e del pelmo, rapida colazione e via all’attacco, la roccia non é bellissima il primo tiro ma migliora subito, la via mai troppo dura ma con passaggi esposti e da proteggere, fila via liscia;davvero molto bello il tiro chiave del diedro giallo con superamento del tetto(V+),e in poco più di 5 ore i 400 metri di via sono sotto di noi.

x la discesa consiglio di fare le doppie atrezzate sulla sella tra lo spiz di mezzo e lo spiz sud, con corde da 60 ne basta una.

una bella salita in un angolo di dolomiti ancora poco affollato e davvero meritevole

ringrazio i miei compagni di cordata che ancora una volta mi hanno seguito nella rincorsa alla realizzazione dei miei sogni;l’unico rammarico e che per uno che si realizza altri cento si affacciano alla porta. speriamo di avere tempo e modo x qualcun altro!

L’UOMO E’ UN DIO CADUTO,  INFINITO NEI DESIDERI, LIMITATO DALLA NATURA

ciao Andrea

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Balza della Penna “Il Tinaccio”

Un giro sul “Tinaccio”

Quando è un pò di tempo che non arrampichi, ti viene quel prurito alle dita, quella leggera sensazione di disagio, poi arriva quella vocina nel cervello che ti sussurra “ma perchè non stacchi i piedi qualche metro da terra?”
Fa caldo, per tanti motivi, il lavoro sempre e solo maledetto lavoro, il tempo disponibile è poco, più una fuga che altro, ma gli amici ci sono eccome, quelli ci sono sempre; per ricominciare a muoversi in verticale la scelta è presto fatta, non lontana da casa ma in un bel contesto paesaggistico, avvicinamento breve, non lunga, il “Tinaccio” sulla cresta sud del Montiego vicino alla Balza della Penna.
Sono in compagnia di Renato e Pippo, già  questo fa giornata, solite disquisizioni all’attacco, sul materiale, la via è ben chiodata ma all’imbrago carico un pò di materiale in più, pesa un pochino ma non si sa mai (bella la frase “non si sa mai”, giustifica tante cose).
Il primo tiro inizia bene anche se il caldo comincia subito a farsi sentire, al traverso mi ricordo subito di allungare i rinvii ma, mannaggia a me, non ho pensato che sarebbe stato meglio allungare anche l’ultimo chiodo prima di arrivare nel traverso, c’è una piccola rientranza e la corda inizia subito a frizionare sulla roccia con mio sommo gaudio; ogni movimento lo devo affrontare con una bracciata di corda lasca, recuperata a fatica e trattenuta con i denti, così se volo oltre alla figura da “patacca” ci lascio pure le gengive…la sosta però è vicina e continuando con la fatica del recupero completo l’espiazione del peccato di quel rinvio.
La partenza del secondo tiro la roccia non si concede facilmente, ma poi, proprio come fosse una bella donna, una volta vinta, si mostra a te in tutta la sua bellezza e la parte superiore, verticale e magnifica, vale ogni chilometro fatto, quando arrivo al chiodo con anello (quello citato nella relazione), cerco sopra la sosta, guardo quanti chiodi ancora per arrivarci e conto all’imbrago i rinvii, che non sono sufficienti ma il “non si sa mai” stavolta dà  i suoi frutti e con cordini, moschettoni liberi e fantasia, completo il tiro.
Il terzo ed il quarto tiro si lasciano domare piacevolmente a completamento di una via, di una bella mattinata, di un bel momento di amicizia che si salda ogni volta di più quando ci stringe la mano, quando ci si scambia un sorriso o una battuta, quando si commenta la giornata appena vissuta ad un tavolo con i piedi sotto e una birra sopra…
Io non cerco altro dalla montagna…buona montagna a tutti, Lorenz
(agosto 2009)

“Perchè vado in montagna? Perchè alpinismo vuol dire natura…e perchè in natura ritrovi l’autentico senso della vita,
il segreto di una gioia interiore che nessuna vicenda terrestre potrà  annientare” GUIDO ROSSA

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Codice Etico

E’ stato emanato dalla CISASATER  una carta dei valori e dei principi etici chiamato “Codice Etico”  questa carta ha pochi punti ma essenziali per lo svolgimento della nostra attività .

1. La responsabilità :

Gli istruttori sono responsabili delle proprie capacità  e competenze nei confronti di sè stessi, degli altri istruttori e degli allievi. Ogni istruttore si deve fare carico della propria responsabilità  senza scaricarla su altri.

2. La capacità  e la competenza:

L acapacità  e la competenza degli istruttori è determinante per il raggiungimento degli obiettivi della Scuola. Ogni istruttore opera costantemente per il mantenimento e l’aggiornamento delle proprie competenze.

3. L’affidabilità :

Ogni istruttore assicura il rispetto degli impegni presi e la qualità  didattica del proprio contributo.

4. La sicurezza:

Gli istruttori s’impegnano al rispetto dei livelli di sicurezza più elevati agendo con prudenza e perizia sia durante i corsi, sia nella periodica attività  d’aggiornamento. Gli istruttori si impegnano a diffondere la cultura della sicurezza tramite attività  teoriche e pratiche.

Anello Castellani e Canalino della Rombuscaia

Corno del Catria

(gennaio 2010)

L’idea era nell’aria già  da tempo, si decide e si parte, destinazione Corno del Catria con l’intenzione di salire tutta la cresta che corre a sud-est fino a congiungersi con l’anello Castellani alla Sella del Corno, salire il canalino della Rombuscaia, tornare alla sella e ridiscendere la cresta per tornare all’auto.

Sara, Serghei e Renato formano la compagnia, ranghi serrati e si sale, un bel sentiero nel bosco immerso nel suo letargo invernale, poi traccia per prati e rocce affioranti con qualche macchia di neve qua e là , e finalmente la cresta.

Il vento, da sud, impetuoso e freddo, ci stuzzica un pò, ci provoca, ma parte del tracciato corre al riparo, nascosto ad esso; la cresta, larga all’inizio, si restringe man mano che si sale fino a diventare lama in alcuni passaggi, l’esposizione in certi punti non manca proprio, di neve non se ne trova tanta, più che altro si trova galaverna ventata e ghiacciata, croccante.

Verso la fine attraversiamo, legati a corda, un tratto molto esposto e sottile, quasi lo si cavalca, poi la cresta si allarga di nuovo fino culminare in una insellatura con un salto roccioso che si separa dalla Sella del Corno, per raggiungerla scendiamo uno stretto canalino carico di neve per poi traversare sotto al salto roccioso e risalirne al di là , proprio alla Sella del Corno dalla quale scendiamo verso sud e traversando qualche centinaio di metri ci portiamo all’imbocco del canalino della Rombuscaia; un pò di materiale, la corda di nuovo in vita e su, il freddo si sente molto, invece le dita no, l’alberello in mezzo al diedro è come qualcuno che ti aspetta e ti tende la mano per aiutarti salire, si sale; una volta fuori dal canalino bisogna trovare la catena della prima doppia poco sotto la cima del Corno, che sarebbe anche molto ben visibile se non fosse completamente incrostata di galaverna,

ben mimetizzata con il resto del mantello ghiacciato che copre quella parte di roccia; si scendono le quattro doppie in un silenzio invernale, ovattato, le scarpe in mezzo a quel poco di neve che resiste nell’ombra non fanno alcun rumore, infine ci si ritrova sul sentiero per tornare alla Sella del Corno, a memoria rifacciamo il percorso a ritroso, il canalino innevato in salita e tutta la cresta, legandoci nello stesso punto,giù fino al sentiero che riconduce all’auto.

Come al solito tutto termina con i piedi sotto un tavolo e la birra sopra, una bevuta insieme continua a mantenere saldo il legame tra di noi anche dopo che abbiamo riposto le corde nel sacco, la cordata continua…

Come sempre buona montagna a tutti, Lorenz

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“Qualcosa è nascosto. Vai a cercarlo. Vai e guarda dietro i monti.

Qualcosa è perso dietro i monti. Vai! è perso e aspetta te.”

RUDYARD KIPLING

Il Sogno del Gran Scozzese

Parlando di sogno visto la stagione, soprattutto per chi pratica ghiaccio, può venire in mente solo lui: IL SOGNO DEL GRAN SCOZZESE in val daone.
Ok ma le 24 ore cosa centrano direte voi ?No non ci abbiamo messo 24 ore a fare la via, anche se ; bravi ma lenti è un termine che ci si addice.
Partiamo dall’inizio cioè dalla partenza dal casello dell’autostrada di cesena alle tre del mattino il che vuol dire sveglia alle due.
Il viaggio verso la val daone ci porta via poco più di quattro ore, pausa di rito alla locanda La paia dal Placido per avere info sulle cascate e il pericolo valange.Le cascate sono tutte buone “non è mai stata così bella come quest’anno” lo dice tutti gli anni di
qualsiasi cascata tu gli chieda, bisogna conoscerlo il Placido!
Saliamo in auto sino la fine della valle parcheggiamo al lago di malga boazzo, una breve occhiata verso lo scozzese ci guardiamo in faccia e la decisione è bella che presa,il sogno del gran scozzese 13 02 2010 n2 07 si va! Sulla colata ci sono gia altre cordate una molto alta, altre due più basse.Il rapido avvicinamento lungo il lago e arriviamo all’attacco: i prini tre tiri si svolgono in una splendida goulotte non difficili il problema è che il ghiaccio tirato giù dalle cordate sopra si incunea li ,il sogno del gran scozzese 13 02 2010 n2 09 così alla sosta del secondo tiro decido di non usare la sosta attrezzata nella goulotte ma di fare sosta su ghiaccio sotto un muro verticale più a dx, in teoria più al riparo.Teoria che viene puntualmente smentita pochi attimi dopo che dò il via ai miei compagni un grosso colpo alla testa secco mi stacca di netto la parte superiore del casco e mi lascia rintronato per diversi minuti.Ricomponiamo la cordata e ripartiamo ormai siamo ai tiri verticali, più riparati dalle scariche, ma anche più duri.il sogno del gran scozzese 13 02 2010 06Faccio un unico tiro del quarto e quinto andando a fare sosta nella grotta di ghiaccio a metà del muro.La stanchezza e il poco allenamento cominciano a farsi sentire e gli ultimi due tiri sono ancora duri ma piano piano senza fretta ne usciamo dopo poco più di sei ore.Le doppie nel bosco ci fanno perdere un pò di tempo e così arriviamo giù agli zaini che è buio, ci chiediamo il dafarsi per  il giorno dopo ma tutti e tre ne abbiamo avuto abbastanza così decidiamo di mangiare qualcosa dal Placido che ci fà le congratulazioni, quattro chiacchere di rito e si riparte senza fretta ,tanto domani è festa.E cosi torniamo a dormire nei nostri letti circa 24 ore dopo che li avevamo lasciati la notte prima.UNA BELLA IMPRESA
Partecipanti Andrea, Davide e Claudiail sogno del gran scozzese 13 02 2010 n2 14