Il becco d’acquila

Catinaccio – Rupi del Larsech

“Becco d’Aquila”

Via Siloga (parete sud-ovest)

8 Luglio 2013

 

Passione o fede?

“….le passioni sono irruenti, schiantano e travolgono ogni cosa, ci isteriliscono il cuore e la mente, e poi passano lasciando solo distruzioni compiute… invece l’ Alpinismo è fede che entra dolcemente nei nostri cuori e li trasporta alle magnanime imprese… può affievolirsi, ma poi ritorna a scaldarci i petti con maggiore energia.

Chi ama la Montagna e la sua natura non può non amare l’Alpinismo in tutte le sue forme… e ci riportano a un secolo fa quando i giovani di allora, imberbi ancora, ma caldi di passione di vette si assemblavamo nelle piazze dei paesi e dai loro petti usciva il loro grido di fede: “Viva le Dolomiti! Viva l’Alpinismo!”

Questo dicono a noi cronache di eroi delle pareti… ma a noi giovani che cosa devono dire? Devono dire la fede dei nostri padri? O le passioni giovanili?”

(Anonimo)

 

 

La scelta di una “via” non è cosa semplice…più arrampico e più me ne rendo conto; entrano in gioco tantissimi fattori non solo legati alla vita quotidiana (famiglia, lavoro, tempo a disposizione, ecc) ma anche alla vicinanza della stessa, il meteo, il compagno e il proprio stato di “forma”, il grado e le difficoltà a cui si andrà in contro.

Con l’esperienza sto imparando che una volta fatta la scelta è bene confrontare non solo varie relazioni che si possono trovare su guide e/o internet, ma magari chiedere un po’ in giro a chi l’ha già fatta per farsi svelare quei piccoli e grandi segreti che ogni via porta in se.

Al di là delle difficoltà riportate nelle relazioni le mie scelte si stanno orientando verso vie alpinistiche di stampo “classico” magari prima degli anni 20/30 senza ovviamente disdegnare anche quelle successive tenendo sempre ben presente chi fu l’apritore! (Per una via di IV/V di Messner aspetterei ancora qualche anno).

Tempo fa sfogliando la guida di Bernardi dedicata al Catinaccio mi colpì particolarmente una relazione, “Il Becco d’Aquila” ai dirupi del Larsec (zona ancora molto “selvaggia” e da esplorare); forse la caratteristica forma della vetta, quello strano sentimento di “farfalle nello stomaco” appena letta la relazione, la linea di ascensione particolarmente accattivante, mi folgorarono!

La relazione parlava di una via recente come apertura (1988) ma di stampo e con difficoltà classiche; dove il passaggio chiave (V grado) risultava comunque ben protetto.

Mi si insinuò dentro come un spit nella roccia, non so bene il perché, ma più la studiavo e più  chiedevo informazioni più mi attraeva, ok deciso! Si fa!

Nei giorni stabiliti per l’ascensione il Corso AR1- 2013 diretto da Guido sarà impegnato in zona Catinaccio (Torri del Vajolet, Punta Emma, ecc.) e trovato anzi, trovata la compagna d’avventura chiedo a Guido “ospitalità” nel pullman che ben volentieri viene accettata.

“Campo base”, Rifugio Gardeccia, a 40/50 minuti dall’attacco, con ottima cucina e camere confortevoli; la mattina del sabato (il programma prevedeva due giorni) la sveglia suonò presto, il pullman con gli Istruttori della Scuola Pietramora e gli allievi partiva da Faenza alle 4,30 del mattino; la Pizzi (Chiara Pizzingrilli) puntualissima passa a prendermi alle 4, recuperati anche altri due ragazzi forlivesi impegnati al corso ci dirigiamo al punto di ritrovo.

Percorrendo la Val di Fassa verso il parcheggio dei pulmini che ti portano a Gardeccia il meteo non sembrava promettere nulla buono; visto la complessità della via propongo a Chiara di farla la domenica in modo da avere più tempo a disposizione (e magari un meteo migliore) e il sabato dedicarlo a una via nelle vicinanze; nata recentemente (2002), chiamata “Vuoto d’aria” che affronta la parete sotto il Rifugio Vajolet, “Via” questa di stampo nettamente sportivo, ben attrezzata a spit e soste con catene, valutata max 5b.

Non particolarmente lunga (5 tiri), l’ottima chiodatura (superflui friend, nut e chiodi) e un aereo passaggio appesi a una fune per raggiungere l’ultimo tiro, la rendono piacevole e ideale per mezze giornate o con tempo incerto, infatti in poco più di due ore la percorriamo senza particolari problemi, a tiri sempre alterni, dove il passaggio chiave è un bello strapiombo da superare con un passo “bulderoso” ma con un cordone per rinviare decisamente utile in caso di azzero; l’arrivo è posto sotto la grande croce a 50 metri dai rifugi.

La Pizzi da me definita una “Bestia da Parete” alzarsi alle 3, 5 ore di pullman, una via comunque impegnativa, non le era bastato e così verso le 16 mi propone un “soft-trekking” di un paio d’ore giusto per fare ora di cena.

Al rientro al rifugio incontriamo gli amici Chiara Montanari e Franz, si sarebbero fermati li per la notte, con l’obbiettivo il giorno dopo di scalare anche loro “Vuoto d’Aria” perché il “Becco d’aquila” l’avevano fatta l’anno prima.

La serata, accompagnata da un’ottima cena, vino e grappe scorre via in allegria, allietata anche dai resoconti delle nostre prime esperienze tragicomiche che cominciano ad affollare i nostri curriculum, ma è sempre tutta esperienza!!

Crollato nel letto, la notte dormii profondamente e il mattino mi sentivo carico e prontissimo, la sveglia alle 6.30 ci ricorda che è ora di alzarsi, prepararsi, fare colazione e incamminarsi verso l’attacco; la giornata era fresca e limpidissima; per colazione “faccio il pieno” di energie, ce ne sarà bisogno!

Salutati gli amici Chiara e Franz ci dirigiamo lungo il sentiero che va verso la “Ferrata delle Scalette” fino a un ometto posto alla fine di un immenso ghiaione; da li uscire dal sentiero e risalirlo.

La guglia a forma di testa d’aquila è ora di fronte a noi, riconoscibilissima, maestosa, un po’ mi intimorisce e allo stomaco mi riprende quella sensazione di “battito di ali di farfalle”; un misto tra emozione, voglia di scalarla e quella sana “strizza” che ti mette in guardia dai tanti pericoli che la vita di sottopone.

La dura salita alle 7,30 del mattino è tutto un programma; l’attacco sempre più evidente e il Becco, quasi a snobbare la nostra presenza, sembra lanciarci degli avvertimenti ma anche invitarci alla sfida.

Odio i termini giornalistici “Montagna killer”, “Montagna assassina” o “Montagna maleddetta”, siamo noi spesso con le nostre azioni a determinare un destino che può sembrare crudele; siamo noi gli assassini e i maledetti che uccidiamo le nostre anime, i nostri principi, i nostri sogni senza renderci conto dei baratri in cui ci infiliamo; loro sono lì da milioni di anni e per milioni di anni ci saranno; siamo di passaggio, le Montagne sono uno specchio della nostra anima, delle nostre paure, non sono loro a determinare il successo o l’insuccesso di una impresa, ma la nostra capacità interiore di saper affrontare in quel dato momento le sfide che ci vengono sottoposte e le paure che inevitabilmente l’ignoto fa sorgere.

Via, via che ci avviciniamo alla parete la lieve traccia si fa sempre più ripida; estraggo dalla tasca la relazione con la foto e il tracciato e comincio a cercare l’attacco che parte da un: “…cordino in clessidra”.

Individuiamo una grossa clessidra effettivamente, ma subito sopra parte un bel diedro che non mi sembra aver nulla a che farà con la prima parte del tiro che parla di un III grado; mentre ci prepariamo però sulla mia sinistra scorgo spuntare dalla roccia un cordino infilato in una piccola clessidra con sopra rocce decisamente più facili; ecco l’attacco!

Fatti i dovuti reciproci controlli (nodi, attrezzatura, ecc.) do un’ultima occhiata alla relazione (disegno) che molto chiaramente dice di salire in verticale su facili rocce fino a uno spit; (primo tiro III, IV – 30 mt.); lo risalgo proteggendomi con cordini su alcuni spuntoni e clessidre, sono ancora un po’ freddo , i muscoli ancora si devono scaldare, quindi un tiro poco impegnativo come inizio è quello che ci vuole.

Giunto allo spit, riguardo la relazione che indica di proseguire in verticale fino alla sosta dove avrei affrontato i passaggi di IV; non ci sono protezioni quindi l’ascensione dovrà essere fatta con cautela; sopra di me la parete mi sembrava un po’ troppo repulsiva e opto per spostarmi un po’ più a destra dove la roccia era nettamente più lavorata; risalgo e mi accorgo subito di essere fuori via perché se è vero che partiva “facile” ma poi finiva sotto uno strapiombetto decisamente ostico; alcune fessure mi permisero di proteggermi con i friend; mi alzo ancora un poco e sulla sinistra scorgo la sosta!

Solo che per raggiungerla devo traversare verso sinistra e scavalcare un piccolo pulpito molto esposto e non protetto che per fortuna si rivela ben appigliato, consentendomi di ritrovare la via e puntare con decisione ai chiodi si sosta; le mezze corde però ora lungo il tiro fanno una serie di zig-zag che non promettono nulla di buono alle mie braccia; ma gli “errori” si pagano e così quando comunicai alla Pizzi che ero in sosta e pronto per recuperare le corde cominciai con fatica a recuperarle.

Chiara venne su come un geco, recupera il materiale lasciato in via, costringendo anche lei ovviamente ad affrontare l’involuta variante; giunta anche lei in sosta si autoassicurò; una volta passatogli il materiale partì subito per il II tiro (IV, V – 30 mt.), dove bisognava traversare leggermente a destra superando la nicchia e subito affrontare la placca con il passaggio chiave della via.

Il giorno prima avevo tirato io il passaggio duro e quindi questo giro toccava a Chiara affrontarlo; una volta partita e girato lo spigolo riuscivo a capire la sua progressione solo attraverso il movimento delle corde, corde ferme stava cercando la via o le protezioni, leggero scorrimento voleva dire che stava progredendo e un tironcino significava la rinviata.

In poco tempo sento già il segnale di sosta, la Pizzi è a suo agio in roccia come un ragno nella sua tela; velocissima! E’ il mio turno, recuperate le corde, smonto la sosta e mi avvio; il punto chiave della via valutato “V” è una placca verticale solcata da tre fessure; ben protetta, gli appigli e gli appoggi ci sono ma bisogna sfruttarli con movimenti delicati e d’equilibrio, da secondo il passaggio mi ha fatto “soffiare” quindi complimenti ancora alla capocordata che ha superato un passaggio così impegnativo da prima.

I 3 tiri successivi decisamente più semplici (III, IV) sempre però con le protezioni da integrare, sono su roccia sempre molto buona anche se a volte un po’ da pulire come riportato dalla relazione; presto guadagnamo la vetta e dopo un meritato riposo, visto anche le condizioni meteo che cominciavano ad impensierirmi, decidiamo che era ora di tornare.

Durante la ricerca su più informazioni possibili sulla “Via” alcuni amici mi avevano detto che la discesa non era per nulla “facile” (anche se di facile in Montagna c’è ben poco) e che bisognava stare attenti; così una volta pronti per partire cominciamo la lettura della relazione capitolo “Discesa.”

…ad una cengia, dalla quale con una spaccata si risale la parete a balze di fronte per 30 mt (III/I, cordone, direzione N); bene, vado io; percorro quindi la parete a balze integrandola con l’uso di alcuni friend e giungo speditamente al cordone di sosta; la Pizzi mi raggiunge velocemente, forse quei tratti si potevano fare anche in conserva ma per ora era meglio procedere a tiri; ma andiamo avanti.

“Quindi traversare orizzontalmente a sinistra (ometti) per altri 30 m (corto traverso con passaggio di III, chiodo, grande albero secco caduto a ponte”, siamo in cresta, gli ometti ci sono e vedo l’albero secco, facile! Buona notte…io quel “chiodo” nel traverso proprio non l’ho visto, anzi la friabilità della roccia e il terreno erboso mi hanno dato il mio bel da fare, ma per fortuna c’era da integrare abbondantemente con clessidre, spuntoni e friend; trovo da allestire una sosta su uno spuntone vicino all’albero secco e Chiara mi raggiunge subito (anche lei di chiodi visti zero!).

“Ora scendere per pendio erboso a sin. (O, ometti). Gli ometti portano dopo ca. 30 m a due doppie di 20 m e 25m.”, gli ometti sono ben evidenti e portano a un pulpito con sopra un grosso ramo sistemato verticalmente, la calata sarà sicuramente li!

Mbè! Tutta qui la discesa??!!! “Chiara vai tu, a te l’onore, vedrai che l’anello di calata è subito lì! Facilissimo!”

Non l’avessi mai detto…

Chiara segue gli ometti fino al pulpito, lo costeggia fino a sparire dalla visuale (pendio molto inclinato ma gli facevo ovviamente sicura da una buona sosta), scende, cerca, ricerca ma niente! L’anello di calata non c’è!!

Ci teniamo in comunicazione ormai urlando visto la distanza ma nulla non si trova niente! Eppure gli ometti portano a una direzione certa…”Gabri non la trovooooo!!”, “Tranquilla Chiara deve essere li per forza, prova a scendere ancora!”

Il tempo passava, sentivo le corde che tiravano e si allentavano, segno questo che non si era persa d’animo; nella mia testa ormai mi ero convinto che se non si fosse trovata avrei adottato soluzioni diverse, avevo chiodi e martello e in un modo o nell’altro da lì saremmo scesi!

Ma quando ormai sembrava persa ogni speranza, un grido liberatorio eccheggiò in tutta la valle, “Travataaaaaa”, “Ottimo, assicurati e comincia a richiamare le corde che arrivo!”

Povera Pizzi; ha cercato quella benedetta sosta in un marciume di rocce in una posizione molto, molto diversa da dove potevamo immaginarci; bravissima!

E qui il colpo di genio…

Visto che siamo furbissimi e intelligentissimi, molto meglio di chi ha scritto la relazione pensiamo:” bè..nella relazione c’è scritto di fare due doppie di 20 e 25 metri; visto che abbiamo due mezze da 60 facciamo una sola calata!!” Che geni, che bravi!!

Prepariamo le lounge, “faccio su le corde”, le lancio e comincio a scendere; la corda gialla era correttamente caduta sul terrazzino da dove si sarebbe dovuta fare la seconda doppia, mentre la corda blu era finita molto più a destra sopra uno spuntone..nessun problema, capita; un paio di dondolate ed è già recuperata; metto i piedi sul terrazzino, mi sporgo nel vuoto e “valuto” che si possa proseguire con la discesa senza dover armare una seconda doppia.

Rifaccio su le corde e lancio; la gialla arriva al suolo mentre la blu in un groviglio rimane appesa a mezz’aria nel tratto di vuoto.

Poco male; continuo la mia discesa, mi fermo a metà sospeso e comincio a risistemare la corda; la rilancio e subito tocca terra; “Ha ha ha, altro che relazione! Noi si che siamo pratici e siamo già a terra senza dover fare tutte quelle manovre ha ha ha!”, “Ok Chiaraaaaa liberaaaaaaaaa!”

Ma mentre la Pizzi scende vengo percorso da un brivido gelido lungo la schiena, le gambe tremano e vengo assalito da paurosi pensieri!!

“O porca p……a, o c….o!!! Ma se mentre recupero 60 metri di corda, queste mi fanno lo stesso scherzo della discesa e si impigliano in qualche anfratto o spuntone, chi le recupera più???!!!! Altro che geni e super furbi, questa è una coglionata gigante!!!”

Chiara scende e mette piede nel ghiaioso arrivo e il suo sorriso viene subito gelato dal mio dubbio; ci guardiamo in faccia e rivolgiamo subito in alto lo sguardo…e quasi all’unisomo esclamiamo: “..e sti azzi!!!” Una volta slegata cominciamo piano piano molto piano a tirare la “blu”; piano, piano la “gialla” sale fino a sparire, le corde diventano sempre più leggere e a un certo punto quando interviene la forza di gravità a richiamarle, un sibilo comincia a farsi sempre più forte; sono le corde che stanno arrivando, ho tutto e di più incrociato; “Giuro che se arrivano senza problemi non farò più di testa mia, se nelle relazioni dicono che bisogna fare diverse doppie diverse doppie si faranno!!”

Le corde arrivano, seguite però da una “pioggia” di sassolini per fortuna innocui; i tempi stringono, dobbiamo scendere al rifugio Gardeccia per incontrare i ragazzi del Corso; “facciamo le corde” e scendiamo dapprima percorrendo un nevaio ripido e poi giù per le ghiaie fino al sentiero n. 583.

La paura è passata, la soddisfazione immensa, arrivati ordiniamo due birre e un bel tagliere di salumi e formaggi; ce li siamo meritati! Ci complimentiamo a vicenda per l’ottima ascensione e la fantastica giornata, alla spicciolata cominciano ad arrivare corsisti e Istruttori che via via si accalcano verso i pulmini; il cielo è plumbeo e minaccia pioggia.

Poi accade qualcosa di incredibile..

Dal rifugio non è facile scorgere la sagoma del “Becco” perché si confonde con le pareti circostanti più alte; all’improvviso però un raggio di luce “buca” le nuvole e va a colpire uno spit proprio sul lato della testa dell’ inconfondibile vetta, l’”occhio” dell’aquila è illuminato quasi a volerci salutare e ringraziare, per poi spegnersi per il sopraggiungere del temporale (il gestore mi dirà in seguito che tutti i giorni al tramonto la luce fa risplendere uno spit facendolo sembrare un occhio brillante!).

Istintivamente chinai la testa in segno di rispetto e salutai il “Becco” per ringraziarlo a mia volta delle emozioni fortissime che ci aveva regalato e della giornata che difficilmente dimenticheremo.

 

Fu l’ultima via di Pastamatik…

 

Gabriele Sintoni

Kalymnos 2013

 

Aquilotti Romagnoli a Kalymnos”

Dal 19 al 26 Maggio 2013

Non importa il grado che hai, ma la passione che ci metti”

Prologo

(da una conversazione su Facebook con Mauro Cappelli)

G.: “Allora Mauro come ti sembra il programma per il gruppo per il 2013?”

M.: ”Bello, bilanciato e vario anche se secondo me in maggio la vedo dura andare sulle Dolomiti, sarà ancora freschino, molti rifugi saranno ancora chiusi e i canali forse ancora con della neve…”

G.: ”Mmmmh forse hai ragione, suggerimenti?”

M.: ”Bè, perché non prendi in considerazione di andare a Kalymnos, lì potete scatenarvi su centinaia di vie e i costi sono molto contenuti, il tempo poi sarà sicuramente ottimo e stabile”.

G.: “Kalymnos???!! Fino laggiù??? Però, perché no? A cambiare si fa sempre in tempo, chissà se verrà qualcuno…..”

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Pensi a Kalymnos e subito ti vengono in mente le immagini di Adam Ondra o Chris Sharma appesi come pipistrelli ai tetti delle grotte o spalmati su placche lisce come specchi; d’accordo, sfogli la bella guida sulle falesie del posto e vedi che esiste anche qualcosa di più “umano”, ma quella specie di “timore referenziale” te lo porti dentro finchè non arrivi.

L’idea di andare fino là, grazie anche al suggerimento di tanti amici, molti dei quali già conoscitori del posto e per questo ancora più determinati a spronarti ad andare; Arco, Balza della Penna, Ferentillo, ecc. sono a poche ore di macchina; ma laggiù, a un tiro di schioppo dalla Turchia, un’isola rocciosa, brulla e sperduta tra tante in mezzo al Mediterraneo, chi mai potrebbe venire? Oltretutto in un periodo dove qua da noi non è il momento giusto per prendersi una settimana di ferie! Boh..proviamo.

Facebook, nonostante i mille difetti che può avere, ha il pregio, se non altro, di farti risparmiare tempo e denaro in telefonate, così sfruttando alcuni optional del sistema, fisso una data e creo l’”Evento” nella speranza che almeno una persona aderisca, per non passare una settimana da soli.

L’iniziativa parte a Gennaio e i primi iscritti, senza troppo pensarci, sono Francesco Randi e sua moglie Luciana, storica coppia di Alpinisti romagnoli di lunga esperienza… una sorpresa! E che sorpresa! Bene…

Le settimane passano e ogni tanto, sul social-network, arrivano le notifiche di amici che si aggiungono al “Gruppone”, come ormai ho battezzato; 3, 4, 5, 6 ragazzi piano piano aderiscono alla spedizione; i vari passaparola cominciano ad avere i primi effetti positivi; ma i tempi stringono, così verso la metà di Marzo impongo una data per poter prenotare il volo, siamo a quota 12, un gran bel risultato e i biglietti aerei vanno presi; nel frattempo tengo aggiornato Henrik, titolare di alcuni Studios (gli appartamenti da affittare), al quale, dopo varie contrattazioni, riesco strappare un prezzo a persona veramente interessante!

I telematici e aleatori 12 biglietti aerei sono nelle mie mani, anzi, in un link del mio PC, ma le adesioni al viaggio non si fermano, da 12 saltiamo subito a 18, poi 19! 20! 23!!! Ormai più che un uscita in falesia con amici, si è trasformato in una vera e propria “Spedizione Himalayana”.

Purtroppo, poco prima della partenza, due amici non riescono a partire con noi e il numero dei partecipanti scende a 21! Comunque…21 ragazzi sono pronti a invadere l’isola carichi di voglia di arrampicare e divertirsi.

Dal: “Speriamo venga con me qualcuno” al: “Henrik siamo in 21, c’è posto per tutti vero???” Una gran bella soddisfazione….

Domenica 19

Stazione di Forlì, ore 8.00

Alessandro, mio figlio di 4 anni, è più interessato al treno che alla partenza del suo babbo, alcuni dei “Forlivesi” sono già lì pronti con i propri zaini e borsoni pieni di ferraglia, corde e scarpette; alle 8.25 un puntuale (!) treno regionale si ferma; ultimi abbracci alla famiglia che dovrà sopportare ancora una volta le conseguenze di questa “bellissima grave malattia” e via si sale.

All’aeroporto, imbarcato il pesante borsone da 15 kg precisi, passati i controlli di rito, viene chiamato il nostro volo Ryan Air che ci porterà in poco più di due ore nell’isola di KosIMG_2278, a una mezzoretta di traghetto da Kalymons; il volo è puntuale e una ventina di minuti di anticipo ci permettono di arrivare a prendere il traghetto delle 16,30 senza dover aspettare quello successivo delle 21.30.

Prima di quel momento, non mi ero ancora reso conto di certi forti contrasti che di lì a poco mi avrebbero accompagnato per tutta la durata del soggiorno; scarpe da avvicinamento, il mio smanicato antivento da via lunga e un borsone pieno di attrezzatura…in mare aperto! Finchè si è sul treno o in aereo non te ne rendi conto, ma poi i contrasti si fanno via via più marcati, ed eravamo solo all’inizio del viaggio.1

Sbarcato, un po’ intontito dall’attraversata, un’immensa insegna “Kalymnos Climbing Festival – 2012” fuga ogni dubbio sulla destinazione che abbiamo scelto; prendiamo d’assalto i primi taxi che sono già li pronti ad accoglierci, la lunga carovana formatasi si dirige verso Masouri; i tassisti conoscono la destinazione precisa (Aspros Studios) evitandomi di dare spiegazioni con il mio inglese maccheronico, tanto il vecchio detto che l’isola (o il paese) è piccolo e tutti si conoscono è anche qui valido.

Henrik, “pittoresco” personaggio, danese di nascita e greco di adozione, che finora era un nome su delle mail e un profilo su Facebook, ci accoglie nel terrazzo degli Studios che funge da ufficio; fatte le dovute presentazioni, man mano che i ragazzi arrivano, ci accompagna nei nostri appartamentini, semplici, con aria condizionata, cucinotto, puliti quanto basta, ma molto accoglienti.

Fuori è caldo, ma un caldo asciutto, la brezza che arriva dal mare ci fa da rivitalizzante dopo il lungo viaggio; davanti a noi domina la sagoma del monte che sovrasta l’isola di Telendos, il mare è di un colore blu intenso e calmo, per strada file di scooter vanno e vengono, carichi di ragazzi e ragazze con zaini, corde e qualcuno con l’imbrago ancora addosso; ero abituato ai posti di mare con gente in pareo, pinne sotto le braccia e reti con i giochi da spiaggia dei bambini, ma mai mi sarei aspettato di vedere l’esatto contrario!

Sono quasi le 18; perché non fare subito una scappata in una falesia vicina? Il sole tramonterà verso le 21, quindi abbiamo un paio d’ore per poter assaggiare le prime vie!

Gli amici Guido, Paola, Sergio e Manuel avendo optato per la settimana “corta” fino al giovedì e provenendo da Pisa, sono già da qualche ora in parete.

Marco Bianchi era già stato lì lo scorso anno, ci suggerisce la falesia di Kasteli a una mezzoretta di camminata; prepariamo gli zaini e via verso questo promontorio sul mare con le rovine di un antico castello ormai raso al suolo.

Alberi non ce ne sono, il paesaggio è dominato da arbusti bassi e spinosi, fasce di roccia calcarea sovrastano l’orizzonte dietro di noi, tanti insetti (zanzare anche troppe!) fanno da cornice a questo posto, che merita almeno una volta nella vita di un arrampicatore di essere visitato.

Ecco quindi che un primo gruppetto si incammina verso la falesia, curiosi di testare subito roccia e gradi; sfatiamo subito un mito, qui a Kalymnos di gradi ne regalano ben pochi;(dicono tutti così…) capisco che con migliaia di vie sparse dappertutto ce ne siano alcune gradate abbondantemente, ma ho sempre trovato giudizi strettini e pochi regali, anzi…la chiodatura non proprio da falesia italiana, a volte di stampo quasi alpinistico, induce a muoversi con cautela e prudenza, almeno finchè non si è fatta un po’ l’abitudine allo stile che il luogo impone.

Già a guardarla, si capisce subito che la roccia è “diversa”, rugosetta, durissima, compatta; la prima via che affronto nonostante il grado basso, per via della chiodatura lunga e un po’ di stanchezza, si fa subito rispettare; Patrizia mi fa da sicura, le chiedo di tenermi un po’ cortino, non si sa mai, c’è roba piccolina e ancora non so se piedi e dita terranno; abituati alle rocce-saponette delle nostre falesie, trovarsi appesi a cose così minute fa un certo effetto su gradi così bassi.

Marco, Luca e Alan si dirigono subito sui 6a, mentre io, Patrizia, Luciana e Francesco come primo giorno ci “accontentiamo” di qualche 5b/5c di tutto rispetto; il tramonto ormai è prossimo, la stanchezza si fa sentire sempre di più, così come un certo brusio che proviene dallo stomaco, è ora di tornare, come prima giornata direi che è stata più che sufficiente, il tempo di una doccia veloce e l’amico Matteo ci suggerisce un posto dove mangiare vicino agli Studios per la cena.

Al ristorante “Prego”, a stento i camerieri riescono a farci stare tutti a sedere, del resto 21 persone che piombano così all’improvviso non sono facili da sistemare; ma la gentilezza e l’ospitalità dei greci fanno sì che in breve ci fanno accomodare.

Con le facce un po’ stravolte e affamatissimi, cominciamo a ordinare; i piatti andavano dal pesce, alla carne, alle tipiche insalate, il tutto accompagnato da fiumi di birra Mithos, liet motiv dei nostri pranzi e cene per tutto il periodo.

Piatti abbondanti e gustosi, un buon servizio e un locale ben rifinito con un mega schermo dove vengono proiettate immagini dei Big che arrampicano sull’isola, mi fanno presagire un conto un po’ salato, del resto sono un “turista” in un luogo da turisti, quindi perché non tentare di spennarmi? E qui, altra piacevole sorpresa; il conto si ferma a 12 euro a persona, che considerando i nostri standard rappresenta un bel biglietto da visita per l’isola; del resto Kalymnos non è decollata come turismo da mare (Rodi, Santorini, Mikonos fanno da padrone) e una buona parte della loro economia si è basata prevalentemente sui climbers, che da sempre badano alla sostanza e quindi pochi fronzoli nel cibo e nel dormire… spendere poco è l’imperativo. Quindi, nel tempo, tra gli isolani c’è chi si è adeguato a noi o chi invece ha preferito tornare a fare i pastori di capre o i pescatori.

Falesia di Kasteli

Via Gikas 4c, mt. 15 da primo flash zero resting

Via Tsarouhis 5c+, m. 15 da primo flash zero resting

Lunedì 20

Sarà stata l’emozione o quell’ora di fuso orario, ma alle 6.30 del mattino ero già bello che sveglio!

Prima cosa da fare, dopo i riti mattutini, è cercare un posto per fare colazione; il bar “degli arrampicatori” è già aperto, anche se il gestore sembra ancora un po’ nel mondo dei sogni; cosa prendere? Escluderei brioche e bomboloni, così come una colazione a base di pancetta e uova, siamo in Grecia, cerchiamo qualcosa di “local” e infatti nel menù individuo subito il tipico yogurt con l’aggiunta di frutta fresca il tutto annegato nel miele, tazzone di caffè americano e pronti con una bella botta di energia dentro! Ora via, a finir di preparare il materiale e a noleggiare lo scooter, mezzo assolutamente indispensabile per muoversi velocemente da una falesia all’altra.

Marco e Matteo (ormai le nostre guide ufficiali) si consultano insieme per decidere sul da farsi; un gruppo andrà verso la falesia di Iliada, mentre altri ragazzi, capitanati da Matteo, si dirigeranno altrove; in sella agli scooter il serpentone si dirige verso le mete stabilite, se il giorno prima avevamo avuto un assaggio di quello che ci sarebbe aspettato, oggi avremmo avuto il pranzo completo!

La scelta effettuata da Marco si è rilevata ottima; due belle falesie, una al mattino l’altra nel pomeriggio (si scappa dal sole come fosse un demone!), la roccia sempre fantastica, difficoltà giuste, di gente ce n’è tanta, ma i settori sono sempre talmente estesi che difficilmente si formano file per affrontare le arrampicate.

Tra una falesia e l’altra, in attesa che il sole plachi la sua calura, decidiamo che è giunta l’ora di vedere com’è il mare di Kalymnos; una spiaggietta poco distante sembra fare al caso nostro; preso possesso di una fetta della sassosa spiaggia, tentiamo un tuffo nelle acque gelide; i più temerari si tuffano immediatamente; mentre io con la mia indole un po’ fighetta per queste cose ci metto un tempo geologico prima di immergermi.

Summer Time” ci aspetta, saliamo in sella ai nostri motorini e in breve arriviamo; qualche via giusto per “far sera”, rigenerati dalla frescura dell’acqua di mare e da quel venticello che la sera si alzava dal mare e la giornata andava piano piano a concludersi.

Falesia di Iliada

Via Homer Alone 5c+, mt. 28 da primo flash zero resting

Via Strike 5c, mt. 25 da primo flash zero resting

Falesia di Summer Time

Via Amnos 5a, mt. 30 da primo flash zero resting

Soupia the Great 5c, mt. 20 da primo flash zero resting

Martedì 21

Mi ritengo soprattutto un Alpinista, la falesia mi piace molto, ma la considero una “palestra” per potermi allenare per aver quel margine di manovra per affrontare con sicurezza le vie lunghe; della falesia mi piace poi l’ambiente “easy”, con tanti amici per passare insieme piacevoli giornate.

Quando mi arrivò la guida con le relazioni dell’isola, la prima cosa che feci fu quella di andare a selezionare le “vie lunghe”; per essercene, ce ne sono, ma spesso si tratta di vie estremamente dure per il mio grado, ma dopo un’accurata selezione, 4 potevano fare al caso mio; due sull’isola di Telendos (entrambe, 265 mt.; 9 tiri, max 6a), ma con il problema che si trovano esposte a sud e in questo periodo il sole picchia forte; e due vie nel settore School, esposte sempre a sud, ma con il sole che arrivava verso mezzogiorno.

Le due vie nel settore scelto (Platon e Kalymnos 2000) corrono perfettamente una affianco all’altra, distanziate a non più di un paio di metri (se non per un tiro dove si passa a destra e a sinistra di una grotta), stesse posizioni delle soste, stessi gradi di difficoltà!

Le cordate erano composte da me e Patrizia su Platon e da Francesco e Luciana su Kalymnos 2000; chiodatura, manco a dirlo, lunga, ma con gli spit messi al posto giusto, roccia sempre eccezionale.

Si procede velocemente, essendo le vie in ombra non siamo afflitti dal tormento del caldo; Patrizia è un fulmine e mi raggiunge sempre speditamente (sono sicuro che farà un figurone al Corso Ar 1); i passaggi duri sono sempre ben protetti; dopo circa un’ora e mezza raggiungiamo l’ultima sosta proprio sulla cresta, dove si apre un panorama mozzafiato: mare, isole e roccia a perdita d’occhio; la giornata è talmente limpida che si vede chiaramente la costa turca.

Eseguite le fotografie di rito, ci prepariamo per la discesa; la relazione parla di 5 calate in corda doppia lungo i tiri appena fatti, ma optiamo (visto che abbiamo corde intere da 70 mt.) per due doppie da 70 metri; finito l’iter di parolacce per la mia lounge che stenta a formarsi, Francesco lancia le corde e scende per primo; giunto alla sosta, manda il segnale di arrivo e Patrizia comincia anche lei a scendere, dopo aver controllato la buona riuscita delle manovre (marchand, discensore, ecc.); seguirà Luciana e poi io.

Prima doppia andata, l’arrivo alla sosta è un po’ affollata, ma recuperiamo velocemente le corde e ricominciamo a scendere; un bel salto nel vuoto nei pressi di una caverna e finalmente tocchiamo terra! “Mai l’ultima!”, esclamo, ormai un motto doveroso alla fine di ogni via.

Direi che per oggi può bastare, adesso qualche ora di relax in spiaggia e magari un bagnetto nelle gelide acque.

Falesia di School

Via lunga – Platonmax 5c, mt. 125, 5 tiri da primo 2 resting

Mercoledì 22

Si dice che la paura sia uno stato d’animo e non qualcosa di “fisico”, forse è vero, ma oggi l’ho sperimentata in tutta la sua forza!

La via degli “Argonauti” dal basso sembrava, ed è, bella, anche se facevo fatica a individuare gli spit; il primo è a 4-5 metri d’altezza, ma arrivarci è abbastanza semplice; forse migliorerà, la roccia è comunque fantastica, grip da paura, anche se con appoggi e appigli naif.

Sì, sì, la chiodatura di questa via è più alpinistica che da falesia, ma sto salendo senza particolari problemi, a un tratto però “sbaglio strada”… mi sposto un po’ troppo sulla destra, in un punto verticale, anzi quasi in leggero strapiombo, mi blocco, non so più dove andare! Panico! Penso: “Cazzo e adesso dove vado???!!!! Ma porca puttana, la direzione era a sinistra, lo spit sotto di me è a tre metri circa – che volo se cado adesso – mentre lo spit sopra è ad almeno un paio di metri sopra a sinistra!!”

I polpacci cominciano già a tremare dallo sforzo, mentre le dita non sopportano più il male causato dal tipo di roccia molto appuntita, alla base della via, affianco alla mia, Francesco e Luciana cercano di darmi dei consigli, ma io niente, bloccato!

Patriziaaaaa, occhio che tra un po’ farò un volo della Madonna!!” per fortuna lei è sempre rimasta vigile a attenta e si era già preparata a reggere la mia caduta.

Francescooooooooo, dove cazzo vado???”, Francesco, con la sua proverbiale calma: “Cerca di alzarti anche di poco e traversa leggermente a sinistra!”

Macchè…inchiodato come un quadro a una parete!

A un certo punto, ormai rassegnato al volo, alla mia destra però vedo la loro corda rossa, così urlo a Francesco: “Blocca la tua corda che mi appendo!!!!! Senza neanche pensarci troppo Francesco, la blocca, io allungo il braccio destro e finalmente prendo un sospiro di sollievo; indietro non torno, aiutato dalla provvidenziale corda, salgo quel tanto che mi consente di afferrare una bella presa sulla sinistra; effettuo un piccolo traverso e mi rimetto in via, clik… mai rinviata fu così bella!

Proseguo la salita, ma, arrivato in sosta, c’è da compiere la manovra, la eseguo con cura e finalmente mi rilasso un po’; bella, bellissima, però solo 6 rinvii in una via così sono un po’ pochi, vabbè …è tutto allenamento.

Nel primo pomeriggio ci spostiamo in un settore lì vicino, il caldo ormai è opprimente e il solo refrigerio ci viene offerto dalla parete in strapiombo che ci regala qualche angolo di ombra; i tiri in questo settore sono duri; si parte da dei 6b a crescere; io non ne ho più e mi diverto a fare il tifo agli amici che affrontano difficoltà così alte e la calura!

Improvvisamente, lì a pochi metri una inaspettata quanto non proprio gradita ospite (anzi, gli ospiti siamo noi) viene a farci visita: una bella vipera ci dà qualche lezione di come si attraversano i roventi massi senza necessariamente passarci da sopra; infatti, prima sbuca da una parte, per poi farlo da un’altra parte; ci snobba, non è interessata, per fortuna, a noi e alle nostre macchine fotografiche che la immortalano, così, con il suo lento procedere sparisce sotto un grosso masso in cerca di refrigerio.

Per il pomeriggio Marco suggerisce una bella scarpinata di 40 minuti verso “Sikati Cave”, una falesia all’interno di un immenso cratere in mezzo a una montagna!

La camminata, seppur appesantiti dai pesanti borsoni, meritava veramente, il paesaggio da Farwest fa da cornice a questo buco largo un centinaio di metri e profondo una cinquantina; per scendere fino all’interno bisogna sfoderare qualche tecnica da ferrata e affrontare la in fondo vie abbastanza impegnative!

Ma per fortuna c’è l’alternativa…a poca distanza, in una insenatura da favola si apre davanti a noi un posto bellissimo, una spiaggia deserta, così ci dividiamo in due gruppi, uno scenderà verso l’interno della grotta e un altro (me compreso) verso la spiaggia in cerca di un bagno e un po’ di relax.

L’ora è tarda e gli stomachi vuoti; un cartello vicino a dove avevamo lasciato gli scooter ci indica da lì a poco una trattoria sul mare in un’insenatura raggiungibile o dal mare o da una sgangherata strada non proprio adatta ai nostri veicoli; dopo qualche indecisione, ci muoviamo in quella direzione grazie anche alla preventiva esplorazione di Sergio che ci raccomanda vivamente di andare a mangiare lì.

Non mangiamo male, anche se non abbondante e tormentati dagli insetti; la spesa è di 11 euro a persona; così, dopo cena, ci mettiamo in marcia verso Masouri, avvolti nel buio assoluto, con la strada illuminata solo dalle luci dei nostri motorini.

Falesia di Arhi

Via Centauro 5c+, mt. 25 da primo flash zero resting

Via Argonauti 5b+, mt. 25 da primo 1 resting

Via Stanislas 6a+, mt. 30 da primo flash zero resting

Via Komak 6a+, mt. 36 da primo flash zero resting

Giovedì 23

Oggi proprio non ne ho…mi conosco, quando sono così divento pericoloso per me stesso; in via le gambe e i polpacci tremano, non tengo una presa; gli amici Guido, Paola, Sergio e Manuel sono da poco partiti per tornare in Italia; la giornata è ventosa e fredda, il rumore del mare in burrasca urta con la tranquillità del luogo, forse sono diventato metereopatico o la stanchezza si comincia a far sentire sul serio; dita spellate e le scarpette ogni giorno più strette, oltretutto una falesia con un avvicinamento molto ripido..no, oggi proprio non va; dopo aver malamente tirato alcune vie, mi offro per fare sicura, visto che a scalare non ce la potevo fare, anche se la buona roccia e la chiodatura abbastanza ravvicinata questa volta potevano offrirmi una giornata di soddisfazione.

Silvia ed Elisa tirano alcune vie, mentre Michele mi mostra come superare un passaggio “bulderoso” nella via precedentemente tentata da me e Patrizia; raggiunti nel frattempo da Luca e Alan, si cimentano in un 6a, ma non li vedo troppo convinti anche loro!

Falesia di North Cape – settore Peter

Via Schwarzer Peter 5a, mt. 30 da primo flash zero resting

Via Petersilie 5c, mt. 31 da primo 1 resting

Via Peter Pan 5a, mt. 30 da primo flash zero resting

Venerdì 24

Di fare dei gran avvicinamenti nessuno ne aveva voglia; anche se la voglia di arrampicare ed esplorare nuovi posti non mancava mai.

Non si può venire a Kalimnos e non visitare la “Grande Grotta”, dove sono state scritte pagine importanti dell’arrampicata moderna; la grotta è impressionante per grandezza e maestosità, colonne enormi scendono dal tetto minacciose, mentre i ragazzi che ne scalano le pareti sembrano piccoli ragnetti; i settori ai fianchi della grotta (dove abbiamo arrampicato la mattina) offrono scalate per tutti i livelli, motivo questo che ne fa uno dei luoghi più affollati dell’isola; italiani, tedeschi, americani, insomma gente da ogni parte del mondo riunita in una Babele di chiodi, corde e moschettoni.

Mi sarebbe piaciuto aver provato a tirare l’unica via fattibile nella grotta (6a+), ma il tentativo sul 6b, un 6a “ignorantissimo” mi avevano avuto, proprio non mi riesce…polpastrelli e piedi finiti mi hanno convinto a desistere; del resto bisognerà pure avere dei motivi per tornare!!!

Falesia di Afternoon e Spartan wall, Grande Grotta

Via Origano 5a, mt. 18 da primo flash zero resting

Via Tigryonak 5c, mt. 40 da primo flash zero resting

Via Dimarhos 5b, mt. 40 da primo flash zero resting

Via L’uomo che non credeva 6b,mt. 18 top rope 1 resting

Via Kalo Taxidi 6a, mt 20 da primo 2 resting

Via Blu 6a, mt. 20 top rope 2 resting

Sabato 25

Se Superman si mette le mutande sopra la tuta azzurra, allora io per un giorno posso mettermi una canotta tamarrissima e per un giorno fare il Tamarro!

La falesia di Arginonta la vedi subito dalla strada per il forte color rosso delle sue pareti; ma le prime due vie che ho affrontato non mi sono piaciute, roccia (forse caso unico nell’isola) poco bella, in perfetto stile “riocozziano”, chiodate male, piena d’insetti (nella prima via il resting è stato causato dall’improvvisa apparizione di un ragno gigante, lo giuro non è una scusa!).

Ma per fortuna erano solo quelle due lì, le altre vie invece si sono dimostrate all’altezza delle aspettative, lunghe, ben chiodate e soprattutto ottima roccia; ma la stanchezza accumulata dopo sei giorni ininterrotti di roccia e sole ha la meglio; l’ultima via, “Ilona” benché di grado facile, l’affronto un po’ superficialmente e anche alcuni passaggi di modesta difficoltà li tento goffamente, in più alla sosta c’è da far manovra e il sole è già bello che caldo.

Il Tamarro è arrivato, bello cotto dal sole e dalla fatica! Patrizia ha ancora voglia di mettersi alla prova e le propongo, per chiudere in bellezza, di tirare un 5c; sicura e carica, neanche il tempo di far passare la corda nel Gri-gri, già era partita alla volta della prima protezione; per nulla intimorita dal passaggio “chiave”, nel giro di poco sento la sua voce che grida: “Bloccaaaaaa”; lentamente la calo fino alla base e mi complimento per l’ottima performance.

Raggiungiamo gli altri, alle prese con un 6b+ o 6c, bene non ricordo, chiuso dopo alcuni tentativi da Alan; raccolto il materiale è il momento per il nostro momento relax (anche perché gli stomaci sono vuoti), la mattina Elisa ci aveva suggerito che lì nei dintorni, sulla spiaggia c’era una struttura, chiamata “Pirata”, non proprio tipica dell’isola, ma un posto davvero carino; alcuni di noi optano per un’altra destinazione e così io, Patrizia, Marco, Alan e Luca una volta seduti, ordiniamo un giro di birre, un fritto di calamari, insalata con Feta, il tutto per 5 persone (erano le 16,30), costo..32.00 euro!!! Da dividere in 5! Fantastico! In più l’utilizzo gratis dei lettini in spiaggia e delle barchette che prontamente vengono occupati, giusto il tempo per un bagno e un po’ di pennichella, prima di tornare a Masouri.

Ore 20.00, appuntamento per l’ultima cena tutti insieme e salutare così Kalymnos nel migliore dei modi! Birra, buon cibo e allegria!

Falesia di Arginonta

Via For Sue e Steve 5a, mt. 18 da primo 1 resting

Via Papou 5c+, mt, 20 da primo 1 resting

Via Pornokini 6a, mt. 28 da primo flash zero resting

Via Wild Sex 6b, mt. 25 top rope 2 resting

Via Ilona 5a, mt. 17 da primo flash zero resting

Domenica 26

E venne il giorno….

Avevo prenotato 5 taxi per le 11; c’era ancora tempo per preparare le valigie ed effettuare gli ultimi acquisti; lo scooter l’avevo consegnato la sera prima, Henrik ci dava la possibilità di lasciare in stanza i bagagli fino alla partenza.

I nostri volti erano un misti di stanchezza-soddisfatta e tristezza da partenza, per la serie: “Domani già a lavorare”; cos’era successo? Dove eravamo stati? Perché i bei sogni passano così in fretta? Taxi, traghetto, aereo tutto maledettamente puntuale; nessuna scusa o intoppo per poter ritardare la partenza, il mondo reale già ci chiama…

L’unica vera mia ragione per tornare è la mancanza della mia famiglia; mancanza che non ci sarà più, perché la prossima volta che tornerò verranno anche loro, e allora si che sarà dura tornare a casa!

Epilogo

A Kalymons cercavo delle risposte che ho trovato; non ero lì per “grado”, ormai ridotto a un feticcio della moderna arrampicata; volendo, mi sarei potuto buttare subito sui 6b/c/d/e e forse qualcosa ci sarebbe scappato, ma sarebbe stato lontano dai miei obiettivi e dai miei ideali; cercavo e ho trovato il modo di curare il movimento e la padronanza su quel grado a me adesso affine, che mi permette e permetterà di affrontare quelle vie in montagna di IV, vie queste che penso due vite non basteranno a farle tutte nelle sole Dolomiti.

Ho cercato e ho trovato tanti amici meravigliosi con cui condividere questa immensa passione.

Ho cercato e ho trovato un posto stupendo, magico; dove “respiri” quell’aria di arrampicata dalla mattina alla sera, la stessa che puoi trovare in posti super blasonati, tipo Arco o Canazei, immerso però in un atmosfera da film “Mediterraneo” di Salvatores.

Ho cercato e ho trovato contrasti e armonie nello stesso tempo e luogo.

Ho cercato e ho trovato sogni realizzati e sogni da realizzare.

Alla fine, ho cercato e ho trovato me stesso.

Kalimera e Kalispera a tutti!

Gabriele

P.S.: Ringrazio gli amici: Patrizia, Francesco, Luciana, Marco, Luca, Alan, Matteo, Guido, Paola, Sergio, Manuel, Nicola, Elisa, Silvia, Michele, Silvio, Irene, Simone, Stefano “Manetta” ed Elena, per la meravigliosa esperienza e per la loro compagnia!

La “mia” Kalymnos in breve

  • Numero vie: 25

  • Difficoltà min./max. dal 4c al 6b

  • Totale mt. 729 (compresa via lunga)

  • Lunghezza media delle vie: mt. 29,16

  • Totale resting: 13

  • Vie da primo: 22

  • Vie Top rope: 3

  • Numero massimo di rinvii utilizzati: 16

  • Numero minimo di rinvii utilizzati: 6

  • Numero manovre in catena: 5

  • Numero discesa in corda doppia: 2

  • Spesa totale compresi i trasferimenti: Euro 377.00

  • Numero Diving-center a Masouri: 1

 

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Rependance marzo 2013

Parlare di cascate di ghiaccio non è n’ è  facile n’è particolarmente stimolante, per mè, nonostante le cascate siano tutte belle e che la scalata su ghiaccio sia una cosa inebriante. Di qualsiasi scalata su ghiaccio si potrebbe dire più o meno le stesse cose; la partenza molto presto, spesso ancora al buio, la fatica dell’avvicinamento con zaini stracarichi, l’aria gelata che ti permea i polmoni ogni volta che respiri, le mani che perdono la circolazione e il dolore lancinante che ti fa sudare nonostante il  freddo, quando il sangue riprende la normale circolazione.

Oppure si potrebbe parlare delle difficoltà tecniche di una cascata e magari descrivere tiro x tiro i passaggi più duri !

Parlare delle condizioni del ghiaccio, se secco e “spaccoso” o umido e “plastico”, delle difficoltà della chiodatura, delle imprecazioni quando non riesci ad avvitare una vite e senti il braccio con i muscoli pieni di acido lattico che sta per mollare, del respiro affannoso, “dai cavoli perch’è non entri ?” e di come il cuore e torni a battere più regolarmente non appena hai passato la corda nel rinvio !!!!

Ma non è di questo che voglio parlarvi, in fondo sono solo dei dettagli, ma della cascata in questione, della sua bellezza estetica; cento metri di ghiaccio verticale addossata ad una bastionata rocciosa in una valle bellissima del parco naturale del gran paradiso: la valnontey.

Una parentesi particolare va dedicata alla sua prima salita effettuata dal più forte ghiacciatore italiano del tempo, Giancarlo Grassi, che per vincerne le elevate difficoltà, si alleo con il suo pari ghiacciatore transalpino, Francois Damilano, che riuscirono nell’impresa il 2 /3 febbraio del 1989 con un bivacco alla base della cascata, si dice.

L’alleanza con il transalpino non fu vista di buon occhio dagli altri pretendenti italiani che gridarono “al tradimento” e che li vide protagonisti il giorno dopo, il 4 febbraio 1989, su un’altra cascata di pari difficoltà proprio di fronte ad essa  e che per questo fu chiamata “di fronte al tradimento” salita da Aldo Cambiolo e Ezio Malier.

rependance marzo 2013 020Repentance ancora oggi rimane un sogno per ogni ghiacciatore e così come ci si sveglia di soprassalto nel mezzo della notte e si rimane li al buio a chiedersi se era solo un sogno o fosse realtà, io me lo stò ancora chiedendo !!!!!

ciao Andrea

P.S. Un ringraziamento particolare a chi mi ha assecondato nella realizzazione di questo sogno !!! Non a caso un allievo dei nostri corsi !!!!

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Parete est della cima di Pretare

NON DI SOLO CASCATE (si vive)

In un dicembre, stranamente x gli ultimi anni, già ricco di cascate di ghiaccio in buone condizioni la mia attenzione cade sulle condizioni di neve sui Sibillini e su una parete in particolare: la parete est della cima di Pretare, anticima del M Vettore.parete est cima di pretare m. vettore dicembre 2012 001
Un rapido sguardo alle previsioni meteo, che promettono tempo bello e temperature basse, una telefonata al rif di forca di presta che conferma: “poca neve e molto ghiaccio” è quello che mi aspettavo ! La decisione è facile da prendere: niente cascate, anche perchè sono anni che stò dietro alle condizioni per fare questa salita.
Il solito copione: un paio di telefonate per trovare qualcuno disposto a seguirti, ritrovo nel mezzo della notte e via, si parte per i Sibillini.
Arriviamo che è ancora buio, lasciamo l’auto sulla strada che sale a forca di presta perchè la discesa la dobbiamo fare dalla cima del Vettore per il canalone dei mezzi litri che scende sul versante sud poco prima di forca di presta, appunto.
Attraversiamo a lungo sotto la parete sud che illuminata dal sole  dell’alba si accende di una luce incredibile, sembra di essere sotto una parete himalaiana se non fosse che c’è poca neve, forse un po troppo poca neve!! E’ subito chiaro che la via che volevo salire non è fattibile cosi giunti sotto alla parete si cerca di individuare una linea di salita su neve che ci porti sulla cresta.
Una breve “ravanata” dentro ad un canale  ci permette di uscire dal bosco e guadagnare i pendii superiori, qualche zig-zag tra le rocce e qualche passaggio aereo  arriviamo alla cresta nord-est.parete est cima di pretare m. vettore dicembre 2012 091 Quì la temperatura è nettamente più bassa rispetto alla parete assolata ed al riparo dal vento, ci incamminiamo lungo la cresta che seguita fedelmente, per  facili salti rocciosi o larghi pendii ci porta, non senza fatica, alla cima del monte Vettore 5.00 ore  dopo la partenzaparete est cima di pretare m. vettore dicembre 2012 120.Una breve pausa sulla cima affollata tra sciatori snowborder ed escursionisti, alcuni dei quali ci guarda incuriosito visto l’attrezzatura che abbiamo dietro, magari si chiedono a cosa mai ci serva ??? Il colpo d’occhio dalla cima ci permette di spaziare su tutti i principali gruppi del centro italia: Gr.Sasso, Laga, Velino, una giornata stupenda!!!!!
La discesa per il canalone dei mezzi litri in pieno sole è  una lotta continua con lo zoccolo che si forma sotto i ramponi ma per fortuna è stato abbastanza veloce, non così veloce invece è stato l’attraversare nuovamente sotto la parete x ritornare all’auto che raggiungiamo, a dire il vero, un pò provati dopo circa 8.30 di marcia, 1300 m. di dislivello e non  sò quanti km.
Una giornatina piena! Niente di tecnicamente difficile ma in un ambiente selvaggio,sotto la est a parte noi ed un branco di caprioli  non c’era nessuno, ed anche un pò di ricerca se mi passate il termine, oserei dire di alpinismo classico.
Un grazie ai chi mi a seguito in questa avventura: Massimo Davide e Claudia.
Alla prossima!!!
Andrea.

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Cresta Kuffner al Mont Maudit

10 agosto 2012, la storia continua…..

Sono sulla terrazza esterna del rifugio Torino.

Mi rallegro per il blu cobalto del cielo che fa da sfondo al bianco immacolato dei ghiacciai…. Per domani non sono previsti cambiamenti, c’è una “finestra” di alta pressione che dovrebbe tenere il cielo sgombro dalle nuvole per almeno 4-5 giorni.

E’ la prima “finestra”di bel tempo duraturo di questa strana estate che fino ad ora ha intervallato solo belle giornate singole a lunghi periodi perturbati.

E’ il problema dell’Ovest, per andare c’è bisogno che il tempo dia certezze e garanzie di bello, con la meteo a queste quote non si scherza davvero!

Questa volta però i siti meteo sono tutti d’accordo: alta pressione e bel tempo stabile per tutta la settimana.

Solo 2 giorni fa sono stati recuperati, per fortuna sani e salvi, 3 alpinisti spagnoli rimasti bloccati per 30 ore dal maltempo sulla cresta Kuffner al Mont Maudit.

Ed è proprio per la Kuffner che sono qui.

Con me c’è Luca Gambi che ha accettato di buon grado l’invito.

Luca sul Bianco non c’è mai stato.

Non dico in vetta, il Bianco non è solo la vetta, il Bianco è un fantastico mondo che comincia molto più giù e molto più lontano dalla cuspide sommitale che culmina a 4810 mt!

Il Bianco ti si schiude dalla terrazza del rifugio Torino: impossibile non vedere la cresta di Peuterey oltre lo sperone della Brenva, una cavalcata fuori dalla mia portata “tecnica” ma non certo fuori dalla portata dei miei occhi.

Dal Torino cammini 15 minuti e, raggiunto il colle del Flambeau, ti si schiude un altro Bianco: è quello della combe Maudit, dei satelliti di protogino rosso, il Grand Capucin, le Trident, la Pyramide de Tacul, il Pic Adolph Rey, la cresta delle aiguilles du Diable.

Persino mia figlia, che ha un interesse per la montagna pari al mio per i Centri Commerciali, quando l’ho portata qui, non ha saputo controbattere la mia affermazione che questo è il posto più bello del mondo!

Senza spostarti da lì, solo girando un po’ la testa vedi un’altra cartolina del Bianco: il Dente del Gigante, e la cresta di Rochefort che ti nascondono le Grandes Jorasses.

Se invece sali da Chamonix al Col du Midi, il Bianco che vedi è tutta la cresta delle aiguille de Chamonix, il Dente del Gigante da qui non ti nasconde più le Grandes Jorasses che, al contrario, si alzano nette e scure coi loro terrificanti speroni di roccia e ghiaccio.

Potrei stare seduto delle ore al Col du Midi a contemplare i seracchi del Tacul, il Triangle, o la Vallè Blanche che si incunea fra l’Enverse e le Periades.

Potrei strare delle ore ma gli occhi più di tanto non si possono riempire!

D’inverno mi è capitato di “passeggiare” lungo il ghiacciaio d’Argentiere e restare “basito” sotto l’enorme muraglia ghiacciata costituita dai versanti nord della Verte, delle Courtes e delle Droite.

Dei brividi mi percorrevano la schiena ma non erano per il freddo!!!

Posso lasciare fuori “dall’elenco delle cartoline dal Bianco” i Dru? Solo se avessi intenzione di bestemmiare!

I Dru, in particolare il “piccolo”, quello indissolubilmente legato al nome di Bonatti per la salita solitaria risolta con un disperato lancio di corda aggrovigliata in vari nodi, lo si vede bene dalla stazione del Montenvers: scendi dal treno e te lo trovi lì davanti, una guglia arditissima, slanciata contro il cielo con ben evidente la cicatrice del crollo che proprio il Pilier Bonatti, frantumandosi a valle, gli ha lasciato.

Allora siamo sul Bianco, io, inguaribile (e irrecuperabile) innamorato e Luca che prima non c’era mai stato e perderà questa insopportabile verginità con un piacere paragonabile solo alla perdita di un altro e ben più famoso tipo di verginità.

Dunque siamo qui per la Kuffner al Mont Maudit, oggi abbiamo fatto una “ricognizione” per verificare la percorribilità dell’accesso diretto alla cresta senza dover passare dal bivacco della Fourche.

Le tracce andavano tutte in direzione del pendio che porta al bivacco ma il canale di accesso diretto è in buone condizioni e abbiamo deciso che sarà il nostro “trampolino” di lancio domattina per raggiungere la cresta e cominciarne la cavalcata sospesi fra il bacino della Brenva e quello della combe Maudit.

Dal rifugio Torino la Kuffner è tutt’altro che evidente, si perde e si confonde fra i contrafforti rocciosi, separati fra loro da altrettante linee di ghiaccio, che solcano le pareti sud-est del Tacul e del Maudit.

Continuo a guardare cercando di immaginare la mia azione domani.

Vorrei averla già salita questa Kuffner, vorrei essere qui a guardare e riconoscere i passaggi e compiacermi intimamente per come li ho affrontati.

Vorrei che fosse tutto finito, vorrei mandare un sms di condivisione ai miei abituali compagni di cordata coi quali tante volte abbiamo parlato di questa cresta ma coi quali purtroppo non sono coincise le giornate “buone per tentare”.

Vorrei un sacco di cose ma devo mordere il freno fino alle 2 di domattina, quando suonerà la sveglia e cominceranno le danze.

Il cono di luce della frontale che illumina i nostri passi, lo scricchiolio della neve gelata sotto i morsi dei ramponi, la volta stellata come solo a queste quote può succedere di vedere, l’aria fresca che ti punge le narici sono tutte sensazioni già meravigliosamente collaudate.

Andiamo verso ovest dove la notte è più cupa avvertendo però che già l’alba comincia a schiarire i contorni alle nostre spalle.

Siamo sotto l’attacco diretto della cresta, si comincia ad arrampicare.

La corda fila via in mezzo alle gambe perdendosi nel buio oltre il fascio luminoso della pila frontale, Luca, dal basso, mi urla che è finita; una vite da ghiaccio, un tibloc e si possono fare altri 50 metri.

Con 2 tiri da 100 metri raggiungiamo la cresta; la corda fra me e Luca ora diventa corta, 10 mt che si accorciano fino a 2 in funzione delle asole che teniamo in mano.

Il chiarore dell’alba non è più solo alle nostre spalle, ci alziamo lungo la cresta allo stesso ritmo con cui la luce guadagna metri sulla notte, la cuspide ghiacciata del monte Bianco improvvisamente si colora di rosa, il ghiacciaio della Brenva, piano piano, diventa meno tetro e sempre più basso.

Arriviamo all’Androsace e al tratto di cresta nevosa che lo precede.

Impossibile non fare foto, questi 30 mt di cresta hanno più foto della Claudia Sciffer dei bei tempi.

E noi la stiamo cavalcando, quegli invidiati omini visti in mille scatti su riviste, guide o in rete ora siamo noi.

Saremo noi a fare invidia a chi ci guarderà, oggi saremo noi a salire in vetta al Maudit per una linea di salita affascinante, spettacolare e che ci stiamo godendo ad ogni passo.

E la cima del Maudit arriva alle 11,30.

C’è tempo per una “pazzia”: raggiungere la traccia di salita alla vetta del Bianco e continuare questa entusiasmante cavalcata fino in cima, fino al punto in cui tutto sarà più basso di noi.

Quando sono le 14 non c’è più niente da salire, si può solo scendere; da dove siamo guardiamo tutto e tutti dall’alto.

Luca non contiene le lacrime, non poteva perdere la “verginità” in un modo migliore: in cima al Bianco per la prima volta non salendo una delle tre vie normali ma salendo la Kuffner.

In quanti fra chi sta leggendo l’ha fatto?

E’ il 10 agosto.

226 anni fa (e 2 giorni mannaggia!) su questa cima è iniziata la storia dell’alpinismo: l’8 agosto del 1786 Paccard e Balmat hanno messo le loro suole chiodate più o meno dove oggi Luca ed io stiamo mettendo le punte dei nostri ramponi.

Due salite non paragonabili, epica e pietra miliare la loro, di nessun rilievo o importanza alpinistica la nostra, due epoche diverse, come diversa è l’attrezzatura, e diverso è l’abbigliamento.

Però c’è una cosa su cui credo ci possiamo confrontare: lo stesso motore a spingere, la stessa passione a muovere, la stessa voglia di partire.

8 agosto 1786 la storia comincia, 10 agosto 2012 la storia continua……..

Mauro Cappelli

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Valle dell’Orco

Granito in Valle dell’Orco

Tra le tante possibilità di salita che offre la Valle dell’Orco (soprannominata anche “Yosemite italiana”), vorrei segnalare la via del Pesce d’Aprile alla Torre di Aimonin.
Si tratta di una via breve (ca.170 metri) e di facile accesso, dal paese di Ceresole Reale all’attacco, ci vogliono venti minuti; se ci si trova in zona può essere uno spunto
per una piacevole arrampicata di mezza giornata.
La via del Pesce d’Aprile è stata aperta da M.Kosterlitz, G.Motti, U.Manera, G.Morello e R.Bianco il 31 marzo 1973) sulla Torre di Aimonin, uno spallone roccioso all’imbocco
della valle che domina il paese di Ceresole Reale.
Secondo le narrazioni degli apritori, la via deve il suo nome ad uno scherzo fatto, il giorno dell’apertura, da Mike Kosterlitz ai danni di Ugo Manera: durante la progressione,
la cordata Kosterlitz/Motti, che procedeva per prima, superò il diedro fessurato del tiro chiave proteggendosi con i nuts, che a quel tempo erano ancora poco conosciuti dalle
nostre parti, lasciando quindi il tiro pulito, senza dire nulla alla cordata che seguiva, guidata dal Manera; questi, non trovando chiodi di progressione, pensò che i compagni
fossero saliti senza l’ausilio di assicurazioni intermedie e quindi, faticando non poco e salendo praticamente sprotetto, in sosta fu informato dell’arcano mistero dei nuts; da
qui il nome della via.

In tempi recenti, in aggiunta ai pochi chiodi lasciati dagli apritori, la via fu integrata a spit sia alle soste sia lungo i tiri; successivamente, mano ignota ha fatto pulizia
completa degli spit (quelli che si incontrano sono di un’altra via che incrocia in un paio di punti) lungo i tiri, lasciando solo quelli delle soste e, per completezza d’opera,
anche un paio dei vecchi chiodi sono stati accuratamente “martellati” fino a diventare inservibili; la via, grazie alle fessure che segue, rimane comunque proteggibile con
protezioni veloci (sono utili tutti i friends compresi quelli di piccola misura ed i nuts).

1) Il primo tiro, superata una pancetta in partenza, traversa in obliquo verso destra fino ad una comoda sosta;
2) il secondo tiro, dopo un traverso orizzontale verso destra di qualche metro, supera un diedro aperto e “salta” su un comodo terrazzino invisibile da sotto sul quale si trova
la seconda sosta;
3) traversando ancora alcuni metri verso destra, il terzo tiro imbocca un breve ma ostico caminetto dal quale si esce, incastrandosi con il corpo, su una cengia alla base di una
placca apparentemente liscia dove è fissata la sosta;
4) traversando alcuni metri verso destra dalla sosta, le mani si incastrano in una lama, dalla sosta la si può intuire ma non è visibile, la quale risale, curvando verso
sinistra, per alcuni metri fino ad una cengia superiore più semplice, utili due friend piccolini e/o nuts nella lama, oltre la cengia si raggiunge la sosta, comoda;
5) da qui parte il quinto tiro con il passaggio chiave che prevede il superamento di un diedro fessurato da risalire quasi interamente alla “Dulfer” fino ad un alberello dal
quale si traversa decisi a sinistra su una lama delicata, la roccia è di una bellezza entusiasmante (tranne la lama che “suona” vuota sotto alle nocche), alla carenza di
appoggi si contrappone un’aderenza fantastica e la fessura nel fondo del diedro garantisce spazio sicuro, oltre che per le mani, anche per la serie dei friends medi e
medio/piccoli, delicata, come già detto, l’uscita dal diedro sulla lama; la sosta, comoda per due (stretta in tre) si trova subito dopo alla lama;
6) dalla sosta si raggiunge e si risale un diedro camino leggermente strapiombante, ricco di solide lame, dal quale fa capolino un cordone da 8 mm incastrato per mezzo di un
nodo in una fessura (inutile dire “protezione effimera”), la roccia offre comunque i suoi spazi e non è difficile proteggersi velocemente in altro modo e la sosta si trova poco
sopra il diedro;
7) l’ultimo tiro parte dalla base di un alberello e risale verticalmente per una decina di metri, una fessura da proteggere interamente a friends, che solca una placca
poverissima di appoggi, questo tiro offre un notevole materiale di ripasso sulla tecnica di incastro in fessura per la progressione; fuori dalle difficoltà della fessura,
la roccia lascia spazio ad un canalino terroso in mezzo ad arbusti e pianticelle (chiodo) fino a trovare la sosta.

Un lungo traverso il leggera ascesa per una comoda cengia, conduce alla prima di una serie di calate in doppia che riportano direttamente all’attacco della via.

Tranne alcuni punti, già accennati nella descrizione, in cui la roccia non è il massimo, la via si svolge su un granito fantastico, è consigliabile l’uso delle mezze corde e
come materiale sono molto utili friends e nuts di tutte le misure piccole e medie, chiodi e martello si possono lasciare in auto; relazioni della via, sono facilmente
reperibili su internet.
Disclaimer: le informazioni riportate in questo articolo derivano da una personale ripetizione della via dell’estate 2011 e sono da ritenersi indicative e soggette a possibili
cambiamenti legati alla natura stessa della montagna; il sottoscritto declina ogni responsabilità nell’utilizzo delle informazioni riportate nell’articolo stesso, l’ascensione
dell’itinerario proposto, in quanto attività alpinistica, è una scelta personale e responsabile. Spetta ad ogni arrampicatore verificare la solidità degli appigli e delle
protezioni presenti oltre alle proprie capacità tecniche

Parete Nord Grandes Jorasses e Culèe-Douce

Grandes Jorasses

Ci sono dei nomi che ti fanno tremare le gambe perché ne hai sempre sentito parlare e non ti sei nemmeno lontanamente mai sognato di andarci a mettere il naso: “Io su di là? Ma sei matto! Non ci penso proprio, non ci andrò mai!!”

La lettura di libri, di riviste, di articoli su avventure avvenute in quella parete ti ha, negli anni, rafforzato l’idea che te proprio mai sarai all’altezza per misurarti con “quelle robe”.

E continui ad andare in montagna, continui ad alimentare la tua smisurata passione, continui a salire lungo una linea che ha alti e bassi ma che ti proietta sempre un pochino più in avanti.

E ogni volta sogni… E ogni volta fantastichi di spazi immensi in cui solo la saldezza delle tue gambe, e soprattutto della tua testa, ti possono garantire la strada del ritorno.

L’azione è sempre preceduta dal pensiero e, prima ancora di “osare” nel fare, devi riuscire ad “osare” nel pensare. Non è uno scalino da poco.

Più o meno 3 anni fa mi capita di leggere un articolo, un racconto di Alberto Parolari pubblicato su un numero di ALP.

Chissà quante cose leggo che poi dimentico….. Questa volta invece le cose lette mi sono rimaste incastrate dentro un qualche reticolo della testa e sono rimaste lì impigliate senza mai finire nell’angolo dell’oblio anche perché ho avuto modo di incontrare (casualmente) Parolari un paio di volte in montagna e verificarne di persona l’equilibrio, la pacatezza e la disponibilità.

Il racconto parlava di una sua salita fatta in compagnia di 2 clienti, la rubrica in cui l’articolo è comparso, era intitolata “Luoghi non tanto comuni”, un paio di pagine che ALP dedicava alla recensione di salite un po’ “particolari”.

Culeé Douce era il nome di quella salita….. Google traduttore per culeé suggerisce pilastro, appoggio, per douce suggerisce morbido, molle, dolce.

Così, questa salita è rimasta “dolcemente appoggiata” sui miei pensieri per tutti questi tre anni.

Non c’è mai stata l’occasione di parlarne con nessuno, non c’è mai stata l’occasione di tirarla fuori, anche perché, quello che ancora non ho detto, è che questa salita dolce dolce non deve proprio essere visto che si sviluppa (al margine d’accordo) sulla parete nord delle Grandes Jorasses.

Questo (Grandes Jorasses), per me, è sempre stato uno di quei nomi di cui ho accennato all’inizio di queste righe.

Poi chissà cosa scatta, si programmano 3 giorni sul Bianco alla ricerca di goulotte e Culeé Douce è un nome che scrivo sulla mail che invio ai miei compagni di scalata Gambero e Davide.

I miei compagni di scalata non sono diventati tali per caso….. A volte c’è una sincronia quasi telepatica, a volte “ci togliamo le parole dalla bocca e i pensieri dalla testa”.

Quella mail in cui proponevo questa salita, è da subito diventata il catalizzatore dell’uscita, non c’era più nient’altro da fare, non c’era più il Tacul, il Maudit, il rifugio Torino, l’Aiguille du Midi…. Niente, tutto scomparso, da quel momento c’erano solo il bivacco Leschaux, la parete nord delle Grandes Jorasses e Culeé Douce.

Abbiamo salito quello scalino, abbiamo osato pensare di salire una via su quella parete, il tabù si è rotto, le Grandes Jorasses fanno una paura “bestia” ma non tanta da non poter pensare di metterci il naso. E il naso ce l’abbiamo messo, con le mani e i piedi.

Abbiamo graffiato il granito coi nostri ramponi e “bucato” il ghiaccio con le nostre piccozze.

Il racconto della salita non lo faccio, non è importante, è una salita da niente che solo la nostra pochezza alpinistica potrebbe far apparire grande, accontentatevi delle foto che forse parlano più di mille parole.

Queste foto raccontano di tre amici che hanno realizzato un sogno, tre amici che nel loro piccolo hanno “infranto un tabù”, tre amici che sono usciti da questa esperienza con una sola pila frontale (pivelli!!!), una sfacchinata di oltre 20 ore (lenti, ma dove volete andare con questo passo!!!) e la voglia di rimettersi in gioco (inguaribili!!!).

Per questo gli dico grazie!

Mauro Cappelli

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Raggio di Luce


RAGGIO DI LUCE

Sabato 5 febbraio 2011, la giornata è splendida, di quelle che ti chiamano ad andare incontro alla roccia; non occorre fare neanche troppi chilometri; gli amici, quelli di sempre; la voglia “de rampegar” pure.Il monte Penna del Gesso è incorniciato di bianco, e questo crea un incredibile contrasto con il tepore della giornata, tepore un paio di maniche, fa proprio caldo! Che bello, gli amici, la neve ,la roccia ,il cielo…Obiettivo della giornata è “Raggio di luce”, che il suo apritore Eros Rossi, è andato a scovare in un angolo tranquillo e discosto della falesia di Pietramaura.Un paio di monotiri in falesia per togliere un pò di ruggine dalle dita e poi via sotto alla parete; soliti preparativi di rito, poi la prima gioia della giornata, quando mi viene detto “parti tu”, cavoli, uno sguardo alla parete che incombe sopra le nostre teste, solito sguardo a materiale e corde e solito fiatone che sale tutte le volte che si mette mano sulla roccia; cenno ai compagni un respiro profondo e via ad immergersi nella parete.Bruno Detassis diceva “se rampega prima cola testa, po coi pei e solo a la fin cole man”, sacro, non occorrono commenti!Il primo tiro, una gran placca verticale con una fascia leggermente strapiombante al centro e la fessura di riferimento in alto, che va ad addomesticarsi solo alla fine verso il boschetto; la roccia offre buone tacche, mai grandi, ma sempre abbastanza nette per la punta delle dita; la placca è placca, muovi bene i piedi e goditi il resto; superata faticosamente (per me) la fascia strapiombante, si attacca la fessura, all’inizio impegnativa per la scarsità di appigli, poi un pò più docile ma senza esagerare; il tiro è da 50 metri, occorrono 19 rinvii e la corda pesa maledettamente ad ogni rinviata, benedetta corda; finalmente, terminata la fessura, uscendo in diagonale verso destra, la roccia appoggia decisamente e ci si rilassa un attimo, ma solo un attimo perchè, se sotto la roccia è buona, sopra non si può dire altrettanto e la sosta sulla cengetta erbosa strappa un bel sospiro una volta raggiunta.Il recupero dei compagni è faticoso quasi quanto la salita, ma le facce sorridenti che sbucano sotto alla sosta valgono bene un pò di fatica.Il secondo tiro, ad avere le ali, si salterebbe pari pari tanto è solida la roccia, si fa prima a contare cosa non si muove in quei 35 metri di roccia infida; pulire il tiro dalla roba smossa vorrebbe dire modificare completamente la morfologia della parete.Dalla sosta sulla cengia, la visione del tiro che ci aspetta non è molto confortante, la placca con quella fessura strapiombante non mette a proprio agio, ma quando di mettono in sequenza i movimenti, trovando sempre il giusto appoggio per il piede e la giusta presa per la mano, ci si rende conto della bellezza del tiro; qua e là ancora qualcosa si muove, ma il gusto per l’arrampicata è al massimo e quando i piedi si posano sul “pulpito del poeta” aerea e splendida sosta panoramica, il cielo viene a farsi toccare con un dito, è felicità.Con le chiappe comodamente appollaiate sul pulpito, il recupero dei compagni è più piacevole, la decisione è semplice e naturale, cambio di testimone al comando della cordata per le ultime due lunghezze ridotte poi ad una sola per praticità.Il quarto tiro è battezzato più semplice dei precedenti, ma si esegue praticamente tutto in traverso e diagonale, quasi quasi era meglio farlo da primo, il quinto, unito insieme al quarto, è come quando finita una corsa trovi il tappetino rosso che accompagna gli ultimi metri prima del traguardo.Sorrisi, strette di mano e birra media sono il giusto finale di una bella giornata, ma dico io, per una birra vale la pena tanta fatica? vale, vale la pena, ogni centimetro di roccia, ogni bracciata di corda, ogni moschettonata vale la pena di tanta fatica, e il sorriso dei compagni? quello fa giornata da solo.Buona montagna a tutti!

Cascate in “Valle dell’Orco”

Sono stato in Valle dell’Orco a fare ghiaccio e questo breve reportage vuole essere uno stimolo per chi non c’è stato ed è alla ricerca di posti nuovi.
Dove alloggiare:
Io sono stato al Rifugio Massimo Mila, a monte del lago di Ceresole Reale (TO).
Il trattamento di mezza pensione costa 35€ a testa e comprende porzioni abbondanti di cena e colazione.
Siamo nell’area piemontese del Parco Nazionale del Gran Paradiso, si vede qualche sporadico sciatore di fondo accompagnato da ancora più sporadici ciaspolatori.
Eravamo gli unici ospiti del rifugio, se vi piace il casino qui è un mortorio, se amate la pace e la tranquillità è un paradiso
Ghiaccio per tutti:
Incanalando con un sistema di tubazioni e di cavi metallici per invitare  l’acqua a scendere in un certo modo, alcuni local hanno creato una falesia di ghiaccio che è fra le più grandi d’Italia.
Bellissima, a 5 minuti dalla strada, praticabile e sicura anche con rischio valanghe 5.
Ci sono colonne di ghiaccio e placche gelate alte 30 mt.
A parte alcune linee appoggiate, la maggior parte del ghiaccio è decisamente verticale e il primo approccio incute timore.
In realtà  tutte le linee sono attrezzate alla sommità  con anelli di calata facilmente raggiungibili per sentiero per cui anche il neofita, pur trovandosi di fronte colonne ciclopiche a 85-90°, può comodamente arrampicare in moulinette con la corda dall’alto e in tutta sicurezza.
Inoltre, la frequentazione del luogo, fa si che le linee di ghiaccio siano estremamente lavorate e si sale trovando sempre agganci ed appoggi che facilitano la progressione a dispetto della verticalità .
La palestra si chiama falesia dei mutanti e si trova a sinistra (salendo) subito dopo l’uscita della lunga galleria che si incontra qualche chilometro prima di Ceresole Reale.
Solo per pochi:
Nella falesia ci sono anche alcune linee di dry.
Fra vari M7 e M8, c’era anche un presunto M10 chiodato ma non ancora liberato.
In 4 tentativi Raffaele Mercuriali da Forlì (S. Martino in Strada per la precisione) libera il tiro fra l’ammirazione generale della piccola folla ammutolita accorsa a guardare un romagnolo che, direttamente dal fondo della pianura Padana, è venuto a chiudere in 4 giri un tiro che a loro (montanari doc) non era ancora riuscito in settimane di tentativi!
Un bravo a Lele che, lo dico gongolando, E’ MIO AMICO!!!!!
Altre proposte:
Per chi si trova stretto a fare ghiaccio solo in falesia, ci sono alcune interessanti cascate nei paraggi di cui riporto solo quelle salite personalmente:
Balma Fiorant, 150 mt, soste a spit, grado 4+ discesa in doppia lungo la salita, avvicinamento 5 minuti.
Bellissima, dopo un primo tiro su placca appoggiata, si affronta una candela verticale di 10-12 mt che rappresenta il tiro chiave della salita.
Dopo la candela, la cascata si incunea in una stretta gola per altri 2 tiri di corda di puro godimento.
Gecco Lavico, 330 mt, soste da attrezzare su ghiaccio, qualche cordone su pianta, 4+ su ghiaccio con passi facili di misto, discesa lungo la via con doppie in parte su piante (cordoni presenti) e in parte da attrezzare.
Avvicinamento 45 min-1 ora.
L’accesso automobilistico è lungo il vallone di Piantonetto (valle laterale sulla sx orografica della Valle dell’Orco).
La relazione indica fra il materiale necessario per la salita, alcuni frends medio piccoli, nelle condizioni in cui l’abbiamo trovata noi abbiamo usato solo il grigio (camalot) sul tiro in goulotte.
Salita da intraprendere solo con condizioni di innevamento sicure, il rischio di slavine è altissimo!!!
Candela di Piantonetto, 150 mt. soste in parte presenti, in parte da attrezzare, grado 5, discesa in doppia lungo la via.
L’accesso automobilistico è poco oltre (1 km circa) a quello descritto nell’itinerario precedente in corrispondenza di un tornante posto proprio in prossimità  dell’attacco.
Si sale per tre tiri facili fin sotto la verticale candela finale.
Si affronta la candela seguendo la linea di minore resistenza in corrispondenza di un diedrino leggermente accennato che, dopo 15 mt, allenta la verticalità  e consente di uscire più facilmente dal tiro andando a sostare su pianta a dx sopra il salto.
Da qui si comincia la discesa.
Con corde da 60 mt si arriva ad una sosta a spit, altri 60 mt. non sono sufficienti a depositarvi alla base della colata e si deve quindi attrezzare su ghiaccio un’ulteriore ultima doppia di circa 10-15 mt.
Anche questa salita, come la precedente, non va assolutamente affrontata con condizioni di innevamento instabili.
Chi è interessato ad altre info o per ulteriori chiarimenti mi può contattare al 335.5828490.
Ciao Mauro

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Sogno di mezza estate “o d’inverno”

Peccato non si possa definire una salita invernale anche se c’erano tutte le condizioni,neve freddo, non molto a dire il vero,ma quei due giorni che mancano al calendario ci condannano ad una salita autunnale.

Sulla via penso sia gia  stato scritto di tutto e di più, continuare a fare i complimenti agli apritori mi sembra banale e scontato anche se trovare una linea di salita su roccia solida in um mare di marciume non  cosa da poco.

Vorrei provare ha trovare qualche critica da fare alla via: ad esempio la penultima (?) protezione del secondo tiro andrebbe alzata abbassandola (?) a dx verso il centro.e riguarvo alla variante del terzo tiro  del tutto illogica di solito le varianti si fanno x rendere le vie lineari non per allungarle anche se passa sotto a dei bellissimi tetti con difficoltà  contenute ed esce in un bel diedro stapiombante.perchè pensandoci bene visto la scarsità  di roccia da quelle parti forse non è un gran difetto.

Accidenti allora visto che non riesco a trovare niente da criticare mi voglio fare dei complimenti a me x essere riuscito a salire tutta la via con gli scarponi ai piedi ed in arrampicata libera e un grazie alla Claudia che mi ha seguito sulla via

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