Piccola Fermeda e Torre Firenze ( di Mauro Cappelli)
6 e 7 Agosto 2009, ci siamo di nuovo, il week end è libero da altri impegni, la meteo promette spettacolo e si può tornare alle amate rocce dolomitiche.
Abbiamo un programma “full immersion” nella natura: 2 giorni, 2 vie e una dormita all’addiaccio col sacco a pelo, senza tenda, tanto è bello e non piove.
Compagni d’avventura 2 allievi freschi freschi di corso AR 1: Chiara e Marco.
Marco l’ho già “collaudato” alla fessura Buhl, Chiara è la prima volta che viene con me ma ho avuto modo di misurare le sue capacità e la sua resistenza nelle uscite pratiche del corso finito da poco.
Quando li ho chiamati dicendo “andiamo in Val Gardena e dormiamo per terra, dove capita, senza tenda”, non so se hanno dubitato delle mie capacità intellettive, comunque hanno accettato di buon grado e, apparentemente, senza manifestare particolari perplessità.
Solito ritrovo al parcheggio del Class Hotel di Faenza alle 4 del mattino, soliti 400 Km e solite esclamazioni di stupore quando, al nostro arrivo in valle, le assolate rocce del versante sud delle Odle ci invitano a salire…..
Il programma che ci siamo fatti per oggi è la salita alla cima della Piccola Fermeda per lo spigolo Sud-Est (via Leuchs, la fredda matematica dice: sviluppo della via 750 mt., difficoltà IV).
L’impianto ci porta in pochi minuti dai 1.430 mt. di S.Cristina ai 2.100 del Col Raiser, da qui proseguiamo a piedi e dopo un’oretta scarsa siamo all’attacco della via.
I primi 4 tiri ci fanno superare uno zoccolo di erba verticale piuttosto fastidiosa e ci depositano alla base del tiro chiave: una fessura su roccia bianco-giallastra non proprio sanissima.
Il 7° tiro lascia le rocce della Grande Fermeda e, attraversata la gola che le divide, prende quelle della Piccola Fermeda.
Lì la roccia migliora, l’arrampicata è divertente e, quando si arriva sul filo dello spigolo, è piacere allo stato puro.
Lo spigolo è facile III/III+, non ci sono chiodi intermedi né soste pronte però ci si arrangia con gli innumerevoli spuntoni che di norma abbondano quando si arrampica su quel grado.
La corda fila via liscia e ogni 60 mt., quando finisce, mi fermo, “faccio sosta”, recupero i secondi e riparto per i successivi 60 mt. fino alla cima……. dell’anticima.
Poi dall’anticima c’è un po’ di sali-scendi-attraversa fino all’ultimo salto che porta sulla cima vera e propria della Piccola Fermeda.
Dietro di noi ci sono tre amici (Serghej, Riccardo e Davide) che sono su da qualche giorno in ferie, nei giorni scorsi hanno salito una via ferrata e oggi si sono aggregati a noi per questa salita.
Sono rimasti un po’ più indietro così decidiamo di aspettarli sull’anticima visto che c’è uno splendido sole e una comoda piazzola.
In basso, i prati della Val Gardena sembrano un immenso campo da golf, i diversi tagli della fienagione formano quadrati con tonalità diverse di verde, lungo i sentieri si vede qualche escursionista, il vento ci porta alle orecchie il loro indistinto vociare, di fronte a noi il Sassolungo reso offuscato dal sole in controluce, poi, un po’ a sinistra, il gruppo del Sella con la “locomotiva” che ne traina le Torri, il Lagazuoi, la Tofana …… così, crogiolati dal sole, potremmo quasi addormentarci.
Una barretta, un sorso d’acqua e la constatazione che ormai l’ultima corsa dell’impianto che dal Col Raiser porta alla macchina è persa, pazienza, ce la faremo a piedi……
Speriamo di arrivare in tempo per mettere qualcosa sotto i denti, in fondo siamo svegli dalle 3 e mezzo e abbiamo fatto solo una colazione veloce in autogrill!!!
Si sentono le voci della cordata amica che ci segue, ci hanno raggiunti e ci rimettiamo in moto.
La traversata che dall’anticima conduce alla cima si può fare anche in conserva con brevi tratti in sicurezza ma la progressione in conserva con una cordata da 3 non mi attizza per niente quindi, anche se impieghiamo più tempo, opto per “fare i tiri”.
Sono già stato altre 2 volte sulla Piccola Fermeda (per altre vie) e conosco bene la discesa, dovessimo anche fare buio non sarebbe un problema.
Per ogni evenienza abbiamo anche un paio di pile frontali poi in queste notti c’è luna piena e, alla bisogna, saprà eventualmente illuminarci lungo il sentiero di rientro alla macchina.
In cima c’è il libro di via, lo sfoglio per trovare traccia della mia salita del 23 Dicembre scorso quando sono arrivato fin quassù con Marisa; mi ricordo che la penna, gelata dalla bassa temperatura, non ne voleva sapere di scrivere ma con cocciutaggine riuscii e farla “partire”.
Lasciamo traccia di questa splendida giornata su una pagina nuova del libro e iniziamo la discesa.
Come succede tante volte, la discesa non è affatto più agevole della salita e non si deve commettere l’errore di sottovalutare le roccette di II° e III° (che sono la via normale di salita) anche perché la giornata comincia ad essere “lunga” e la stanchezza inevitabilmente affiora.
Per Chiara è probabilmente la prima “vera” esperienza di montagna dopo le uscite del corso, così, per procedere più celermente e con maggiore sicurezza su quel terreno per lei poco abituale, la lego a me in conserva corta e questo effettivamente ci sveltisce il passo al punto che, arrivati fuori dalle rocce, sui pascoli alti dove non è raro incontrare qualche camoscio, abbiamo lasciato indietro il resto della “combriccola” e ci sediamo ad aspettarli.
Non tardano molto e non tarda neanche l’imbrunire : “dopo l’ultima corsa dell’impianto, ci salta anche la cena”.
Comunque la salita è fatta, adesso siamo sul sentiero, fuori da ogni pericolo oggettivo, c’è solo da camminare fino a S. Cristina per arrivare dove sono le macchine.
Arrivati in vista di malga Piera Longia che sono circa le 22,00, dalla finestra, inaspettatamente, vediamo filtrare la luce di una lampadina: il “malgaro” non è andato a letto così riusciamo a rimediare una bella birra e un corroborante tagliere di speck e formaggio.
Il giusto coronamento alla giornata fantastica che abbiamo vissuto, ce lo da la luna piena che, facendoci risparmiare le pile delle nostre frontali, illumina il sentiero che ci conduce alle macchine.
Avevo in mente di dormire coi sacchi a pelo nei boschi all’imbocco della Vallunga (dato che domani saliremo la Torre Firenze era un modo per portarci in zona) ma vista l’ora e lo stato di “degrado” della compagnia, optiamo per fare una stesa di sacchi a pelo sulla collinetta erbosa che dista non più di 50 mt. dalle macchine.
Sarà che siamo in piedi dalle 3, sarà che abbiamo scarpinato tutto il giorno, tutti ci addormentiamo senza bisogno che nessuno intoni alcuna ninna nanna e fino alle 8 del mattino nessuno turba o interrompe i nostri sogni.
Alle 8, col risveglio, si fa “l’inventario” delle ammaccature e delle indolenziture rimaste dal giorno prima e la compagnia subisce delle importanti defezioni: i tre amici che ieri ci hanno seguito decidono di proseguire le loro ferie con un programma più “soft”: andranno alla città dei sassi a fare monotiri e prendere un po’ di sole.
Noto invece con piacere che i miei impavidi compagni di cordata (Chiara e Marco) sono ancora carichi come delle balestre nei giorni del Palio, dunque, come da programma, si va alla Torre Firenze.
La via scelta è lo spigolo Ovest, 550 mt. che non superano il IV+.
L’unica perplessità consiste nell’imbroccare l’attacco giusto, per nulla evidente…… Anzi, l’attacco è evidente, è la torre che non lo è!
Infatti, dai ghiaioni basali, si attraversano almeno un paio di ipotetiche “torre Firenze” e risulta determinante, per indovinare quella giusta, l’osservazione della fotografia dove si riconosce il “ghiaione” da risalire.
All’attacco della via non c’è niente di particolare e lo schizzo tecnico indica che nel primo tiro l’unica cosa che si incontra è uno spit alla prima sosta, 30 mt. più sopra.
Inizio a salire dove mi sembra più logico salire ma siamo sul III+, si può stare più a destra come più a sinistra e non ci sono passaggi caratteristici che confermano la giustezza dell’itinerario.
Comunque, dopo 30 mt., mi trovo davanti al grugno lo spittarello vecchio e striminzito che rappresenta l’arrivo in sosta, “Ok ragazzi, siamo sulla Torre Firenze e siamo sulla nostra via!!!”
Da lì, la precisione dello schizzo tecnico che caratterizza quasi tutte le relazioni del gardenese Bernardi non concede errori di interpretazione e i restanti 520 metri della via filano via lisci che è un piacere.
E’ agosto, è domenica, c’è alta pressione e qui siamo l’unica cordata neanche fossimo in capo al mondo!!!
Chissà che calca alle torri del Sella o alla sud del Ciavazes!
L’alpinismo che mi piace è anche questo, non il grado (che per altro non ho), non l’impresa sempre e ad ogni costo (che per altro non so fare), non l’esasperazione del gesto e dell’azione (che mi riesce con pessimo profitto), quello che cerco è “integrarmi”, per questa giornata, alle rocce che tocco, agli appigli che stringo, agli appoggi che spingo.
C’è il cielo, ci sono le nuvole, ci sono le rocce e ci sono anch’io che, almeno per ora, almeno in questo momento, ne faccio parte, sono un ciuffo d’erba in più, un camoscio aggiunto, un larice trapiantato, un diedro o una roccia.
Questo è lo spirito; dobbiamo chiedere permesso ed entrare in punta di piedi perché siamo ospiti non richiesti in questo quadro stupendo.
Quando domani saremo tornati alle nostre attività, giù nella bassa, questa meravigliosa tela non dovrà essere stata modificata dal nostro effimero passaggio affinché altri possano godere di quello che oggi noi abbiamo avuto la fortuna di godere.
Anche nel mondo alpinistico, a tutti i livelli, sia fra i “quartogradisti” che fra “gli eletti”, ci si perde a volte in discussioni su spit si, spit no, buco o non buco, a vista o rotpunkt e magari ci sfugge l’essenza: quanto impatta il nostro modo di vivere la montagna su questo fragile ecosistema?
In questa due giorni da sogno, in cui ho appagato il mio “desiderio” di natura, per farlo ho bruciato 50 lt di gasolio, ho utilizzato un impianto di risalita, mi sono abbigliato con capi dalle fibre mirabolanti, ho utilizzato strumenti che sono gioielli della tecnica, tutte cose insomma che ho potuto comprare pagandole “di tasca mia” come si dice.
Ma chi pagherà e quale moneta servirà per cancellare l’impronta che oggi io lascio, attraverso la fabbricazione e il consumo di tutte le cose che ho comprato?
Capisco che è un dilemma che difficilmente può trovare una soluzione ma serve a me per darmi un approccio più consapevole (ed anche più umile) a questo meraviglioso “passatempo” che è l’andare per crode.
Ho divagato, ma tanto che sono solo in sosta, mentre recupero i miei compagni di cordata, mi aggroviglio nei pensieri che il contatto con la bellezza del luogo stimola e fa secernere.
La cima della Torre Firenze non è una vera cima, è collegata con una piccola sella terrosa all’altopiano della Stevia che degrada dolcemente verso Sud Est con verdeggianti pascoli prima di buttarsi nel solco verticale della Vallunga.
Il rifugio Stevia ci serve l’ennesimo tagliere di formaggio e speck che il simpatico rifugiere ci insegna come tagliare per apprezzarne appieno il sapore.
Sulle panche di legno, appoggiati al muro esterno di sassi del rifugio, ci riempiamo gli occhi con le frastagliate cime dei Cir che da questo privilegiato balcone di osservazione si fanno particolarmente apprezzare.
Ragazzi, siamo arrivati all’epilogo, dalla Romagna ormai ci separano solo 40 minuti di sentiero che scende in picchiata sulla macchina e la solita autostrada che solca un orizzonte sempre più piatto salvo poi tornare ad ondularsi nuovamente e dolcemente nei profili arrotondati dell’appennino.
A Chiara e Marco un grazie di tutto e….. alla prossima!
(per le altre foto andare nella pagina foto/video)