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Non mollare la presa

  • ottobre 16, 2009 17:16
Non mollare la presa
Riflessione in occasione dei decennali della fondazione della Scuola di Alpinismo e Scialpinismo Pietramora e del muro di arrampicata Yellowstone.
di Gigi Mazzotti

I grandi uomini ottengono i loro successi in virtù della loro forza e volontà, nella piena convinzione dei propri mezzi che li porta a compiere imprese che fanno la storia.
Ma anche il lavoro di ogni giorno può portare risultati, quello fatto di presenza quotidiana, mosso da motivazione e perseveranza. “Non mollare mai la presa!” era la frase che ripeteva spesso un mio vecchio e indimenticato maestro del Rione Rosso.
E’ stato un anno importante questo per il CAI (il 2004) e mi piace associare al ricordo di quella grande impresa compiuta dalla spedizione di Ardito Desio, il ricordo dell’inizio di una mia nuova esperienza.
Cinquant’anni fa l’alpinismo Italiano raggiungeva la seconda cima del mondo, dieci anni fa cominciavo una attività coinvolgente più di un lavoro, divertente più di un qualsiasi gioco ed altrrettanto appagante per lo spirito….: fare l’Istruttore di Alpinismo.
E’ un accostamento irriverente, d’accordo, ma gli anniversari hanno tanto valore quanto ci coinvolgono nei sentimenti e questo decennale per me ha un grande significato.

Come ricorda il mio Direttore Nicoletta, il 24 novembre 1994 è nata la Scuola di Alpinismo e Scialpinismo “Pietramora”, della quale ho fatto parte fin dall’inizio come Aiuto Istruttore spinto proprio da lei. Ero l’ultimo arrivato, con pochissima esperienza, ma la mia Maestra si era molto impegnata affinchè il suo primo allievo non fallisse e non potevo mollare.
In quello stesso anno, il gruppo dei “cinque” (nome chiaramente derivato dal fatto che erano proprio in cinque), realizzò col supporto finanziario della palestra “Lucchesi” e del CAI di Faenza, quello che fu poi battezzato “Yellowstone”, il muro giallo. Ed io? Di nuovo ero l’ultimo arrivato: il “sesto”, ma non furono mai capaci di liberarsi della mia presenza, così che ricordo le serate nella mia vecchia officina a costruire i supporti, prepararare e forare i pannelli e a casa di Tiziano ad incollare l’abrasivo e poi in palestra a verniciare ed installare la struttura. Dall’inaugurazione, il 30 settembre 1994 fino ad oggi, ci siamo dati da fare per custodire e gestire “il nostro Muro”.
Guardando il vecchio bollettino del CAI di FAenza (Anno XVI n: 48), di dieci anni fa per l’appunto, nella stessa pagina trovo la celebrazione del 40° anniversario della conquista del K2 e l’annuncio che il gruppo roccia di Faenza ha realizzato lo “Yellowstone”… sarà un caso, ma mi piace questa concomitanza. In tutto questo tempo abbiamo avuti alti e bassi. “Yellowstone” ha visto gente andare, altri arrivare, “ma non abbiamo mai mollato la presa”….. e abbiamo portato (per il terzo anno consecutivo) un “muro artificiale” nella piazza della Libertà, che il CAI Faenza col gruppo Yellowstone, ora più folto e motivato, offre alla cittadinanza per una settimana.

Dieci anni divertenti, ma anche impegnativi, perchè lasciarmi coinvolgere è una cosa che mi riesce con grande facilità. Provo grande piacere ad offrirmi quanto più possibiule nei corsi della Scuola Pietramora, che nel frattempo è cresciuta e si è sviluppata a macchia d’olio, anche geograficamente, in quanto oggi copre tutto il territorio della Romagna, con un organico di 15 Istruttori si Scialpinismo e 38 di Alpinismo.
Questa crescita ha richiesto sempre più partecipazione ai propri collaboratori e allora mi sembrò quasi doveroso accettare di occuparmi della Segreteria. Ma forse perchè mi mancava l’ufficializzazione di un incarico, che era quello che maggiormente mi motivava o forse perche sono proprio un autolesionista, decisi di partecipare al Corso per il titolo di Istruttore di Alpinismo (a 52 anni suonati!).
E questo 2004 è stato l’anno in cui ho festeggiato anche il conseguimento di questo titolo, parlo di festeggiare in senso liberatorio, perchè concludere questo esame per me è motivo di grande soddisfazione, in quanto il clima che regna in questi esami non è quello che psicologicamente io gradisco. L’idea di mettermi in gioco alla mia più che matura età e sentirmi osservato, giudicato, quasi sezionato, da persone, grandi alpinisti senza dubbio, ma che spesso hanno esperienza di vita minore di me, mi ha creato qualche problema. L’importante, tuttavia era “non mollare la presa”.
Sì, sono sempre più convinto che “il lavoro alla fine paghi”. Non ci sarà nulla di eroico nel lavorare lontano dai riflettori, ma comunque è grande la soddisfazione di veder crescere il frutto della semina e della cura che si è avuta nel proprio giardino, senza mollare mai.

Ad Erto con Mauro Corona

  • ottobre 15, 2009 18:14
Ad Erto con Mauro Corona
Dialogo con Mauro Corona.
di Renato Placuzzi e Genni B.

Un ‘ruffo’ di capelli tenuti a stento da un fazzoletto annodato alla nuca, occhi neri profondi, braccia nude…
Il bar di Erto è pieno di gente seduta a i tavoli ma la fisionomia è nota e balza agli occhi. Immediatamente.
Alza gli occhi, sorride di un sorriso aperto, amichevole. Le mani si staccano dal bicchiere di vino rosso e gesticolano in modo deciso, ci fanno segno di sedere al tavolo con lui.
Non ce lo facciamo ripetere e ci troviamo a conversare con Mauro Corona come vecchi amici, il bicchiere di vino rosso in mano.

“Lo vedi questo? E’ un amico, inseparabile..un amico – nemico.
E’ stato in certi periodi della mia vita un amante traditore, di cui subivo il fascino e le conseguenze nefaste….
Ora non più. Posso smettere quando voglio. La montagna aiuta anche in questo. La montagna, la solitudine con te stesso sai…ti fa riacquistare la tua dimensione umana ed etica. Ti riconcilia con te stesso e con il mondo. Sono stato solo in una grotta per qualche tempo e senza questo (indica il bicchiere di vino) …. sai, non ne ho sentito neanche il bisogno.
I giovani devono capire che possono farcela con le loro sole forze perché la volontà è potenza.Basta tirarla fuori.”

“Perché hai scritto un libro in cui ti metti a nudo in modo così totale?”

“Dovevo pareggiare i conti con il mio passato, dovevo rivederlo sulla carta per potermi riconciliare con lui … eh …ne ho fatte di “cazzate”!
Non sono un mito, sono una persona con i suoi difetti. Voglio che i giovani si guardino dai falsi miti.
La dipendenza, qualsiasi essa sia, uccide la libertà, è da combattere e vincere.
E voglio che i giovani che vanno a scalare sappiano che è da fessi rischiare per il gusto di quel subdolo brivido dell’estremo….
Ti fa sentire vivo…ma vivo – morto…è un attimo.
E’ una lezione che ho vissuto sulla mia pelle, sulla mia esperienza, per anni.
Mi è andata bene ma c’era scritto da qualche parte… ho potuto aprire quelle trecento e oltre vie quasi sempre rischiando la pelle.
E’ assurdo. Ne ho sprecato di tempo…”

“Hai ‘sprecato’ tempo……”

“Soffrire oltre l’umano come ho sofferto io annulla il vero piacere della scalata.
Oggi penso che non si debba soffrire così, che questo tipo di sofferenza tolga tempo alla vita.”

“E il risultato che hai conseguito ?”

“Sì certo, sono orgoglioso delle vie aperte ma quanto tempo ho sottratto al vero piacere dell’arrampicare per arrampicare, al piacere di muoversi, studiando il movimento con serenità, con calma, in un tutto armonico con la montagna….”

“La montagna quindi si gode più su un quarto grado che su un settimo?”

“Su un quarto, quinto grado sei più libero. Puoi permetterti di gustare i movimenti, puoi “nuotare verso l’alto”con stile, perché lo scalare è nuoto in un elemento diverso dall’acqua , ma è nuoto ascendente…. Su un quarto grado puoi gustare ciò che ti circonda….
Fermarti e spaziare con lo sguardo..senza stressanti paure.”

“La montagna quindi per te è stata tiranna…”

“ Nel senso che mi ha soggiogato la sfida del traguardo.
La sfida con me stesso mi ha reso..sì..schiavo.
Godere della montagna non deve e non può significare giocarsi la vita.
Anche questo voglio dire ai giovani: la vita è troppo importante ”

Genni B. – Renato Placuzzi

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