Anello Castellani e Canalino della Rombuscaia

Corno del Catria

(gennaio 2010)

L’idea era nell’aria già  da tempo, si decide e si parte, destinazione Corno del Catria con l’intenzione di salire tutta la cresta che corre a sud-est fino a congiungersi con l’anello Castellani alla Sella del Corno, salire il canalino della Rombuscaia, tornare alla sella e ridiscendere la cresta per tornare all’auto.

Sara, Serghei e Renato formano la compagnia, ranghi serrati e si sale, un bel sentiero nel bosco immerso nel suo letargo invernale, poi traccia per prati e rocce affioranti con qualche macchia di neve qua e là , e finalmente la cresta.

Il vento, da sud, impetuoso e freddo, ci stuzzica un pò, ci provoca, ma parte del tracciato corre al riparo, nascosto ad esso; la cresta, larga all’inizio, si restringe man mano che si sale fino a diventare lama in alcuni passaggi, l’esposizione in certi punti non manca proprio, di neve non se ne trova tanta, più che altro si trova galaverna ventata e ghiacciata, croccante.

Verso la fine attraversiamo, legati a corda, un tratto molto esposto e sottile, quasi lo si cavalca, poi la cresta si allarga di nuovo fino culminare in una insellatura con un salto roccioso che si separa dalla Sella del Corno, per raggiungerla scendiamo uno stretto canalino carico di neve per poi traversare sotto al salto roccioso e risalirne al di là , proprio alla Sella del Corno dalla quale scendiamo verso sud e traversando qualche centinaio di metri ci portiamo all’imbocco del canalino della Rombuscaia; un pò di materiale, la corda di nuovo in vita e su, il freddo si sente molto, invece le dita no, l’alberello in mezzo al diedro è come qualcuno che ti aspetta e ti tende la mano per aiutarti salire, si sale; una volta fuori dal canalino bisogna trovare la catena della prima doppia poco sotto la cima del Corno, che sarebbe anche molto ben visibile se non fosse completamente incrostata di galaverna,

ben mimetizzata con il resto del mantello ghiacciato che copre quella parte di roccia; si scendono le quattro doppie in un silenzio invernale, ovattato, le scarpe in mezzo a quel poco di neve che resiste nell’ombra non fanno alcun rumore, infine ci si ritrova sul sentiero per tornare alla Sella del Corno, a memoria rifacciamo il percorso a ritroso, il canalino innevato in salita e tutta la cresta, legandoci nello stesso punto,giù fino al sentiero che riconduce all’auto.

Come al solito tutto termina con i piedi sotto un tavolo e la birra sopra, una bevuta insieme continua a mantenere saldo il legame tra di noi anche dopo che abbiamo riposto le corde nel sacco, la cordata continua…

Come sempre buona montagna a tutti, Lorenz

GUARDA TUTTE LE FOTO

“Qualcosa è nascosto. Vai a cercarlo. Vai e guarda dietro i monti.

Qualcosa è perso dietro i monti. Vai! è perso e aspetta te.”

RUDYARD KIPLING

Il Sogno del Gran Scozzese

Parlando di sogno visto la stagione, soprattutto per chi pratica ghiaccio, può venire in mente solo lui: IL SOGNO DEL GRAN SCOZZESE in val daone.
Ok ma le 24 ore cosa centrano direte voi ?No non ci abbiamo messo 24 ore a fare la via, anche se ; bravi ma lenti è un termine che ci si addice.
Partiamo dall’inizio cioè dalla partenza dal casello dell’autostrada di cesena alle tre del mattino il che vuol dire sveglia alle due.
Il viaggio verso la val daone ci porta via poco più di quattro ore, pausa di rito alla locanda La paia dal Placido per avere info sulle cascate e il pericolo valange.Le cascate sono tutte buone “non è mai stata così bella come quest’anno” lo dice tutti gli anni di
qualsiasi cascata tu gli chieda, bisogna conoscerlo il Placido!
Saliamo in auto sino la fine della valle parcheggiamo al lago di malga boazzo, una breve occhiata verso lo scozzese ci guardiamo in faccia e la decisione è bella che presa,il sogno del gran scozzese 13 02 2010 n2 07 si va! Sulla colata ci sono gia altre cordate una molto alta, altre due più basse.Il rapido avvicinamento lungo il lago e arriviamo all’attacco: i prini tre tiri si svolgono in una splendida goulotte non difficili il problema è che il ghiaccio tirato giù dalle cordate sopra si incunea li ,il sogno del gran scozzese 13 02 2010 n2 09 così alla sosta del secondo tiro decido di non usare la sosta attrezzata nella goulotte ma di fare sosta su ghiaccio sotto un muro verticale più a dx, in teoria più al riparo.Teoria che viene puntualmente smentita pochi attimi dopo che dò il via ai miei compagni un grosso colpo alla testa secco mi stacca di netto la parte superiore del casco e mi lascia rintronato per diversi minuti.Ricomponiamo la cordata e ripartiamo ormai siamo ai tiri verticali, più riparati dalle scariche, ma anche più duri.il sogno del gran scozzese 13 02 2010 06Faccio un unico tiro del quarto e quinto andando a fare sosta nella grotta di ghiaccio a metà del muro.La stanchezza e il poco allenamento cominciano a farsi sentire e gli ultimi due tiri sono ancora duri ma piano piano senza fretta ne usciamo dopo poco più di sei ore.Le doppie nel bosco ci fanno perdere un pò di tempo e così arriviamo giù agli zaini che è buio, ci chiediamo il dafarsi per  il giorno dopo ma tutti e tre ne abbiamo avuto abbastanza così decidiamo di mangiare qualcosa dal Placido che ci fà le congratulazioni, quattro chiacchere di rito e si riparte senza fretta ,tanto domani è festa.E cosi torniamo a dormire nei nostri letti circa 24 ore dopo che li avevamo lasciati la notte prima.UNA BELLA IMPRESA
Partecipanti Andrea, Davide e Claudiail sogno del gran scozzese 13 02 2010 n2 14

Cascate di Ghiaccio “Riva di Tures” e “Val Daone”

Cascate: che passione!!!

Arriva la stagione fredda, una piccola comunità di climbers si affanna ad affilare becche d’acciaio, punte forgiate e frese, intasa i forum chiedendo se questa o quella sono “formate”, chiede come sono le condizioni degli avvicinamenti, quanta neve c’è sotto, quanta ce n’è sopra; possono essere interrogati a bruciapelo sulle temperature minime registrate in tutto l’arco alpino senza alcun timore di essere colti impreparati.

Perché tanta frenesia? Di cosa si stanno occupando?

Di salire flussi gelati, cascate, candele, festoni, qualsiasi cosa “liquida” resa “solida” dal freddo.

Il cascatismo è una malattia (prima di essere un movimento alpinistico) di cui è affetta una piccola percentuale di climbers: a naso si può dire che su 10 che arrampicano in palestra/falesia, 3 fanno anche vie alpinistiche in montagna e 1 fa anche cascate in inverno. Su queste percentuali possiamo discutere ma non credo di essere tanto fuori dal seminato…..

Anche quest’anno le danze in punta di becca e di rampone sono cominciate, che inverno sarà per gli ice-climbers questo che ci sta davanti lo scopriremo strada facendo, per ora si è passati dal freddo-freddo di metà dicembre al caldo-caldo del periodo natalizio, comunque la formazione delle linee da salire è già a buon punto e c’è di che divertirsi.

Per “inaugurare” la stagione del ghiaccio ci siamo trovati il 19 e 20 dicembre a Riva di Tures con temperature prossime ai 20 sottozero.

Riva di Tures 019

La compagnia non lasciava spazio a dubbi o tentennamenti: con me c’erano Raffaele, Andrea e Davide.

A noi si è aggregato Fabio, un amico di Raffaele che non arrampica su roccia ma che ogni tanto si fa “portare” a fare una gita in punta di ramponi; unico caso, credo al mondo, di una persona che fa ghiaccio senza arrampicare su roccia…..

Abbiamo salito Ursprung, una bella colata di 3 lunghezze, Riva di Tures 028raggiungibile con un’ora e mezzo di avvicinamento in cui si attraversa una zona boschiva uscita direttamente dalla pagine patinate di un libro di fiabe.

Abbiamo scelto Ursprung intanto perché eravamo certi, da informazioni preventive, che era ben formata, poi per la sua larghezza che ha consentito alle nostre 2 cordate la salita contemporanea su due linee parallele (evitando lunghe attese della cordata dietro per non farsi scaricare addosso dalla cordata davanti cariolate di ghiaccio).Riva di Tures 006

Il giorno dopo abbiamo finito gli avambracci prima su una candela di 45 mt baciata dal sole, poi su un piccolo anfiteatro che funge da palestra di ghiaccio in cui si può arrampicare anche in moulinette.

Il week-end si è chiuso col buio, la ruggine dai ferri è stata tolta…..

Dopo un avvio così promettente, è arrivata un’improvvisa ondata di caldo che ha un po’ cotto le cascate già formate (qualcuna è proprio crollata) e ci ha fermato fino all’inizio del nuovo anno quando un paziente lavoro di gocce gelate, come milioni di operai in un cantiere, hanno “riparato” le cascate rotte rendendole di nuovo salibili e godibili.

Altra meta classica del ghiacciatore, ci siamo stati il 3 e 4 gennaio, la Val Daone.Val Daone 052 copia

Questa volta non una compagnia collaudata ma addirittura due new entry (Elena e Paola alla prima esperienza su cascata) assieme al trio Davide, Giuliano e me.Val Daone 040

Come reagiranno le giovani “pulzelle” al contatto col freddo e l’impaccio dei ferri ai piedi e alle mani?

Beh, ci hanno dato paga: 2 trattori, inarrestabili, sempre davanti negli avvicinamenti (noi con la lingua lunga per tenere il passo e loro che parlavano allegramente di questo e di quello!!!!), sulla cascata sono salite leggere senza bisogno di battere le picche come un maglio eppure restandovi bene attaccate……Val Daone 050

Forse è presto per dirlo, ma la comunità romagnola degli ice-climber conta due nuovi elementi (oltretutto donne, una vera rarità nel mondo dei ghiacci!!!).

Cosa abbiamo salito?

Il primo giorno la cordata Davide, Elena, Giuliano ci è cimentata con successo su “Super Paio”, mentre la cordata Mauro e Paola si è ingaggiata su “la porta del sole”.

Il secondo giorno entrambe le cordate (senza Giuliano che ha curato le unghie nere dei pollicioni restando al calduccio nel letto “da Placido”) sono salite su “excalibur” confermando (le due pulzelle) gli entusiasmi del giorno precedente.

L’inverno è appena iniziato, c’è tempo e spazio per “darci sotto”!

Note semi serie e consigli utili per chi vuole iniziare a scalare cascate ghiacciate

Se fossi onesto dovrei mettervi in guardia dall’intraprendere questa attività (scalare cascate gelate).

Se fossi onesto fino in fondo dovrei raccontarvi dei picchi a cui può arrivare il masochismo quando il sangue, che si era momentaneamente bloccato per le basse temperature, riprende a circolare nelle mani.

Oppure dovrei “caldamente” sconsigliarvi dall’andarvi a cacciare in gennaio/febbraio in forre che risulterebbero fredde e repulsive anche in pieno agosto, così come sarebbe giusto non tacervi della stupidità indispensabile per andarsi ad arrampicare su strutture di acqua gelata che a novembre non esistevano e nuovamente scompariranno a marzo.

Ma, come sul pacchetto di sigarette la scritta “chi fuma muore” non scoraggia il fumatore, così il freddo, la severità dell’ambiente, l’ingombrante impaccio dei diversi strati di abbigliamento, i guanti alle mani, i ramponi ai piedi e tutto il “corredo” di ferraglia appesa all’imbraco, non scoraggiano il ghiacciatore dal suo incedere deciso.

Già, ma perché dovrebbe saltarvi in testa di “fare ghiaccio”?

Forse perché è con la stagione invernale che la montagna rivela la sua angolazione più affascinante?

O forse perché l’acqua, gelando goccia dopo goccia, forma degli arabeschi e delle strutture incredibilmente emozionanti da salire?

Mah, io credo sia per un insieme di cose poco catalogabili perchè la passione non conosce ragioni, perché avete ancora la voglia e la capacità di emozionarvi e perché, in fondo, quel vostro amore per la Montagna è un sentimento che non conosce stagioni, non ha bisogno di argomenti e, soprattutto, è più forte dei patimenti e delle fatiche che vi richiede!

Se è questo che sentite, posso darvi qualche consiglio (modestissimo e senza pretesa alcuna di “diffondere il verbo”), utile per cominciare…..

Cosa serve?

Un socio. Trovatene uno che abbia già esperienza su cascata e che abbia già fatto diverse salite, trovato il socio avrete trovato anche la cascata da salire perché sarà lui a dirvi dove, come e quando si va (in montagna non c’è democrazia: chi porta su la corda comanda).

Piccozze. Fatevele prestare, non solo una volta, quante più volte possibile, con quello che costano dovete assolutamente provarne diverse per rendervi conto di quali siano quelle con cui vi trovate meglio. Considerate che, a differenza di tanti altri attrezzi di cui si può dire “per cominciare vanno bene tutti”, le picche fanno la differenza e più si è “scarsi” più servono picche “buone”, comprarne un paio tanto per cominciare poi si vedrà, con tutta probabilità significa buttare dei soldi;

Ramponi. Se andate in montagna dovreste già averli e, anche se non sono specifici da cascata, per fare un paio di giri con la corda dall’alto, vanno bene lo stesso. Partite coi vostri, se poi questa attività vi “prenderà”, sappiate che avrete anche un paio di ramponi da comprare.

Scarponi. Vale quando detto per i ramponi.

Viti da ghiaccio. Per ora sono l’ultimo dei vostri problemi, vedete però, durante la salita, di recuperare tutte quelle che il vostro socio ha messo, non sbattetele, non rigatele e non fatele cadere che si sono rovinate delle amicizie per molto meno; per capirci, se perdete o rovinate una vite, siete sacrileghi almeno quanto se perdete un friend, fatevi 2 conti….

Abbigliamento. Si va in montagna d’inverno, è freddo, quasi sempre sarete all’ombra, può cadere nevischio, la cascata che salite vi può “pisciare” addosso insomma, è necessario essere protetti dal freddo, dal vento e dall’acqua. Uno dei problemi più grandi è rappresentato dalle mani: guanti troppo grossi vi impediranno di lavorare con corde e moschettoni così come guanti troppo sottili vi faranno venire un freddo alle mani che, rendendole insensibili, vi impedirà di lavorare con corde e moschettoni. Si deve trovare il compromesso che sta in mezzo a questi due estremi, personalmente uso dei guanti da sub (neoprene da 3 mm costo circa 12 € al Decathlon), altri adottano altre soluzioni, considerate comunque che, indipendentemente da quello che sceglierete e che utilizzerete in la salita, per la discesa è bene utilizzare un guanto economico perché sono sufficienti poche doppie con le corde gelate per aprirli e rovinarli (anche se li avete pagati 150 €.).

Corde. Se arrampicate su roccia, anche queste le avete già. Per fare ghiaccio è importante il trattamento impermeabilizzante perché se vi siete lamentati in estate delle corde che “sembrano bastoni e fanno 2000 frulli”, evidentemente non avete mai avuto a che fare con corde gelate, provare per credere….. Se farete questa attività con una certa assiduità, vi “toccherà” comprare un paio di mezze corde da usare solo su ghiaccio, perché l’utilizzo su roccia, con gli sfregamenti, la polvere e gli attriti tipici dell’impiego su vie in montagna, deteriorano velocemente il trattamento “ever dry” o “total dry” che dir si voglia e quando le userete su ghiaccio, anche se apparentemente nuove, saranno come carte assorbenti e tenderanno ad assomigliare più ad un cavo elettrico che ad una corda d’alpinismo. Una raccomandazione sulle corde: già sapete che quando scalate su roccia dovete stare attenti a non “pestare” la matassa, pensate un po’ cosa potrebbe succedere se lo fate d’inverno quando ai piedi non avete le scarpette ma un bel paio di ramponi affilati!!! Un’altra raccomandazione importante relativa alla corda è che, quando all’inizio salirete da secondi, questa sarà davanti a voi e, contrariamente a quanto succede su roccia, vi sarà d’impiccio perché fatalmente dovrete battere la piccozzata proprio dove passa la corda. Quando poi salirete da primi, il problema corde si trasferirà da sopra a sotto e se avrete campo libero per dare la piccozzata, dovrete invece guardare a dove mettete i piedi perché la punta forgiata del rampone non è da meno di quella della piccozza.

Raccomandazioni. Salire una via di roccia con altre cordate sopra sappiamo che non è il massimo della vita ma succede inevitabilmente a tutti prima o dopo. Anche su cascata succede (soprattutto in certe giornate e su certe cascate) con la differenza però che lì invece non dovrebbe succedere perché se su roccia potrebbe forse cadere un sasso, su cascata il ghiaccio cade sicuramente e il ghiaccio non è né meno duro né meno pesante di un sasso, oltre tutto basta che vi tocchi e vi farà sanguinare perché la pelle, resa fragile dal freddo, si “rompe” a guardarla (l’unico vantaggio è che se vi serve del ghiaccio da mettere sopra la ferita non avete che da scegliere). Se arrivate alla base di una cascata dove già altre cordate sono ingaggiate, cambiate gita.

Conclusione. Insomma, rileggendo queste note semi serie, mi chiedo se vi siate fatti un’idea giusta o sbagliata di questa attività.

Pare che gli “impedimenti” siano superiori alle soddisfazioni, per me non è così, per altri invece si, per capire se la fatica supera il gusto (o viceversa) bisogna provare in prima persona, perché non è detto che quello che ci raccontano gli altri e le esperienze attraverso cui sono passati loro abbiano valore anche per noi.

Insomma, non è bello ciò che è bello….. Parola di innamorato dei flussi gelati (poi io, che non so fare a sciare, che cavolo farei tutto l’inverno?).

Mauro Cappelli

TUTTE LE FOTO

Sogno di mezza estate

Tausano di San Leo

MONTE GREGORIO


Ormai siamo abituati alle belle vie e linee che hanno saputo darci in questi anni l’accoppiata Loris Succi e Campidelli Mauro, dalle vie classiche sulle torri di San Marino alla Balza della penna, con la bella intuizione della “via del grande traverso” o “Il tinaccio”, ma anche questa volta hanno saputo stupirci con un itinerario breve ma intenso e su roccia assolutamente ottima per la zona dove si trova.

Vi riporto le indicazioni per arrivarci:

“In auto da Rimini, prendere la SS 258 Marecchiese, giunti a Ponte Santa Maria Maddalena, girare a sinistra poco prima del ponte; passare una strettoia e seguire le indicazioni per Monte Fotogno e Tausano. Dopo circa tre chilometri, parcheggiare in prossimità del piccolo borgo di Tausano. Percorrere i pochi metri di strada asfaltata passando davanti alla Chiesa di Tausano (possibilità di approvvigionamento acqua) e imboccare in discesa uno stradello acciottolato. Dopo una cinquantina di metri, in prossimità di una stretta curva a sinistra, seguire sulla destra un’evidente traccia di sentiero che in leggera discesa s’inoltra in mezzo al bosco. Seguire la traccia che gradualmente sempre in mezzo al bosco porta sotto le pareti del versante est de l Monte Gregorio. Sulla destra un ripido e stretto canale/camino di una decina di metri porta all’attacco della via,SDC12571 sotto la verticale di una caratteristica concrezi one. SDC12575

Oppure per chi conosce la falesia di pietramaura, invece di lasciare la strada bianca per girare a destra verso la falesia si prosegue oltre fino ad arrivare al paese di Tausano. parcheggiare sulla sinistra e incamminarsi sulla destra in mezzo alle case, poi seguire le indicazioni scritte sopra.”


La partenza non è banale, 5c, ma è da intuire la linea giusta, poi proseguiamo con difficoltà sempre omogenee fino alla prima sosta. Dopo poco alla sosta si incomincia un diagonale a sinistra su roccia leggermente appoggiata ma più povera di appigli SDC12583fino al netto traverso verso sinistra che forse è il pezzo più difficlile.SDC12586 la sosta è sotto al diedro che è anche l’ultimo tiro. Se la parete è completamente asciutta si può usare anche tutto il diedro, ma con roccia non buonissima, altrimenti la placca alla sinistra del diedro è molto meglio. Non andare verso la sosta che si vede sulla sinistra ma seguire la catena fissa e uscire nel sentiero soprastante e fare sosta su un fittone con anello.SDC12587 Da quì tagliare in traverso il ripido pendio erboso e dalla cresta ci ricongiungiamo al sottostante sentiero di crinale e in 5 minuti siamo alla macchina.

Volevo consigliare una variante:

Siccome la via è molto bella ma la maggiore soddisfazione si ha tirando ogni singolo tiro da primi, se siete in due potete fare la via a tiri alterni, e usando le mezze corde all’ultimo tiro usate la sosta di sinistra e vi calate in doppia. SDC12605Con un’unica doppia arrivate alla base della parete, fate qualche metro in discesa e arrivate all’attacco. pronti per i tiri invertiti e l’uscita questa volta in cresta.

La via è 80 mt circa  e servono 14 rinvii.

sognomezzaestate

Variante.

Sabato 18 settembre, meteo instabile l’unica soluzione è andare in un posto abbastanza vicino a fare qualche cosa di carino……”sogno di mezz’estate” a Tausano di San Leo, l’ho già fatta due volte ma non sono ancora riuscito a tirare il primo tiro che da secondo mi sembrava delicato.

Parcheggiamo e un’auto si ferma vicino a noi, che onore è proprio Succi, l’apritore della via che mi informa della nuova variante al 3° tiro e mi consiglia di provarla perchè a suo dire bella.

Naturalmente non mi faccio scappare questa occasione e faccio il primo tiro, da primo cambia tutto e non è così delicato come mi sembrava. Finalmente la variante…..la via và verso sinistra e si vede subito che la musica cambia, la chiodatura è più alpinistica ma sul  traverso che ci aspetta ci sono appigli e appoggi netti.

Poi il primo strapiombetto da superare sempre in traverso, delicato ma fattibile.

Bisogna stare molto attenti ad allungare bene i rinvii per evitare attriti, poi si arriva all’imbocco di un camino strapiombante con prese buonissime e dopo aver anche qui allungato moltissimo i due rinvii si sale con elegante e bellissima arrampicata fino a portarsi sulla sosta a destra dove possiamo vedere il nostro compagno di cordata salire.

Tiro veramente bello con arrampicata varia e mai banale.

Provate per credere.

Il grado anche se inizialmente sembra più difficile non supera il 5c.

Renato

Scheda tecnica

Altre Foto

Spigolo delle Bregostane.

Questa salita la voglio consigliare perchè relativamente “abbordabile” è abbastanza vicina al paese di Mazzin, la quota 2297 m. permette di farla anche in autunno o primavera quando a quote più alte l’innevamento rende ancora critico altre salite.

Questa salita aperta nel 1988 da Battisti e Ravaglia è ancora uno degli angoli nascosti delle Dolomiti e sia la salita, il panorama in cima e la discesa sono di un incontaminato splendore.

La prima volta che ci siamo andati grazie alla guida di Jacopelli non abbiamo trovato la Via.

Le spiegazioni sono molto vaghe e portano facilmente ad errori di percorso da far perdere mezza giornata.

La seconda volta cercate qualche indicazione e foto su internet siamo riusciti a trovare il giusto avvicinamento.

Facciamo 2 cordate preparativiIo e Sara e Serghey e Paola. Per Serghey è il primo approccio con le vie in montagna e dalla relazione mi sembrava una via abbastanza facile e protetta, (la via dovrebbe essere protetta a spit).

Lasciamo le macchine all’inizio del paese di Mazzin in Val di Fassa, poi si parte a piedi e passati di fianco alla fontana pubblica si prende la strada forestale per la Val d’Udai.

Si segue la strada e dopo circa una mezz’ora di cammino in costante salita sulla nostra destra si intravede la spaccatura sulla Palacia del Dociorìl che forma sulla sinistra il nostro bellissimo spigolo.si intravede lo spigolo

Si continua ancora fino ad arrivare in fondo alle cascate del Satcront (circa un’ora dalla partenza) si prosegue sulla destra (indicazioni rifugio Artemoia) e poco dopo quando il sentiero interseca un corso d’acqua si prende il sentiero di destra si segue per circa 25 minuti e poi quando diventa quasi pianeggiante si devia a sinistra per un canalino che porta piano piano verso il nostro spigolo, sempre ben visibile.

Il nostro spigolo è quello di Sinistra e dalla partenza all’attacco ci vogliono circa 1h e 45 minuti di salita continua.si inerpica sempre di più

La via è esposta sud-ovest ma il tempo nuvoloso rende abbastanza fresca la partenza.

Ci scaldiamo subito perchè la via non è mai banale e ogni tiro presenta passaggi di V. La roccia è ottima e bene appigliata ma quasi sempre verticale e la famosa spittatura è molto teorica in quanto hanno messo gli spit dove prima c’erano i chiodi e quindi a volte c’è un solo spit a 10 mt. dalla sosta. nelle soste c’è sempre uno spit.

servono i friend del 2 e 3 per integrare in una fessura di V in partenza di un tiro.

A metà via ci raggiunge una cordata che poi scopriamo che è Bernard un tipo  molto cortese (collaboratore di varie guide alpinistiche) che non ci sorpassa ma resta tranquillamente in coda a noi e ci dà ottimi consigli per la discesa.spigolobregostane Paola e Bernardpiano pianoarrivooooSi aggiunge Beernard con amicoultimo tiro e incomincia a piovere2009_0713spigolobregostane Paola 1

nell’ultimo tiro incomincia a spiovigginare e incrociando le dita che non aumenti arriviamo in cima.

Serghey e la Paola se la cavano alla grande.

I pratoni sommitali sono bellissimi e tutti pieni di fiori.

Seguiamo il consiglio di Bernard che invece della discesa sulla destra della cima, molto più ripida e non proprio su sentiero, ci propone di seguire il sentiero che porta sulla sinistra è molto più lungo ma bellissimo e selvaggio, incontriamo nella valle di sinistra gruppi di camosci e zone adibite a veri e propri condomini per marmotte.pratoni sommitalimarmottopolifauna

Arrivati al bivio per il rifugio Artemoia noi sendiamo a sinistra per Mazzin.incrocio

La valle è verde e ricca d’acqua e dopo a un lungo camminare arriviamo alle cascate che avevamo incontrato in salita. Scendiamo la strada forestale e dopo a circa 2h siamo alla macchina.

Bella salita…….

Per le foto complete guardare nella sezione foto.

Piccola Fermeda e Torre Firenze ( di Mauro Cappelli)

Piccola Fermeda e Torre Firenze ( di Mauro Cappelli)

6 e 7 Agosto 2009, ci siamo di nuovo, il week end è libero da altri impegni, la meteo promette spettacolo e si può tornare alle amate rocce dolomitiche.

Abbiamo un programma “full immersion” nella natura: 2 giorni, 2 vie e una dormita all’addiaccio col sacco a pelo, senza tenda, tanto è bello e non piove.

Compagni d’avventura 2 allievi freschi freschi di corso AR 1: Chiara e Marco.

Marco l’ho già “collaudato” alla fessura Buhl, Chiara è la prima volta che viene con me ma ho avuto modo di misurare le sue capacità e la sua resistenza nelle uscite pratiche del corso finito da poco.

Quando li ho chiamati dicendo “andiamo in Val Gardena e dormiamo per terra, dove capita, senza tenda”, non so se hanno dubitato delle mie capacità intellettive, comunque hanno accettato di buon grado e, apparentemente, senza manifestare particolari perplessità.

Solito ritrovo al parcheggio del Class Hotel di Faenza alle 4 del mattino, soliti 400 Km e solite esclamazioni di stupore quando, al nostro arrivo in valle, le assolate rocce del versante sud delle Odle ci invitano a salire…..

Il programma che ci siamo fatti per oggi è la salita alla cima della Piccola Fermeda per lo spigolo Sud-Est (via Leuchs, la fredda matematica dice: sviluppo della via 750 mt., difficoltà IV).Tracciato della via sulla piccola Fermeda

L’impianto ci porta in pochi minuti dai 1.430 mt. di S.Cristina ai 2.100 del Col Raiser, da qui proseguiamo a piedi e dopo un’oretta scarsa siamo all’attacco della via.

I primi 4 tiri ci fanno superare uno zoccolo di erba verticale piuttosto fastidiosa e ci depositano alla base del tiro chiave: una fessura su roccia bianco-giallastra non proprio sanissima.

Il 7° tiro lascia le rocce della Grande Fermeda e, attraversata la gola che le divide, prende quelle della Piccola Fermeda.Fermeda_Firenze 005.b

Lì la roccia migliora, l’arrampicata è divertente e, quando si arriva sul filo dello spigolo, è piacere allo stato puro.

Lo spigolo è facile III/III+, non ci sono chiodi intermedi né soste pronte però ci si arrangia con gli innumerevoli spuntoni che di norma abbondano quando si arrampica su quel grado.Fermeda_Firenze 023

La corda fila via liscia e ogni 60 mt., quando finisce, mi fermo, “faccio sosta”, recupero i secondi e riparto per i successivi 60 mt. fino alla cima……. dell’anticima.

Poi dall’anticima c’è un po’ di sali-scendi-attraversa fino all’ultimo salto che porta sulla cima vera e propria della Piccola Fermeda.

Dietro di noi ci sono tre amici (Serghej, Riccardo e Davide) che sono su da qualche giorno in ferie, nei giorni scorsi hanno salito una via ferrata e oggi si sono aggregati a noi per questa salita.

Sono rimasti un po’ più indietro così decidiamo di aspettarli sull’anticima visto che c’è uno splendido sole e una comoda piazzola.Fermeda_Firenze 034

In basso, i prati della Val Gardena sembrano un immenso campo da golf, i diversi tagli della fienagione formano quadrati con tonalità diverse di verde, lungo i sentieri si vede qualche escursionista, il vento ci porta alle orecchie il loro indistinto vociare, di fronte a noi il Sassolungo reso offuscato dal sole in controluce, poi, un po’ a sinistra, il gruppo del Sella con la “locomotiva” che ne traina le Torri, il Lagazuoi, la Tofana …… così, crogiolati dal sole, potremmo quasi addormentarci.

Una barretta, un sorso d’acqua e la constatazione che ormai l’ultima corsa dell’impianto che dal Col Raiser porta alla macchina è persa, pazienza, ce la faremo a piedi……

Speriamo di arrivare in tempo per mettere qualcosa sotto i denti, in fondo siamo svegli dalle 3 e mezzo e abbiamo fatto solo una colazione veloce in autogrill!!!

Si sentono le voci della cordata amica che ci segue, ci hanno raggiunti e ci rimettiamo in moto.

La traversata che dall’anticima conduce alla cima si può fare anche in conserva con brevi tratti in sicurezza ma la progressione in conserva con una cordata da 3 non mi attizza per niente quindi, anche se impieghiamo più tempo, opto per “fare i tiri”.

Sono già stato altre 2 volte sulla Piccola Fermeda (per altre vie) e conosco bene la discesa, dovessimo anche fare buio non sarebbe un problema.

Per ogni evenienza abbiamo anche un paio di pile frontali poi in queste notti c’è luna piena e, alla bisogna, saprà eventualmente illuminarci lungo il sentiero di rientro alla macchina.

In cima c’è il libro di via, lo sfoglio per trovare traccia della mia salita del 23 Dicembre scorso quando sono arrivato fin quassù con Marisa; mi ricordo che la penna, gelata dalla bassa temperatura, non ne voleva sapere di scrivere ma con cocciutaggine riuscii e farla “partire”.

Lasciamo traccia di questa splendida giornata su una pagina nuova del libro e iniziamo la discesa.

Come succede tante volte, la discesa non è affatto più agevole della salita e non si deve commettere l’errore di sottovalutare le roccette di II° e III° (che sono la via normale di salita) anche perché la giornata comincia ad essere “lunga” e la stanchezza inevitabilmente affiora.

Per Chiara è probabilmente la prima “vera” esperienza di montagna dopo le uscite del corso, così, per procedere più celermente e con maggiore sicurezza su quel terreno per lei poco abituale, la lego a me in conserva corta e questo effettivamente ci sveltisce il passo al punto che, arrivati fuori dalle rocce, sui pascoli alti dove non è raro incontrare qualche camoscio, abbiamo lasciato indietro il resto della “combriccola” e ci sediamo ad aspettarli.

Non tardano molto e non tarda neanche l’imbrunire : “dopo l’ultima corsa dell’impianto, ci salta anche la cena”.

Comunque la salita è fatta, adesso siamo sul sentiero, fuori da ogni pericolo oggettivo, c’è solo da camminare fino a S. Cristina per arrivare dove sono le macchine.

Arrivati in vista di malga Piera Longia che sono circa le 22,00, dalla finestra, inaspettatamente, vediamo filtrare la luce di una lampadina: il “malgaro” non è andato a letto così riusciamo a rimediare una bella birra e un corroborante tagliere di speck e formaggio.

Il giusto coronamento alla giornata fantastica che abbiamo vissuto, ce lo da la luna piena che, facendoci risparmiare le pile delle nostre frontali, illumina il sentiero che ci conduce alle macchine.

Avevo in mente di dormire coi sacchi a pelo nei boschi all’imbocco della Vallunga (dato che domani saliremo la Torre Firenze era un modo per portarci in zona) ma vista l’ora e lo stato di “degrado” della compagnia, optiamo per fare una stesa di sacchi a pelo sulla collinetta erbosa che dista non più di 50 mt. dalle macchine.

Sarà che siamo in piedi dalle 3, sarà che abbiamo scarpinato tutto il giorno, tutti ci addormentiamo senza bisogno che nessuno intoni alcuna ninna nanna e fino alle 8 del mattino nessuno turba o interrompe i nostri sogni.

Alle 8, col risveglio, si fa “l’inventario” delle ammaccature e delle indolenziture rimaste dal giorno prima e la compagnia subisce delle importanti defezioni: i tre amici che ieri ci hanno seguito decidono di proseguire le loro ferie con un programma più “soft”: andranno alla città dei sassi a fare monotiri e prendere un po’ di sole.

Noto invece con piacere che i miei impavidi compagni di cordata (Chiara e Marco) sono ancora carichi come delle balestre nei giorni del Palio, dunque, come da programma, si va alla Torre Firenze.

La via scelta è lo spigolo Ovest, 550 mt. che non superano il IV+.Tracciato della via sulla Torre Firenze

L’unica perplessità consiste nell’imbroccare l’attacco giusto, per nulla evidente…… Anzi, l’attacco è evidente, è la torre che non lo è!

Infatti, dai ghiaioni basali, si attraversano almeno un paio di ipotetiche “torre Firenze” e risulta determinante, per indovinare quella giusta, l’osservazione della fotografia dove si riconosce il “ghiaione” da risalire.

All’attacco della via non c’è niente di particolare e lo schizzo tecnico indica che nel primo tiro l’unica cosa che si incontra è uno spit alla prima sosta, 30 mt. più sopra.

Inizio a salire dove mi sembra più logico salire ma siamo sul III+, si può stare più a destra come più a sinistra e non ci sono passaggi caratteristici che confermano la giustezza dell’itinerario.

Comunque, dopo 30 mt., mi trovo davanti al grugno lo spittarello vecchio e striminzito che rappresenta l’arrivo in sosta, “Ok ragazzi, siamo sulla Torre Firenze e siamo sulla nostra via!!!”

Da lì, la precisione dello schizzo tecnico che caratterizza quasi tutte le relazioni del gardenese Bernardi non concede errori di interpretazione e i restanti 520 metri della via filano via lisci che è un piacere.

E’ agosto, è domenica, c’è alta pressione e qui siamo l’unica cordata neanche fossimo in capo al mondo!!!

Chissà che calca alle torri del Sella o alla sud del Ciavazes!

L’alpinismo che mi piace è anche questo, non il grado (che per altro non ho), non l’impresa sempre e ad ogni costo (che per altro non so fare), non l’esasperazione del gesto e dell’azione (che mi riesce con pessimo profitto), quello che cerco è “integrarmi”, per questa giornata, alle rocce che tocco, agli appigli che stringo, agli appoggi che spingo.

C’è il cielo, ci sono le nuvole, ci sono le rocce e ci sono anch’io che, almeno per ora, almeno in questo momento, ne faccio parte, sono un ciuffo d’erba in più, un camoscio aggiunto, un larice trapiantato, un diedro o una roccia.

Questo è lo spirito; dobbiamo chiedere permesso ed entrare in punta di piedi perché siamo ospiti non richiesti in questo quadro stupendo.Fermeda_Firenze 029

Quando domani saremo tornati alle nostre attività, giù nella bassa, questa meravigliosa tela non dovrà essere stata modificata dal nostro effimero passaggio affinché altri possano godere di quello che oggi noi abbiamo avuto la fortuna di godere.

Anche nel mondo alpinistico, a tutti i livelli, sia fra i “quartogradisti” che fra “gli eletti”, ci si perde a volte in discussioni su spit si, spit no, buco o non buco, a vista o rotpunkt e magari ci sfugge l’essenza: quanto impatta il nostro modo di vivere la montagna su questo fragile ecosistema?

In questa due giorni da sogno, in cui ho appagato il mio “desiderio” di natura, per farlo ho bruciato 50 lt di gasolio, ho utilizzato un impianto di risalita, mi sono abbigliato con capi dalle fibre mirabolanti, ho utilizzato strumenti che sono gioielli della tecnica, tutte cose insomma che ho potuto comprare pagandole “di tasca mia” come si dice.

Ma chi pagherà e quale moneta servirà per cancellare l’impronta che oggi io lascio, attraverso la fabbricazione e il consumo di tutte le cose che ho comprato?

Capisco che è un dilemma che difficilmente può trovare una soluzione ma serve a me per darmi un approccio più consapevole (ed anche più umile) a questo meraviglioso “passatempo” che è l’andare per crode.

Ho divagato, ma tanto che sono solo in sosta, mentre recupero i miei compagni di cordata, mi aggroviglio nei pensieri che il contatto con la bellezza del luogo stimola e fa secernere.

La cima della Torre Firenze non è una vera cima, è collegata con una piccola sella terrosa all’altopiano della Stevia che degrada dolcemente verso Sud Est con verdeggianti pascoli prima di buttarsi nel solco verticale della Vallunga.

Il rifugio Stevia ci serve l’ennesimo tagliere di formaggio e speck che il simpatico rifugiere ci insegna come tagliare per apprezzarne appieno il sapore.

Sulle panche di legno, appoggiati al muro esterno di sassi del rifugio, ci riempiamo gli occhi con le frastagliate cime dei Cir che da questo privilegiato balcone di osservazione si fanno particolarmente apprezzare.

Ragazzi, siamo arrivati all’epilogo, dalla Romagna ormai ci separano solo 40 minuti di sentiero che scende in picchiata sulla macchina e la solita autostrada che solca un orizzonte sempre più piatto salvo poi tornare ad ondularsi nuovamente e dolcemente nei profili arrotondati dell’appennino.

A Chiara e Marco un grazie di tutto e….. alla prossima!

(per le altre foto andare nella pagina foto/video)

Bernina

Pizzo Bernina, Cresta di Biancograt, 4049  mt (Val Roseg)

La Biancograt, detta anche “Scala del Cielo”, era un sogno di Gildo.

Nel corso però di un inverno trascorso in palestra ad arrampicare insieme, è diventato anche mio e di Serghej, e non vedevamo l’ora che arrivasse il momento buono per andare a farla.

Ci siamo documentati cercando relazioni in internet e chiedendo un po’ in giro a chi su di lì già era stato.

Giudicando la cosa fattibile per le nostre possibilità, la notte del 24 luglio assieme a due amici di Bologna siamo partiti destinazione Pontresina (Svizzera).

Conviene lasciare la macchina al parcheggio della funivia del Diavolezza per poi prendere il treno per Pontresina, perchè  più comodi al rientro, a differenza di quanto consigliato dalle relazioni.

Arrivati a Pontresina con Gildo che fa da apri pista c’incamminiamo in una strada bianca su per la Val Roseg,foto 1 dopo diversi chilometri la strada si trasforma in un  erto sentiero; sempre con Gildo che fa da battistrada arriviamo alla capanna Tschierva 2573 slm in meno tempo di quanto diano la discesa.targa

L’unica cosa buona di questo rifugio è la struttura, completamente rinnovata, per il resto sappiate che se a fine cena se volete il dolce, dovete prima sgomberare la tavola.

Pieni di buone speranze la notte dopo ci alziamo alle 2.30, colazione e partenza alle 3.30; il tempo non è dei migliori, ma c’ incamminiamo ugualmente insieme ad una marea di alpinisti verso il

ghiacciao. Dopo un’ora e mezzo di cammino arrivati sul ghiacciaio nebbia e pioggia ci hanno  consigliato di rientrare al rifugio in attesa di tempi migliori.avvicinamentonebbia

La notte ci alziamo con un cielo stellato bellissimo come solo a certe  altezze si può vedere, morale alto, partiamo !!! arriviamo alla base delle prime rocce all’alba; già qui capiamo che le “facili roccette di III “ citate nelle relazioni, se affrontate con gli scarponi e a quasi 4000 mt belle esposte, non sono così “facili”. Procediamo facendo tiri di corda, mentre quelli più esperti procedono in conserva e più spediti di noi.

Dopo sei/sette tiri, arriviamo finalmente alla base della cresta nevosa, che si presenta a noi splendida, e come non innamorarsi di uno spettacolo simile. Non la troviamo in buone condizioni, ma molto gelata e ventata, per nostra fortuna chi ci ha preceduto ha trovato condizioni migliori e ha lasciato buone tracce, quindi i

ramponi e la piccozza fanno il loro dovere.cresta 1cresta 2

Giunti al termine della cresta sul Pizzo Bianco 3890 mt. non crediate sia finita arriva il tratto più difficile la relazione da IV-, ci aspettano altri sei/sette tiri e due doppie con i ramponi calzati perché ormai è misto roccia e ghiaccio.

Ma quando finalmente arrivi in cima ti senti un Grande e ti sembra di toccare il cielo con un dito.

mistocresta rocciaPurtroppo non è ancora finita, ora bisogna scendere dal versante Italiano che non è affatto banale, fra creste di roccia e neve ed anche un bel nevaio ghiacciato che ci portano alle doppie necessarie per arrivare al pianoro ghiacciato che attraversiamo prima di giungere al rifugio Marco Rosa, che è quasi un miraggio dopo diciotto ore dalla partenza.

discesaP1000455All’alba del 27 luglio c’incamminiamo verso il Diavolezza, passando per Fortezza come citato dalle relazioni (perdendo quota e tempo inutilmente) e non passando per i Palù come qualcuno più saggiamente ci aveva consigliato, dopo una bella scarpinata sul ghiacciao e facili roccette arriviamo all’arrivo della funivia del Diavolezza, dove termina la nostra gita.

Abbiamo pagato la nostra inesperienza, ma personalmente posso dire che è stata una bella avventura ……

Paola Marabini

La Fessura Buhl

Invito alla salita: Pale di S. Martino, Cima Canali, fessura Buhl

25 e 26 luglio 2009, week end libero per andare ad arrampicare, se le condizioni meteo fossero buone…… comincia il frenetico lavoro di preparazione: i compagni di scalata abituali non ci sono, è l’occasione buona per chiamare qualche allievo uscito dall’ultimo corso AR 1.

Prendo l’elenco dei partecipanti e comincio ad inviare qualche sms…..

Marco Parma risponde “presente!”, ci sentiamo, sento l’entusiasmo nella sua voce.

-Bene, ci sentiamo a metà settimana per accordarci sui dettagli….-

Poi mi chiama Francesco: – E’ la volta buona per andare a fare la fessura Buhl alla cima Canali?-

-Cavoli, ho appena dato la parola a Marco per andare con lui. Però…. E’ stato un bravo allievo, ha partecipato anche al corso di arrampicata libera anno scorso, penso che si potrebbe fare-.

Piano, piano l’idea prende corpo, andiamo in 4, io con Marco e Francesco con Giovanni (anche lui allievo AR 1 di qualche anno prima) e andiamo a provare ‘sta benedetta fessura Buhl”….

Marco, dimostrando di essere stato attento alla lezione sulla “preparazione della salita”, si reca alla sua sezione CAI (Rimini) per documentarsi sulla via, parla con Nereo, legge un paio di relazioni diverse, le confronta poi….. mi manda un sms: -Ma sei sicuro che io riesca a seguirti in questa salita?-

Lo convinco con un -Non ti preoccupare, se io metto su la corda, te mi raggiungi-.

Così si va.

Base per la salita è il rifugio Pradidali, raggiungibile con 3 orette di cammino dal Cant del Gal, poco sopra Fiera di Primiero.

Siamo nelle Pale di S. Martino, lungo l’avvicinamento passiamo sotto l’imponente mole della parete Est del Sass Maor, 1alla nostra destra si profila la Val Canali con l’inconfondibile sagoma del Sass d’Ortiga che chiude il vallone delle Mughe.

E’ sempre bella la sensazione di novità che incredibilmente ogni volta si rinnova, si va in posti conosciuti, si sa quello che si vede, lo si è già visto tante volte, eppure ogni volta è come la prima volta, sembriamo dei bambini, anzi, non avendo giustificazione alcuna dall’anagrafe, siamo peggio dei bambini!

Al rifugio sabato sera i posti sono esauriti, si dorme sui tavoli e sulle sedie,2 poco importa, a noi interessa fare la salita il giorno dopo, il resto sono solo insignificanti dettagli.

Alle 22,30 fuori si vedono le luci fioche di 2 pile frontali di una cordata che ha fatto la Buhl e sta rientrando persa nel canalone di discesa, arriveranno al rifugio alle 23 passate ……. Sarà meglio che noi domani siamo più veloci, quando arriviamo qui dobbiamo poi scendere alla macchina e tornare in Romagna…….

L’indomani mattina siamo pimpanti per affrontare la salita, per la Buhl siamo noi 4 e una cordata di vicentini che però ci sono mezz’ora dietro.

Tutti i dubbi e le perplessità svaniscono con l’azione, il primo tiro, il secondo, il terzo……3Il tiro chiave è lungo ma ben protetto, mi sembra che nei 45 metri del tiro ho piazzato 9-10 protezioni fra i chiodi già infissi e un paio di friends che ho aggiunto…..4

Marco mi segue, tutto si svolge senza intoppi, Francesco e Giovanni dietro si alternano al comando per qualche tiro all’inizio poi continua sempre Francesco.56

Noi abbiamo consultato diverse relazioni, alla fine abbiamo utilizzato quella riportata sulla guida grigia del CAI TCI fresca di nuova stampa, la via comunque non si sbaglia, sono 550 mt dentro una fessura che sale dritta come se fosse stata disegnata con la riga.

Noi, a scanso di equivoci, arrivati in cima al pilastro Buhl siamo scesi in doppia lungo la via per evitare il laborioso rientro per la normale della cima Canali.78

Alle 15 eravamo davanti ad un piatto di pasta asciutta con le chiappe appoggiate alle panche del Pradidali.910

PS: se non vi piace arrampicare in camino e fessura…..Scegliete un’altra via, la scelta non manca di certo!

Qualche consiglio pratico.

Mi dicono che i “forti” fanno la via in giornata: parcheggio, avvicinamento, salita, discesa, parcheggio….. Chi fa così non ha bisogno dei miei consigli e può quindi astenersi dal continuare la lettura.

Per chi è nato sulla terra e cammina coi piedi anziché coi pattini, consiglio di mettere in programma 2 giorni: il primo per fare il viaggio dalla Romagna e arrivare al rifugio con calma, il secondo per la salita, la discesa e il ritorno a casa.

Se si dispone di più tempo e si resta 2 notti in rifugio, consiglio di scendere evitando le doppie lungo la via ma facendo la discesa passando per la cima Canali (molto più bello alpinisticamente).

Il rischio è che si faccia un po’ tardi ma se si pernotta al rifugio e si torna a casa il giorno successivo…….

Con l’auto si raggiunge Fiera di Primiero, poi, seguendo le indicazioni per la Val Canali, si raggiunge il bivio in località Cant del Gal; da qui non si gira a destra per la Val Canali ma si prosegue oltre il ponticello in direzione Località Piereni dove, al parcheggio Fosna si lascia l’auto.

Attenzione che i posti “liberi” sono pochi, in quasi tutte le piazzole c’è il divieto di parcheggio dalle 21,00 alle 06,00, solo un paio sono lasciate libere….(se proprio non si trova il posto auto, si deve tornare al Cant del Gal e salire al Pradidali da lì).

A piedi il dislivello da superare per arrivare al rifugio è di circa 950 mt. (3 ore con un passo “normale”), a questi bisogna aggiungerne 150 in più se si parte dal Cant del Gal.

Volendo si può più comodamente arrivare al Pradidali da S. Martino di Castrozza, con l’impianto che porta al Rifugio Rosetta e da lì, col sentiero 702 (alta via n° 2) oltre il Passo di Ball, si arriva al Pradidali ma, sapendo che gli alpinisti sono molto “ragni” e se possono risparmiare 50 centesimi lo fanno volentieri, lascio questa soluzione ai più pigri (che pagheranno la loro pigrizia col biglietto dell’impianto di risalita).

Con la relazione della nuova guida grigia CAI TCI ci siamo trovati bene, comunque guardate la via dal rifugio il giorno prima (l’avete proprio di fronte), individuate da dove si raggiunge lo zoccolo basale e memorizzate il punto da dove si attacca: E’ IMPOSSIBILE SBAGLIARE

I primi tiri sono in comune con la via Simon-Wiessner, il terzo obliqua a sx per portarsi sotto la verticale della fessura Buhl dove inizia la via vera e propria in prossimità di un pilastro giallo leggermente strapiombante (tiro chiave) mentre la via Simon-Wiessner attraversa ancora più a sx.

Il tratto chiave è dato di VI, comunque tutti i tiri si susseguono con un bel ritmo su difficoltà omogenee di V/V+ (ogni tanto qualche “respiro” di IV), la roccia è fantastica e l’arrampicata entusiasmante.

Noto con dispiacere che siete ancora qui, non vi ho convinti ad andare?

Mauro Cappelli

Non mollare la presa

Non mollare la presa
Riflessione in occasione dei decennali della fondazione della Scuola di Alpinismo e Scialpinismo Pietramora e del muro di arrampicata Yellowstone.
di Gigi Mazzotti

I grandi uomini ottengono i loro successi in virtù della loro forza e volontà, nella piena convinzione dei propri mezzi che li porta a compiere imprese che fanno la storia.
Ma anche il lavoro di ogni giorno può portare risultati, quello fatto di presenza quotidiana, mosso da motivazione e perseveranza. “Non mollare mai la presa!” era la frase che ripeteva spesso un mio vecchio e indimenticato maestro del Rione Rosso.
E’ stato un anno importante questo per il CAI (il 2004) e mi piace associare al ricordo di quella grande impresa compiuta dalla spedizione di Ardito Desio, il ricordo dell’inizio di una mia nuova esperienza.
Cinquant’anni fa l’alpinismo Italiano raggiungeva la seconda cima del mondo, dieci anni fa cominciavo una attività coinvolgente più di un lavoro, divertente più di un qualsiasi gioco ed altrrettanto appagante per lo spirito….: fare l’Istruttore di Alpinismo.
E’ un accostamento irriverente, d’accordo, ma gli anniversari hanno tanto valore quanto ci coinvolgono nei sentimenti e questo decennale per me ha un grande significato.

Come ricorda il mio Direttore Nicoletta, il 24 novembre 1994 è nata la Scuola di Alpinismo e Scialpinismo “Pietramora”, della quale ho fatto parte fin dall’inizio come Aiuto Istruttore spinto proprio da lei. Ero l’ultimo arrivato, con pochissima esperienza, ma la mia Maestra si era molto impegnata affinchè il suo primo allievo non fallisse e non potevo mollare.
In quello stesso anno, il gruppo dei “cinque” (nome chiaramente derivato dal fatto che erano proprio in cinque), realizzò col supporto finanziario della palestra “Lucchesi” e del CAI di Faenza, quello che fu poi battezzato “Yellowstone”, il muro giallo. Ed io? Di nuovo ero l’ultimo arrivato: il “sesto”, ma non furono mai capaci di liberarsi della mia presenza, così che ricordo le serate nella mia vecchia officina a costruire i supporti, prepararare e forare i pannelli e a casa di Tiziano ad incollare l’abrasivo e poi in palestra a verniciare ed installare la struttura. Dall’inaugurazione, il 30 settembre 1994 fino ad oggi, ci siamo dati da fare per custodire e gestire “il nostro Muro”.
Guardando il vecchio bollettino del CAI di FAenza (Anno XVI n: 48), di dieci anni fa per l’appunto, nella stessa pagina trovo la celebrazione del 40° anniversario della conquista del K2 e l’annuncio che il gruppo roccia di Faenza ha realizzato lo “Yellowstone”… sarà un caso, ma mi piace questa concomitanza. In tutto questo tempo abbiamo avuti alti e bassi. “Yellowstone” ha visto gente andare, altri arrivare, “ma non abbiamo mai mollato la presa”….. e abbiamo portato (per il terzo anno consecutivo) un “muro artificiale” nella piazza della Libertà, che il CAI Faenza col gruppo Yellowstone, ora più folto e motivato, offre alla cittadinanza per una settimana.

Dieci anni divertenti, ma anche impegnativi, perchè lasciarmi coinvolgere è una cosa che mi riesce con grande facilità. Provo grande piacere ad offrirmi quanto più possibiule nei corsi della Scuola Pietramora, che nel frattempo è cresciuta e si è sviluppata a macchia d’olio, anche geograficamente, in quanto oggi copre tutto il territorio della Romagna, con un organico di 15 Istruttori si Scialpinismo e 38 di Alpinismo.
Questa crescita ha richiesto sempre più partecipazione ai propri collaboratori e allora mi sembrò quasi doveroso accettare di occuparmi della Segreteria. Ma forse perchè mi mancava l’ufficializzazione di un incarico, che era quello che maggiormente mi motivava o forse perche sono proprio un autolesionista, decisi di partecipare al Corso per il titolo di Istruttore di Alpinismo (a 52 anni suonati!).
E questo 2004 è stato l’anno in cui ho festeggiato anche il conseguimento di questo titolo, parlo di festeggiare in senso liberatorio, perchè concludere questo esame per me è motivo di grande soddisfazione, in quanto il clima che regna in questi esami non è quello che psicologicamente io gradisco. L’idea di mettermi in gioco alla mia più che matura età e sentirmi osservato, giudicato, quasi sezionato, da persone, grandi alpinisti senza dubbio, ma che spesso hanno esperienza di vita minore di me, mi ha creato qualche problema. L’importante, tuttavia era “non mollare la presa”.
Sì, sono sempre più convinto che “il lavoro alla fine paghi”. Non ci sarà nulla di eroico nel lavorare lontano dai riflettori, ma comunque è grande la soddisfazione di veder crescere il frutto della semina e della cura che si è avuta nel proprio giardino, senza mollare mai.