Psyco Killer.

Psyco Killer, gran cascata di ghiaccio sulla Tofana di Mezzo

17.01.2013 di Planetmountain

 

Il 12/01/2013 Beppe Ballico, Andrea Gamberini e Marco Milanese hanno effettuato la probabile prima salita della cascata di ghiaccio Psyco Killer (IV+, WI7-, D5, 225m) sulla Tofana di Mezzo (Dolomiti).

Il 12 gennaio 2013. Un giorno senz’altro unico, da incorniciare per Beppe Ballico, Andrea Gamberini e Marco Milanese che sono riusciti a salire quella che definiscono “una linea perfetta”, una di quelle vie che lasciano il segno solo a guardarla. Stiamo parlando di Psyco Killer, un’esile, bellissima e difficile colata di 225m che si forma di rado sulla parete ovest della Tofana di Mezzo e che ha offerto una salita per niente facile e scontata, con difficoltà appunto fino a WI7-. I tre l’hanno percorsa dopo una notte trascorsa nel Bivacco Cantore e la loro è la probabile prima salita di questa “vera perla dolomitica”. Per questo che vi presentiamo il loro report, scritto a tre mani.

APERTURA DELLA CASCATA PSYCO KILLER di Beppe Ballico
Esistono momenti in cui la mente ha bisogno di nuovi stimoli, di nuove sensazioni, insomma per noi alpinisti, di quelle salite che ti fanno brillare gli occhi e che i giorni a seguire non fai altro che parlarne. Io le chiamo: giornate uniche, come unici devono essere i compagni, quelli che oltre a darti sicurezza, ti fanno divertire. Il 29 dicembre ricevo una mail da un caro amico sci alpinista il quale mi invia alcune foto di una cascata. La bellissima linea bianca verticale delle foto taglia di netto la parete gialla, non sto nella pelle… Già pregusto l’avvicinamento, il bivacco, la cena con i compagni e poi ovviamente la salita, il ghiaccio di quota, il vento gelido, la solitudine dei luoghi, lo scricchiolare dei passi sulla neve, il silenzio, l’assordante silenzio che nel quotidiano manca totalmente.
Ora si tratta solo di riuscire a trovare qualcuno libero anche durante la settimana. Ma non uno qualunque, magari anche due, purché mi diano sicurezza, che abbiano voglia di camminare, di bivaccare e di prendere un po’ di freddo… I compagni con queste caratteristiche non sono molti, si tratta solo di vedere se sono disponibili e ovviamente né Marco, né Andrea si lasciano scappare una così ghiotta occasione. Entrambi compagni di vecchie e più recenti avventure, con la mia stessa voglia di ghiaccio e di quota, con la mia stessa determinazione. Non rimane che aspettare il freddo giusto.
Alla fine ne sono usciti due giorni che difficilmente si dimenticano, con una serata goliardica in bivacco, dove ogni battuta faceva dimenticare il freddo, Marco in veste “talebano” con la coperta avvolta sulle spalle e Andrea il super cuoco. Tutti in trepida attesa della salita. La giornata successiva mi ha lasciato un ricordo speciale dove ho in mente ancora le picche che battono delicate su quei muri verticali così fragili e fini, gli agganci delicati sulle “meringhe” strapiombanti, il freddo patito, la tensione sempre al massimo e l’adrenalina. Poi la meravigliosa discesa con la slitta dal Rif. Dibona ridendo come dei matti. Questo è il mio andar per monti, questo è il mio respirare avventura con il piacere dei compagni. Ora però lascio la parola a Marco e Andrea alle loro emozioni personali

PSYCO KILLER di Marco Milanese
Era da tempo che sentivo l’esigenza di spingere al massimo, di ritrovare i miei limiti. Il lavoro come Guida (per fortuna) mi ha occupato tutto il periodo di Natale tra sci e ciaspole, ma il mio naso era sempre rivolto verso l’alto. Ogni colata, anche fittizia, richiamava la mia attenzione. Lavoravo e sognavo, anche perché di ghiaccio quest’anno ne ho fatto veramente poco. Solo due uscite, diciamo, stile falesia. Questa voglia repressa di scalare sul ghiaccio però ha avuto anche un aspetto positivo: accumuli, accumuli, e quando sei “sul pezzo” dai il massimo.
E’ cosi che il giorno successivo ad una meravigliosa ciaspolata notturna, preparo il materiale per quello che sarebbe stato un viaggione con i fiocchi. Beppe mi ha gentilmente invitato a partecipare a questo giro in compagnia di Andrea, detto “Gambero” . L’allegra combriccola multi-regionale (Veneto, Romagna e Friuli) si dirige quindi al rifugio Dibona, sotto le imponenti Tofane. Salendo, trovo uno slittino che la sera prima era stato perso da alcuni miei clienti, così Gambero lo trascina su come le spedizioni in Antartide, pregustando la discesa. Dopo una piccola pausa al rifugio e aver riposto lo slittino, ripartiamo alla volta del ricovero invernale Giussani. Gli zaini carichi per bivaccare rendono la salita alquanto faticosa. Arrivati in sella io preparo il bivacco mentre Andrea e Beppe vanno in perlustrazione per vedere le condizioni della cascata. Tornano avviliti e chiedo di vedere le foto… ha tutta l’aria di un ingaggio serio. Beppe dice che la cascata in questi giorni di caldo, ha preso una “seccata”… Passiamo una freddissima serata per quanto riguarda le temperature ma non altrettanto per quanto riguarda il calore umano e la simpatia.
L’indomani partiamo alle otte e mezza e in 15 minuti siamo all’attacco. Parte Andrea su un ghiaccio molto secco che regala tetre rose e molti blocchi di ghiaccio che cadono, giusto per cominciare bene. Due tiri di quarto passano veloci, non altrettanto il freddo: le temperature sembrano sotto i meno dieci gradi. Dopo questo riscaldamento so che tocca a me andare da primo. Guardo in alto con preoccupazione. Mi aspetta un tiro molto impegnativo, una placca verticale con pochissimo ghiaccio e possibilità di proteggersi pressoché nulle. Parto carico e d’un fiato passo il primo tratto duro. Mi proteggo alla meglio, mi aspetta un traverso molto delicato, batto e parte una crepa, bene! Riesco ad uscire in qualche modo da questo tiro killer, è la prima volta che su un tiro duro mi sono fermato, ho chiuso gli occhi e mi sono fatto coraggio da solo, “dai Marco che ce la fai, ce la fai…. ma non cadere.” Esco dal ghiaccio schifoso dopo molti metri e finalmente posso battere su un ghiaccio sano. Tiro un urlo secco, un brivido mi parte dalla testa e scende fino ai piedi. Recuperando gli altri sento cadere grossi pezzi di ghiaccio. Sicuramente uno dei tiri più duri che abbia fatto. Non un tiro di “pompa”, ma molto tecnico, dove le piccozze vanno usate con delicatezza. Vietato battere troppo!
Bene, sembra che il peggio sia passato, ma non è cosi. Riparto per un altro tiro molto impegnativo. Un’altra placca con poco ghiaccio mi fa tremare di nuovo, ma ormai sono nel trip… il cervello si è bruciato già nel tiro di prima. Salgo ancora fino a degli strapiombi. Riesco a proteggermi bene sotto i piedi ma poi nulla. Anche qua, se cadessi rimbalzerei su una cengetta e poi giù. Prendo coraggio e parto, salgo due metri, ma i funghi sono ricoperti di neve inconsistente. Sono costretto a tornare indietro dallo strapiombo. Riparto più a destra, sono quasi fuori ma devo cambiare mano sulla picca e non so se ne ho abbastanza. Non c’è tempo per decidere, o la va… o la va! Esco indenne anche da questo tiro e un altro urlo mi porta alla sosta. Per oggi ho dato.
L’ultimo tiro lo fa Beppe, che come una macchina se lo brucia. Dopo due tiri molto tecnici quest’ultimo è uno di quelli che ti svuotano le braccia: quaranta metri più o meno verticali, con un solo riposo. Mentre salgo, Beppe dice che manca ancora un tiro duro e inizio a preoccuparmi. Ho i crampi alle braccia … ma per fortuna è un simpaticone e la cascata è finita lì! Dopo le calate sulle Abalakov già montate in salita, un abbraccio è obbligatorio. Mi incammino solitario verso il bivacco, ancora in trance. Basta mangiare qualcosa al volo e il cervello si riprende dal torpore. Io scendo con gli sci e mentre aspetto al Rifugio Dibona Andrea e Beppe che sono a piedi riprendo un po’ di temperatura vicino alla Stube. Due chiacchere con i gentili gestori e, arrivati i compagni di avventura, giù con lo slittino verso la macchina! Certamente il rientro più simpatico di sempre. Sicuramente una delle cascate più impegnative che io abbia aperto. Un viaggio in un ambiente unico, un avvicinamento lungo con un bivacco, e la solitudine delle Tofane dal versante selvaggio. Che dire, mi serviva. La mia anima da alpinista si è risvegliata alla grande, dopo un anno di esami da guida alpina. E adesso…. Fight like a lion.

UN MOMENTO DA RICORDARE di Andrea Gamberini
Siamo in sosta in una nicchia al riparo sotto l’ultimo tiro, la sosta è ottima su due viti da ghiaccio e un cordino piazzato attorno ad una grossa candela, i piedi sono comodamente appoggiati su terrazzino orizzontale di neve dura. E’ passato da poco mezzogiorno e già da mezz’ora i primi raggi di sole sono spuntati a sud dietro questa imponente parete della Tofana di Mezzo. Il tepore solare ci terrà compagnia riscaldandoci le ossa e il morale per un’altra oretta, prima di lasciarci di nuovo nell’ombra e sparire alle spalle della famosa “big” Tofana di Rozes. In lontananza è visibile la Malga della Val Travenanzes e più dietro il gruppo del Lagazuoi Nord. Aggrappati su questa impressionante linea di ghiaccio siamo completamente immersi in questo scenario Dolomitico di cime e pareti color fuoco vivendo un’atmosfera surreale.
“A volte mi chiedo come si possa così amare la stagione fredda, non può essere solo per il ghiaccio e la passione per le cascate. D’inverno, oltre alla solitudine e il freddo di certi angoli delle montagne, si assapora qualcosa in più, spesso inspiegabile”. Distolgo lo sguardo che precipita nel vuoto verso la base della parete mentre sento dissolversi la leggera brezza gelata che ci accompagnava fin dalle prime luci dell’alba. Fino a poco fa ci chiedevamo il perché ci fossimo ficcati su per questa difficile linea, mentre ora, che mancano solo quaranta metri e il sole moralmente ci aiuta, ci pervade la convinzione di avercela fatta.
Manca ancora la legnata finale. Beppe carico come non mai è appena partito, procede deciso e sorridente, per scalare il muro finale di quaranta metri paurosamente verticale, Marco ed io facciamo le più svariate considerazioni di come è stata questa salita. Non senza problemi, ma con gran classe Marco si è trovato a gestire il peso morale e fisico di salire da primo di cordata risolvendo i due tiri precedenti. A volte in tali situazioni capita di accettare circostanze dove l’estrema concentrazione è miscelata ad una disinteressata indifferenza!
Mi è capitato di aver scalato altre cascate dure in questi anni, in compagnia di bravi compagni e già dalla sera precedente mi ero fatto un’idea osservando questo tratto col binocolo convinto che ci aspettassero forti difficoltà. Il “problema” delle cascate difficili è che viste da lontano sembrano proprio dure, quando ci sei sotto diventano più invitanti e poi quando ci sei dentro che scali ritornano più dure di prima!
Il caldo e vento dei giorni scorsi avevano seccato e diminuito lo spessore del ghiaccio, “regalandoci” colate anoressiche, frange instabili e difficili chiodature a tratti “aleatorie” (cit. Manu, 2013)! Son quei tiri di corda che ti azzerano la salivazione, che ti svuotano per benino le braccia e ti cucinano la testa! L’impegno è stato arduo pur salendo da secondo… dovendo lottare lentamente per poter risolvere il tratto chiave, arrampicando con delicati agganci di picozze e minimali appoggi in punta di ramponi, evitando vigorose picozzate e inventandosi improbabili riposi, per poter diminuire i battiti e respirare profondamente…
L’emozione è stata intensa, e lo è tutt’ora… forte, salire una nuova cascata come questa nel cuore delle Dolomiti! Grazie ragazzi per i momenti di avventura, per l’ottima compagnia nelle due giornate e per aver preso parte a questa salita, bravo Beppe e bravo Marco! Una volta “fuori” non ci resta che stringerci la mano e lasciarsi scivolare giù per le corde doppie fino ai pendii basali e rientrare sotto un tramonto invernale!

Pronto Soccorso

Soccorso in montagna

Domenica 25 novembre 2012, presso la palestra Strocchi, struttura indoor del G.S.Carchidio, si è tenuto un incontro con il Dott.Paolo Lega il quale ci ha illustrato le norme di comportamento da tenere in caso di intervento in un incidente di montagna.

Il Dott.Lega è un medico specialista in rianimazione e traumatologia, che ha svolto la sua opera    pluridecennale in una delle strutture ospedaliere più importanti della nostra regione; è stato tra i primi medici a lavorare con l’elisoccorso regionale, fin dalla sua creazione, inoltre ha anche maturato esperienza di soccorso in montagna; amante della montagna, si è reso disponibile ad una chiacchierata con noi su un argomento di cui si parla poco, ma che riveste un’importante ruolo sia nell’attività di scuola, sia nell’attività personale.

L’incontro si è focalizzato sui punti basilari delle norme comportamentali da tenere in caso ci si venga a trovare di fronte ad un problema sanitario che richiede anche il nostro intervento, ovvero:

  1. Rilancio della richiesta di aiuto
  2. Primo intervento in attesa dei soccorritori
  3. Stabilizzazione e trasporto
  4. Cura in struttura adeguata

Nel caso ci trovassimo a dover intervenire per prestare soccorso a qualcuno (non solo in montagna), la prima cosa da fare è la richiesta di soccorso e per fare ciò è altrettanto importante raccogliere più informazioni possibili per relazionarsi al meglio con l’operatore del pronto intervento; occorre sapere se è un incidente di natura traumatica o derivante da un malore (se è di natura traumatica non bisogna assolutamente muovere l’incidentato per non correre il rischio di provocare ulteriori lesioni), se l’incidentato è cosciente o incosciente, se ha battito cardiaco, se respira autonomamente o no, se ha pallore, sudorazione, brividi, convulsioni e tutto ciò che si può osservare per dare un quadro il più completo possibile di informazioni; occorre anche dare informazioni sul luogo dell’incidente, posizione geografica, quota, condizioni meteo, intensità e direzione del vento, note geomorfologiche del luogo, eccetera; l’operatore che riceve la chiamata potrebbe trovarsi addirittura in una regione diversa da quella del luogo dell’incidente, per cui informazioni precise gli permetteranno di attivare la squadra soccorsi più vicina,aumentando notevolmente le possibilità di un soccorso tempestivo ed efficace.

Una volta allertati i soccorsi, in attesa del loro arrivo, può essere necessario anche provvedere ad un primo intervento, che può andare dal semplice conforto dell’infortunato (anche un semplice aiuto psicologico può risultare molto utile), fino all’intervento di rianimazione con massaggio cardiaco e respirazione bocca a bocca, in caso di incoscienza per un malore; mettere l’infortunato in condizione di ricevere i primi soccorsi fa guadagnare tempo, portare nello zaino la coperta alluminizzata è importante, come è altrettanto importante conoscere la segnaletica di soccorso (acustica e visiva) sia per richiedere aiuto sia dare indicazioni ad un elicottero (le classiche posizioni a Y o a X, l’accorgimento di dare spalle al vento per indicarne la direzione al pilota, per esempio) e come comportarsi quando l’intervento è eseguito da un elicottero (creare una piazzola, avvicinarsi al mezzo solo se fermo e solo se chiamati dall’operatore, per esempio). Tutte cose che se fatte nel modo migliore possibile, potrebbero rivelarsi un prezioso aiuto sia per l’infortunato, sia per i soccorritori.

Dal momento che i soccorritori giungono sul posto ed iniziano il loro intervento, non occorre fare null’altro se non dare eventuali ulteriori informazioni.

Il Dott.Lega ha poi illustrato tutta una casistica sui traumi, descrivendoli singolarmente e dando piccole indicazioni utili su cosa fare e soprattutto su cosa non fare, al fine di portare il miglior tipo di aiuto fino all’arrivo dei soccorsi.

La discussione ha toccato anche l’argomento alimentazione e idratazione, andando in sintesi a fornire utili informazioni sul tipo di alimentazione in funzione del tipo di attività da intraprendere, focalizzandosi sulla valutazione dell’indice glicemico degli alimenti in funzione di ciò, e fornendo utili consigli sull’idratazione del nostro corpo durante tutto il periodo dell’attività. Il tutto associato ad un discorso più esteso di prevenzione incidenti che possono essere causati da un calo improvviso di energie o da una non efficace idratazione durante lo sforzo di un’attività.

In generale è stata una interessante ed utile presentazione ad ampio raggio attorno al problema degli incidenti in montagna, condita da numerosi e utili consigli tecnico/pratici, con numerose domande e risposte, esposta in modo chiaro e comprensibile, nonostante i frequenti termini scientifici o “paroloni”, dal Dott.Lega.

Cresta Kuffner al Mont Maudit

10 agosto 2012, la storia continua…..

Sono sulla terrazza esterna del rifugio Torino.

Mi rallegro per il blu cobalto del cielo che fa da sfondo al bianco immacolato dei ghiacciai…. Per domani non sono previsti cambiamenti, c’è una “finestra” di alta pressione che dovrebbe tenere il cielo sgombro dalle nuvole per almeno 4-5 giorni.

E’ la prima “finestra”di bel tempo duraturo di questa strana estate che fino ad ora ha intervallato solo belle giornate singole a lunghi periodi perturbati.

E’ il problema dell’Ovest, per andare c’è bisogno che il tempo dia certezze e garanzie di bello, con la meteo a queste quote non si scherza davvero!

Questa volta però i siti meteo sono tutti d’accordo: alta pressione e bel tempo stabile per tutta la settimana.

Solo 2 giorni fa sono stati recuperati, per fortuna sani e salvi, 3 alpinisti spagnoli rimasti bloccati per 30 ore dal maltempo sulla cresta Kuffner al Mont Maudit.

Ed è proprio per la Kuffner che sono qui.

Con me c’è Luca Gambi che ha accettato di buon grado l’invito.

Luca sul Bianco non c’è mai stato.

Non dico in vetta, il Bianco non è solo la vetta, il Bianco è un fantastico mondo che comincia molto più giù e molto più lontano dalla cuspide sommitale che culmina a 4810 mt!

Il Bianco ti si schiude dalla terrazza del rifugio Torino: impossibile non vedere la cresta di Peuterey oltre lo sperone della Brenva, una cavalcata fuori dalla mia portata “tecnica” ma non certo fuori dalla portata dei miei occhi.

Dal Torino cammini 15 minuti e, raggiunto il colle del Flambeau, ti si schiude un altro Bianco: è quello della combe Maudit, dei satelliti di protogino rosso, il Grand Capucin, le Trident, la Pyramide de Tacul, il Pic Adolph Rey, la cresta delle aiguilles du Diable.

Persino mia figlia, che ha un interesse per la montagna pari al mio per i Centri Commerciali, quando l’ho portata qui, non ha saputo controbattere la mia affermazione che questo è il posto più bello del mondo!

Senza spostarti da lì, solo girando un po’ la testa vedi un’altra cartolina del Bianco: il Dente del Gigante, e la cresta di Rochefort che ti nascondono le Grandes Jorasses.

Se invece sali da Chamonix al Col du Midi, il Bianco che vedi è tutta la cresta delle aiguille de Chamonix, il Dente del Gigante da qui non ti nasconde più le Grandes Jorasses che, al contrario, si alzano nette e scure coi loro terrificanti speroni di roccia e ghiaccio.

Potrei stare seduto delle ore al Col du Midi a contemplare i seracchi del Tacul, il Triangle, o la Vallè Blanche che si incunea fra l’Enverse e le Periades.

Potrei strare delle ore ma gli occhi più di tanto non si possono riempire!

D’inverno mi è capitato di “passeggiare” lungo il ghiacciaio d’Argentiere e restare “basito” sotto l’enorme muraglia ghiacciata costituita dai versanti nord della Verte, delle Courtes e delle Droite.

Dei brividi mi percorrevano la schiena ma non erano per il freddo!!!

Posso lasciare fuori “dall’elenco delle cartoline dal Bianco” i Dru? Solo se avessi intenzione di bestemmiare!

I Dru, in particolare il “piccolo”, quello indissolubilmente legato al nome di Bonatti per la salita solitaria risolta con un disperato lancio di corda aggrovigliata in vari nodi, lo si vede bene dalla stazione del Montenvers: scendi dal treno e te lo trovi lì davanti, una guglia arditissima, slanciata contro il cielo con ben evidente la cicatrice del crollo che proprio il Pilier Bonatti, frantumandosi a valle, gli ha lasciato.

Allora siamo sul Bianco, io, inguaribile (e irrecuperabile) innamorato e Luca che prima non c’era mai stato e perderà questa insopportabile verginità con un piacere paragonabile solo alla perdita di un altro e ben più famoso tipo di verginità.

Dunque siamo qui per la Kuffner al Mont Maudit, oggi abbiamo fatto una “ricognizione” per verificare la percorribilità dell’accesso diretto alla cresta senza dover passare dal bivacco della Fourche.

Le tracce andavano tutte in direzione del pendio che porta al bivacco ma il canale di accesso diretto è in buone condizioni e abbiamo deciso che sarà il nostro “trampolino” di lancio domattina per raggiungere la cresta e cominciarne la cavalcata sospesi fra il bacino della Brenva e quello della combe Maudit.

Dal rifugio Torino la Kuffner è tutt’altro che evidente, si perde e si confonde fra i contrafforti rocciosi, separati fra loro da altrettante linee di ghiaccio, che solcano le pareti sud-est del Tacul e del Maudit.

Continuo a guardare cercando di immaginare la mia azione domani.

Vorrei averla già salita questa Kuffner, vorrei essere qui a guardare e riconoscere i passaggi e compiacermi intimamente per come li ho affrontati.

Vorrei che fosse tutto finito, vorrei mandare un sms di condivisione ai miei abituali compagni di cordata coi quali tante volte abbiamo parlato di questa cresta ma coi quali purtroppo non sono coincise le giornate “buone per tentare”.

Vorrei un sacco di cose ma devo mordere il freno fino alle 2 di domattina, quando suonerà la sveglia e cominceranno le danze.

Il cono di luce della frontale che illumina i nostri passi, lo scricchiolio della neve gelata sotto i morsi dei ramponi, la volta stellata come solo a queste quote può succedere di vedere, l’aria fresca che ti punge le narici sono tutte sensazioni già meravigliosamente collaudate.

Andiamo verso ovest dove la notte è più cupa avvertendo però che già l’alba comincia a schiarire i contorni alle nostre spalle.

Siamo sotto l’attacco diretto della cresta, si comincia ad arrampicare.

La corda fila via in mezzo alle gambe perdendosi nel buio oltre il fascio luminoso della pila frontale, Luca, dal basso, mi urla che è finita; una vite da ghiaccio, un tibloc e si possono fare altri 50 metri.

Con 2 tiri da 100 metri raggiungiamo la cresta; la corda fra me e Luca ora diventa corta, 10 mt che si accorciano fino a 2 in funzione delle asole che teniamo in mano.

Il chiarore dell’alba non è più solo alle nostre spalle, ci alziamo lungo la cresta allo stesso ritmo con cui la luce guadagna metri sulla notte, la cuspide ghiacciata del monte Bianco improvvisamente si colora di rosa, il ghiacciaio della Brenva, piano piano, diventa meno tetro e sempre più basso.

Arriviamo all’Androsace e al tratto di cresta nevosa che lo precede.

Impossibile non fare foto, questi 30 mt di cresta hanno più foto della Claudia Sciffer dei bei tempi.

E noi la stiamo cavalcando, quegli invidiati omini visti in mille scatti su riviste, guide o in rete ora siamo noi.

Saremo noi a fare invidia a chi ci guarderà, oggi saremo noi a salire in vetta al Maudit per una linea di salita affascinante, spettacolare e che ci stiamo godendo ad ogni passo.

E la cima del Maudit arriva alle 11,30.

C’è tempo per una “pazzia”: raggiungere la traccia di salita alla vetta del Bianco e continuare questa entusiasmante cavalcata fino in cima, fino al punto in cui tutto sarà più basso di noi.

Quando sono le 14 non c’è più niente da salire, si può solo scendere; da dove siamo guardiamo tutto e tutti dall’alto.

Luca non contiene le lacrime, non poteva perdere la “verginità” in un modo migliore: in cima al Bianco per la prima volta non salendo una delle tre vie normali ma salendo la Kuffner.

In quanti fra chi sta leggendo l’ha fatto?

E’ il 10 agosto.

226 anni fa (e 2 giorni mannaggia!) su questa cima è iniziata la storia dell’alpinismo: l’8 agosto del 1786 Paccard e Balmat hanno messo le loro suole chiodate più o meno dove oggi Luca ed io stiamo mettendo le punte dei nostri ramponi.

Due salite non paragonabili, epica e pietra miliare la loro, di nessun rilievo o importanza alpinistica la nostra, due epoche diverse, come diversa è l’attrezzatura, e diverso è l’abbigliamento.

Però c’è una cosa su cui credo ci possiamo confrontare: lo stesso motore a spingere, la stessa passione a muovere, la stessa voglia di partire.

8 agosto 1786 la storia comincia, 10 agosto 2012 la storia continua……..

Mauro Cappelli

GUARDA LE FOTO

La Ripa della Moia Parte 1°

Per chi non avesse ancora visitato la ripa della Moia al Fumaiolo, io personalmente consiglio di farci un giro, mentre alle Balze ci sarà il super affollamento con biglietto della Coop per fare una via  o aspettare i soliti menefreghisti che lasciano su le corde sulle vie per tutto un giorno considerandole loro, alla moia si può solo sentire il proprio respiro mentre si arrampica o al massimo il campanellio delle mucche che pascolano.

Per arrivarci si sende dal fumaiolo o si sale da Acquapartita poi si vede, nella grandezza dei suoi 150 mt di altezza.

Le vie provate sono alla estrema sinistra della falesia, le prime due “la 1 e la 2 ” sono su placca appoggiata, il grado non supera il 5a, la catena è in comune e buona mentre la chiodatura è nuova con piastrine artigianali in alluminio. Nonostante la distanza di circa 2 mt ogni protezione l’arrampicata è tranquilla.

La Via n° 3 è di spigolo, la distanza delle protezioni e la qualità è sempre la stessa, la difficoltà leggermente più impegnativa “5b”

La via n° 4 è di placca con un bel passaggio, la catena è la stessa della 3 e anche della 5.

per tutte queste vie (1.2.3.4.) ci vogliono circa 7/8 rinvii.

La Via n° 5 è molto bella, “Diedrino” ha un bel passaggio di diedro fessurato, placca e strapiombo o traverso su placca per chi non ha troppi bicipiti. Delicata e adrenalinica l’uscita alla catena. Ci può stare un passaggio di 5c/6a.

La Via n° 6 “Fantomax” ha un piccolo strapiombo e poi placca, forse la più impegnativa del settore (psg. 6a)

Le vie n° 7 e 8 sono più lunghe perchè partono da più basso ma con difficoltà basse, (5a).

La catena è in comune con la 6 e la 7.

Per adesso buon divertimento………

Alla prossima…..

 

 

IMPORTANTISSIMO, NON PARCHEGGIATE DAVANTI AL CANCELLO!!!!!

 

Guarda le Foto

 

 

Il Rifugio.

 

Io, al telefono: “Avete posto per due persone questa notte?”

“No, mi dispiace, siamo pieni”

“Dai, non puoi lasciarci fuori dal rifugio!”

“No, fuori non vi ci lascio ma vi dovete accontentare di un materasso in sala”

“Va benissimo, allora ci vediamo stasera”

Questo è il breve dialogo telefonico che ho avuto con Luca, il disponibilissimo gestore del rifugio Brentei nel gruppo delle Dolomiti di Brenta.

Rifugio…. Se diamo un senso alle parole, ci troviamo di fronte ad una struttura che serve a dare ricovero, conforto e, appunto, rifugio, a quanti, escursionisti o alpinisti, si trovano immersi in un ambiente che, pur bellissimo, senza basi di appoggio, potrebbe presto trasformarsi in qualcosa di molto ostile e repulsivo.

Quando si torna da una salita, soprattutto se è stata lunga ed impegnativa, la vista del rifugio rappresenta il coronamento della giornata, il momento in cui si realizza che tutto è andato come doveva andare e che possiamo goderci la fatica e l’impegno che abbiamo profuso durante la giornata.

E che possiamo finalmente bagnare la gola con quella birra cui abbiamo continuamente pensato durante l’arsura patita in salita.

Insomma, si tratta, appunto, di un rifugio.

Io e Matteo ci siamo sentiti a casa in quell’ambiente, siamo arrivati alle 9 di sera, ci hanno accolto con un sorriso, ci hanno apparecchiato il posto a tavola e servito una cena sobria ma a cui non mancava davvero niente.

Dopo ci hanno fatto vedere la nostra sistemazione “di emergenza”: il locale asciugatoio che, tutto per noi due, è diventata una suite presidenziale, meglio di una camerata da condividere con scorreggioni e russatori professionisti.

Un cartello indica l’orario per le colazioni: dalle 6 alle 8.

La nostra sveglia per il giorno dopo era puntata alle 4 del mattino…. “Non c’è problema, lasciamo la colazione nei tavoli e le bevande calde nei thermos, voi vi alzate quando volete che trovate tutto pronto”. E’ sempre col sorriso sulle labbra che Luca ci rassicura.

E’ un rifugio, se non fosse in grado di trovarmi una sistemazione d’emergenza o non servirmi una colazione “fuori orario” a che potrebbe servire?

Domani abbiamo una salita (e una discesa) che ci terrà impegnati per un bel po’ di ore.

E’ per questo che siamo qui, questo è il nostro modo (bizzarro?) di occupare il tempo libero, e questo rifugio è parte integrante del nostro andare in montagna.

Non è un albergo, di quelli è piena Madonna di Campiglio con una scelta ed una diversificazione che certamente accontenterà anche il turista più esigente; qui siamo in Val Brenta ai piedi del Crozzon, non ci serve un albergo con la sua vasta offerta turistica…. Qui ci serve un rifugio!

Passano 10 giorni e torno al Brentei, questa volta con me c’è Andrea.

Abbiamo passato 2 splendide giornate “arrampicatorie” e ci apprestiamo a rientrare in Romagna.

Sono le 17 e, prima di scendere a Vallesinella dove abbiamo lasciato la nostra auto, ci fermiamo per un panino.

Luca oggi non c’è, ci sono dei problemi con l’approvvigionamento dell’acqua e sta cercando di risolvere la situazione.

L’inverno è stato poco nevoso e le piogge stentano, le vasche di raccolta sono quasi vuote così è andato sotto il Crozzon dove un tubo raccoglie il prezioso liquido e lo convoglia nei pressi del rifugio.

Mentre io e Andrea ci assaporiamo il nostro panino, arriva un “avventore” con un telefonino in mano, un carica batteria e un fare minaccioso….

“Come mai non carica?”

La ragazza risponde gentilmente che il generatore per la corrente verrà attivato solo più tardi e che sarà quindi possibile caricare il cellulare solo allora.

Il signore sembra stupito ed incredulo, non controbatte solo perché completamente spiazzato dalla risposta.

La sua espressione diceva: “che posto è mai questo dove ci sono degli orari per ricaricare un telefonino? A me serve carico adesso!”

Io e Andrea ce la ridiamo sotto i baffi e strizziamo complici l’occhiolino alla ragazza.

Passano si e no 5 minuti e una signora che aveva chiesto uno strudel chiama la ragazza e con aria disgustata chiede se glielo può riscaldare, visto che è gelato!

La ragazza non perde la gentilezza e il sorriso, prende il piatto col dolce e lo porta in cucina dove sarà, in qualche modo, riscaldato (certo non col micro onde vista la mancanza di corrente).

A conferma della regola “non c’è due senza tre”, arriva un signore a chiedere se hanno del sapone liquido che lui ha lasciato tutto a casa.

Mentre paghiamo il nostro panino, un gemito di contentezza arriva dalla cucina: finalmente l’acqua scende dai rubinetti, Luca, in qualche modo, ha messo una pezza al problema.

Scherziamo con la ragazza sulle tre richieste bizzarre cui abbiamo assistito nel giro di 5 minuti e questa, sconsolata, rincara la dose dicendo che non si tratta di eccezioni…. Purtroppo è la regola.

Ci racconta di una coppia che chiedeva una camera matrimoniale, o di un gruppo di 70 persone che pretendevano di fare tutte la doccia (visto che paghiamo, ne abbiamo diritto!) e di altri aneddoti che non dovrebbero nemmeno sfiorare certi “ambienti”.

Nel frattempo arriva Luca, si vede che gli piace il suo lavoro ed è orgoglioso di gestire il suo rifugio, si spaccherebbe in 4 per soddisfare tutte le richieste!

Si ferma 2 minuti con noi, ci chiede com’è andata, se trova il tempo vuole anche lui prima o poi fare quella salita, chiede informazioni sui tiri, sulle soste, sulle difficoltà.

Gli lasciamo la relazione che abbiamo usato noi e con la quale ci siamo trovati bene.

Prima che riprendiamo il nostro cammino verso valle vuole a tutti i costi offrirci una birra così brindiamo ai monti, alle salite e ai rifugi……

Già, i rifugi… Queste strane strutture dove non si riesce a ricaricare il telefonino, ti viene servito lo strudel freddo, non hanno il sapone liquido a disposizione della clientela, non hanno camere matrimoniali e non permettono a 70 persone sudate di farsi una doccia……

Queste strane strutture dove non sempre spingere un pulsante fa funzionare ogni cosa e dove non serve sventolare banconote da 100 €. per riempire d’acqua le vasche di raccolta.

Queste strane strutture dove, a parte qualche rara eccezione, mi sento sempre a casa mia…. Meglio di casa mia!

 

Mauro Cappelli

Valle dell’Orco

Granito in Valle dell’Orco

Tra le tante possibilità di salita che offre la Valle dell’Orco (soprannominata anche “Yosemite italiana”), vorrei segnalare la via del Pesce d’Aprile alla Torre di Aimonin.
Si tratta di una via breve (ca.170 metri) e di facile accesso, dal paese di Ceresole Reale all’attacco, ci vogliono venti minuti; se ci si trova in zona può essere uno spunto
per una piacevole arrampicata di mezza giornata.
La via del Pesce d’Aprile è stata aperta da M.Kosterlitz, G.Motti, U.Manera, G.Morello e R.Bianco il 31 marzo 1973) sulla Torre di Aimonin, uno spallone roccioso all’imbocco
della valle che domina il paese di Ceresole Reale.
Secondo le narrazioni degli apritori, la via deve il suo nome ad uno scherzo fatto, il giorno dell’apertura, da Mike Kosterlitz ai danni di Ugo Manera: durante la progressione,
la cordata Kosterlitz/Motti, che procedeva per prima, superò il diedro fessurato del tiro chiave proteggendosi con i nuts, che a quel tempo erano ancora poco conosciuti dalle
nostre parti, lasciando quindi il tiro pulito, senza dire nulla alla cordata che seguiva, guidata dal Manera; questi, non trovando chiodi di progressione, pensò che i compagni
fossero saliti senza l’ausilio di assicurazioni intermedie e quindi, faticando non poco e salendo praticamente sprotetto, in sosta fu informato dell’arcano mistero dei nuts; da
qui il nome della via.

In tempi recenti, in aggiunta ai pochi chiodi lasciati dagli apritori, la via fu integrata a spit sia alle soste sia lungo i tiri; successivamente, mano ignota ha fatto pulizia
completa degli spit (quelli che si incontrano sono di un’altra via che incrocia in un paio di punti) lungo i tiri, lasciando solo quelli delle soste e, per completezza d’opera,
anche un paio dei vecchi chiodi sono stati accuratamente “martellati” fino a diventare inservibili; la via, grazie alle fessure che segue, rimane comunque proteggibile con
protezioni veloci (sono utili tutti i friends compresi quelli di piccola misura ed i nuts).

1) Il primo tiro, superata una pancetta in partenza, traversa in obliquo verso destra fino ad una comoda sosta;
2) il secondo tiro, dopo un traverso orizzontale verso destra di qualche metro, supera un diedro aperto e “salta” su un comodo terrazzino invisibile da sotto sul quale si trova
la seconda sosta;
3) traversando ancora alcuni metri verso destra, il terzo tiro imbocca un breve ma ostico caminetto dal quale si esce, incastrandosi con il corpo, su una cengia alla base di una
placca apparentemente liscia dove è fissata la sosta;
4) traversando alcuni metri verso destra dalla sosta, le mani si incastrano in una lama, dalla sosta la si può intuire ma non è visibile, la quale risale, curvando verso
sinistra, per alcuni metri fino ad una cengia superiore più semplice, utili due friend piccolini e/o nuts nella lama, oltre la cengia si raggiunge la sosta, comoda;
5) da qui parte il quinto tiro con il passaggio chiave che prevede il superamento di un diedro fessurato da risalire quasi interamente alla “Dulfer” fino ad un alberello dal
quale si traversa decisi a sinistra su una lama delicata, la roccia è di una bellezza entusiasmante (tranne la lama che “suona” vuota sotto alle nocche), alla carenza di
appoggi si contrappone un’aderenza fantastica e la fessura nel fondo del diedro garantisce spazio sicuro, oltre che per le mani, anche per la serie dei friends medi e
medio/piccoli, delicata, come già detto, l’uscita dal diedro sulla lama; la sosta, comoda per due (stretta in tre) si trova subito dopo alla lama;
6) dalla sosta si raggiunge e si risale un diedro camino leggermente strapiombante, ricco di solide lame, dal quale fa capolino un cordone da 8 mm incastrato per mezzo di un
nodo in una fessura (inutile dire “protezione effimera”), la roccia offre comunque i suoi spazi e non è difficile proteggersi velocemente in altro modo e la sosta si trova poco
sopra il diedro;
7) l’ultimo tiro parte dalla base di un alberello e risale verticalmente per una decina di metri, una fessura da proteggere interamente a friends, che solca una placca
poverissima di appoggi, questo tiro offre un notevole materiale di ripasso sulla tecnica di incastro in fessura per la progressione; fuori dalle difficoltà della fessura,
la roccia lascia spazio ad un canalino terroso in mezzo ad arbusti e pianticelle (chiodo) fino a trovare la sosta.

Un lungo traverso il leggera ascesa per una comoda cengia, conduce alla prima di una serie di calate in doppia che riportano direttamente all’attacco della via.

Tranne alcuni punti, già accennati nella descrizione, in cui la roccia non è il massimo, la via si svolge su un granito fantastico, è consigliabile l’uso delle mezze corde e
come materiale sono molto utili friends e nuts di tutte le misure piccole e medie, chiodi e martello si possono lasciare in auto; relazioni della via, sono facilmente
reperibili su internet.
Disclaimer: le informazioni riportate in questo articolo derivano da una personale ripetizione della via dell’estate 2011 e sono da ritenersi indicative e soggette a possibili
cambiamenti legati alla natura stessa della montagna; il sottoscritto declina ogni responsabilità nell’utilizzo delle informazioni riportate nell’articolo stesso, l’ascensione
dell’itinerario proposto, in quanto attività alpinistica, è una scelta personale e responsabile. Spetta ad ogni arrampicatore verificare la solidità degli appigli e delle
protezioni presenti oltre alle proprie capacità tecniche

Palestra di Roccia delle Balze

FOGLIO INFORMATIVO

Località Falera

 

Vie di roccia risanate e nuove.

Ultimo aggiornamento 15/05/2011

 

Vie risistemate o nuove hanno il nome con targhetta alla base.

 

IMPORTANTE:

Per la conformazione della parete, sovrastata da uno strato molto friabile di arenaria e da prati sommitali frequentati da animali selvatici e non, l’uso del Casco da Alpinismo è assolutamente consigliabile, così come un soggiorno a debita distanza per coloro che non arrampicano.

 

Le informazioni riportate su questo foglio informativo sono da ritenersi indicative e soggette a possibili cambiamenti legati alla natura stessa della montagna.
Si declina ogni responsabilità nell’utilizzo delle informazioni qui contenute in quanto l’attività alpinistica è una scelta personale e responsabile. Spetta ad ogni arrampicatore verificare la solidità degli appigli e delle protezioni presenti oltre alle proprie capacità tecniche.

 

Itinerari da sinistra verso destra:

 

MONTANDO DANIELA 5C+ 17 mt. FESSURA

IMPRINTING primo tiro 6A 20 mt. SPIGOLO E PLACCAsecondo tiro 5B 20 mt. PLACCA FESSURATA

LA CRUNA DELL’AGO 6B+ 35 mt. !!!!! SPIGOLO E STRAP.

CAVALCANDO IL MINCHIONE 5A 25 mt. SPIGOLO

SOLITARIA 5C+ 25 mt. FESSURA ATLETICA

LA DONNA IDEALE 5A 12 mt. DIEDRO

attacca a metà parete da Scuola Pietramora o da Solitaria: targhetta

SCUOLA PIETRAMORA 5B 30 mt. PLACCA E DIEDRO

CUORE DI ROCCIA 5C+ 30 mt. STRAP. E SPIGOLO

PARAVANI 5A 28 mt. PLACCA E STRAP.

SOTTOTETTO 5A 25 mt. DIEDRO E PLACCA

PROBLEMI ZERO 5A 15 mt. STRAP. E PLACCA

COMUNQUE VADA SARA’ UN SUCCESSO 5A 15 mt. STRAP. E PLACCA

SCHIAVO DI BACI 5C 23 mt. STRAP. E PLACCA

INCHIODA I CHIODI 6A+ 23 mt. SPIGOLO STRAP.

PANORAMA 6A 25 mt. CAMINO E DIEDRO

NADI’ 7A+ 23 mt. MURO STRAPIOM.

MANUDIBANGO 6B+ 20 mt. STRAP. E PLACCA

NIDO DI FALCO 6A+ 20 mt. DIEDRO

GATTAMORTA 6A+ 15 mt. STRAPIOMBO

HOMO FINITO 6B 15 mt. STRAPIOMBO

GNAGNINA 6C 15 mt. STRAPIOMBO

INDIMENTICATA 6A 15 mt. STRAP. E PLACCA

TIROSA 5C+ 15 mt. PLACCA E TETTINO

SCALDAMUSCOLI 6A 20 mt. FESSURA E STRAP.

TENDINITE 7A 20 mt. STRAPIOMBO

TIMSHEL 7A ?? 20mt. STRAPIOMBO

GIRAVOLTA 6A 23 mt. FESSURA E STRAP.

BASTA NON TOCCARE I CHIODI 6A 22 mt. TETTO OBLIQUO

LINEA D’OMBRA 5C+ 20 mt. PLACCA E DIEDRO

LILLO IL CONIGLIO 6B+ 15 mt. STRAPIOMBO

attacca a metà parete da Linea d’ Ombra: targhetta

VITRIOL Primo sosta 6A 18 mt. PLACCA E DIEDRO

Seconda sosta 6B+ 5 mt.

SENZA META 6B 20 mt. STRAPIOMBI VARI

ESSERE E TEMPO 6B+ 20 mt. PLACCA E STRAP.

CLAN DE LA ROCHE 6A+ 22 mt. PLACCA

ERBOSA 6A 15 mt. DIEDRO E TETTO

IVOVIA 6A 15 mt. DIEDRO E STRAP.

LINEA LOGICA 6A 25 mt. DIEDRO E STRAP.

RUGHE 6B+ 30 mt. PLACCA E STRAP.

DOLOMITICA 5C 30 mt. FESSURA E DIEDRO

UNCINETTO 6B+ 15 mt. PLACCA E STRAP.

BIANCOSPINO 5B 30 mt. FESSURA E CAMINO

possibile sosta intermedia

BRIVIDO 7A 27 mt. PLACCA E STRAP.

DALLA RABBIA ALL’AMORE 6A+ 28 mt. STRAP. E PLACCA

ANDOVADO 5C 30 mt. !!! PLACCA

SVENTRAPAPERE 4B 30 mt. !!! STRAP. E FESSURE

CIAO CLAUDIA 5C 30 mt. !!! DIEDRO E FESSURA

 

PILASTRO di STREGA: possibile accesso dal terrazzo nord per moulinette:

DANIELE VE LO PONE 5C 20 mt. PLACCA FESSURATA

NUVOLA ROSSA 6A 25 mt. SPIGOLO E PLACCA

VARIANTE DI STREGA 6B+ 30 mt. FESSURA E STRAP.

STREGA 6B 30 mt. FESSURA E STRAP.

 

BUON DIVERTIMENTO

Savioli Nereo CAI Rimini