Spigolo Gianeselli allo spiz di mezzo.

Partenza sabato pomeriggio alle 14.00 da cesena x forno di zoldo, risalita la val pramper fino al parcheggio di pian de la fopa ( m 1210) alle 19.00 partiamo x il bivacco carnielli (m 2010 )dove arriviamo dopo due ore di ripido sentiero, senza un tratto in piano dove potere rifiatare e i “soli” 800m di dislivello ci fanno sudare le classiche sette camicie.

arriviamo giusto in tempo x goderci uno splendido tramonto e x buttare un occhio alla nostra meta di domani.una rapida cena e subito a dormire nel bivacco dove per fortuna siamo  soli. La mattina solito copione: sveglia prima dell’alba, con splendida vista sulla sud del civetta e del pelmo, rapida colazione e via all’attacco, la roccia non é bellissima il primo tiro ma migliora subito, la via mai troppo dura ma con passaggi esposti e da proteggere, fila via liscia;davvero molto bello il tiro chiave del diedro giallo con superamento del tetto(V+),e in poco più di 5 ore i 400 metri di via sono sotto di noi.

x la discesa consiglio di fare le doppie atrezzate sulla sella tra lo spiz di mezzo e lo spiz sud, con corde da 60 ne basta una.

una bella salita in un angolo di dolomiti ancora poco affollato e davvero meritevole

ringrazio i miei compagni di cordata che ancora una volta mi hanno seguito nella rincorsa alla realizzazione dei miei sogni;l’unico rammarico e che per uno che si realizza altri cento si affacciano alla porta. speriamo di avere tempo e modo x qualcun altro!

L’UOMO E’ UN DIO CADUTO,  INFINITO NEI DESIDERI, LIMITATO DALLA NATURA

ciao Andrea

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Sas Pordoi Via Maria

All’ ombra di un grande mito.

Sono tanti anni che salgo a Sas Pordoi in funivia sci in mano, obbiettivo la discesa ..

Ma, ogni volta mi ha sempre incuriosito quella parete che porta proprio sotto all’arrivo della funivia, alcune volte vi ho visto alcuni arrampicatori salire.

Ora è capitata l’occasione di provare a fare La Maria via del grande Tita Piaz

Serghej mi fa che via pensavi di fare? se ti va la Maria

Decisione presa, si parte il venerdì sera destinazione il parcheggio della funivia, notte in auto per essere pronti la mattina presto per partire.

Il giorno si preannuncia bello anche se subito fa un po freschino; freddo che passa subito appena inizia la salita alla forcella. Dopo un’ora di camminata siamo alla base della parete, ci sono già  due cordate, una sulla Gross  e l’altra sulla Maria.

Parto per il primo tiro, il secondo più impegnativo tocca a Serghej, un colatoio quindi un po liscio ma la roccia  solida, il secondo è un bel tiro e la roccia migliore. Tiro dopo tiro arriviamo all’uscita del pilastro dove godiamo di una magnifica vista sul Sassolungo.

Siamo al sesto tiro attenzione alla nicchia dobbiamo proseguire ancora aggirare un po lo spigolo e solo allora salire  la corda scorre male e alla nicchia Serghej è costretto a fare sosta, mi recupera e poi parto, 10 metri e sono in sosta. Settimo tiro avanzo un po titubante cercando di individuare la via giusta, poi vedo i cordini penzolare dal grande blocco, rassicurata sulla direzione salgo, tiro molto bello sosta comoda con vista  sul Pelmo, Civetta, Marmolada la giornata è tersa e il cielo pieno di parapendii, si vedono le tracce di salita su Punta Penia, ci sono pure tracce di discesa con gli sci da Punta Roca…poi anche Serghej arriva in sosta e dobbiamo ripartire verso la cima, infatti non è finita mancano ancora tre tiri.

Arrivati ai piantoni della funivia, possiamo dire ora è finita!!! andare al bar e goderci una meritata birra e la visione di un panorama stupendo Un po a malincuore scendiamo passando per la forcella, io già  la immagino piena di neve e spiego a Serghej i passaggi obbligati per poter scendere con gli sci, ma.questo è un’altro sport..

Ciao, Paola

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Diedro Dall’Oglio

DIEDRO DALL’OGLIO
Agosto 2010, compatibilmente con gli impegni del lavoro ed i capricci di un meteo che fa sembrare la nuvola di Fantozzi
un nulla a confronto, finalmente si è aperto uno spiraglio, così la sera del 18 si parte alla volta della Capanna Alpina
obiettivo il Diedro Dall’Oglio alla Torre del Lago.
A mezzanotte, tra uno sbadiglio ed un tornante,
Siamo in cima al Passo Falzarego, piove, a tratti anche forte, le nuvole sono
a bordo strada a fare muro di nebbia, il morale vacilla (…quante volte a macinare chilometri per non fare poi nulla…), al
parcheggio della Capanna Alpina però le cose sono migliori, non piove più e si comincia ad intravedere qualche timida stellina.
Non ci pensiamo, per ora, e passati nel reparto notte dell’auto proviamo a dormire; nel cuore della notte, tra un cambio di
posizione e l’altro, una sbirciatina dai vetri lascia ben sperare, una stellata da rimanere senza fiato ed il vento soffia,
ci riaddormentiamo con il sorriso; alle 7 il maitre di sala ci sveglia e ci invita a passare nel reparto ristorante (sempre
la stessa auto) per degustare una tipica colazione ladina a base di caffè dal termos e biscotti colesterolo-free; dopo la
vestizione, il preparativo dei materiali e la deiezione dei materiali corporei superflui, si parte, non prima però di avere
devoluto l’obolo al parcheggiatore che solerte alle 7 inizia il suo lavoro (tutto il resto del mondo fino alle 8 non muove
una paglia, ma i parcheggiatori sono una razza a sè…evoluta).
Il rifugio Scotoni sfila veloce, così come il Lago Lagazuoi, una piccola perla verde che da sola vale il biglietto del
parcheggio (e pensare che la maggioranza della gente si ferma al rifugio sui prati senza degnare quattro passi ed uno
sguardo a tanta bellezza, ma questa è un’altra cosa), all’imbocco della Forcella del Lago, attraverso i ghiaioni, arriviamo
all’attacco, c’è una guida con una cliente che stanno attaccando la via e dopo poco ci raggiungono cinque che parlano tedesco,
saluti di rito, preparativi veloci e si attacca la via…
I primi tre/quattro tiri sono a sentimento, non esiste percorso obbligato, solo la scelta migliore della roccia per evitare da
sinistra le fascie strabiombanti dell’inizio del diedro, fino a raggiungere la grande cengia che permette di raggiungere
il diedro vero e proprio. Attrezziamo quasi tutte soste quando la corda finisce; al primo tiro, una ragazza dei tedescofoni
passa oltre alla sosta che ho appena attrezzato, dopo aver fatto incazzare non poco il mio socio perchè non solo non è stata
capace di aspettare il suo turno, ma ha anche incrociato le sue corde con le nostra con somma gioia di tutti, perchè,
frizionando, io faccio fatica a recuperare ed il mio socio sale con la corda lasca che tende a rimanere lasca; fa sosta un
pò più in alto, poi fa la cosa sbagliata al momento sbagliato, domanda “prego, scusi, sbloccare mia corda da fezzura, bitte”,
la prima risposta che ottiene è “NO” poi l’animo pietoso che aleggia dentro di noi ha il sopravvento e una mano allungata
sblocca la corda, anche perchè bloccava le nostre corde…tugnina fortunata! La nostra simpatica straniera ha avuto un
conciliabolo di diversi minuti con i suoi compari a terra, poi ha continuato a parlare da sola per altri cinque minuti, ha
attrezzato una doppia sul vecchio e logoro cordino in nylon da sei millimetri passato in una clessidrina ed è sparita alla
nostra vista, insieme ai suoi compari, forse pensava di trovare le soste già  pronte con tanto di cameriere a servire mohito
e patatine di aperitivo…bah…meglio così, cinque in meno da badare…si continua a salire…
Le relazioni che abbiamo indicano una facile traversata di oltre sessanta metri fino all’imbocco di un canale/camino con
due chiodi alla base; traversa traversa, di canali camino ce ne sono diversi, alcuni accoglienti altri marci, alla base di
uno c’è uno spit nuovo, in un altro ci troviamo un vecchio chiodo, oltre, un marciume di pietre e la cengia che svanisce,
cavolo avremo fatto non più di quaranta metri…mah…gira di qua, gira di là , il camino non si trova, ma è lì che ci guarda,
ne siamo sicuri, e sogghigna pure eh eh…
Abbiamo uno scambio di idee con una cordata svizzera, hanno una relazione diversa e fa riferimento allo spit, poco sotto ben
nascosto c’è anche un chiodo, cavoli ecco il nostro canale/camino…è passato un pò di tempo, ma si continua a salire…
Finalmente tocchiamo il diedro vero e proprio, la via prosegue logica, tecnica, la roccia è verticale e fantastica, anche se
di chiodi ce ne sono veramente pochi, si trova sempre qualcosa per piazzare un friend in fessura o un cordino in clessidra.
Cinque tiri filati incastrati nel diedro, passaggi in leggero strapiombo bene ammanigliati, mai banali ma neanche mai troppo
difficili, un vero piacere di arrampicata.
L’unica nota stonata la fanno le diverse cengie e cengiette che di tanto in tanto spezzano la verticalità  della roccia, cariche
di sassi, sassini e sassolini, che già  a guardarli cadono, figuriamoci con lo sfregamento delle corde, è quasi una pioggia
continua, fischi e sibili che ci hanno tenuto compagnia per tutta la salita.
Si fila verso l’alto, su per il diedro veloci, senza tante pause, fino alla crestina di uscita della via.
La discesa, anche grazie agli ometti di pietra, si trova molto bene, una breve doppia e le ghiaie della forcella superiore
sono presto raggiunte, il resto della discesa non ha storia se non che al rifugio Scotoni si fa pausa, ma non per la lunghezza
della discesa, si fa pausa per la birra accompagnata da un panino, perchè di sola acqua e barrette non si campa…
Un ultimo saluto al diedro dal sentiero di discesa per il parcheggio e via di nuovo verso la civiltà , anche se si stava
decisamente meglio in mezzo alle rocce.
Anche questa via entrerà  a far parte di quei ricordi da rivivere ogni volta che si parla di montagna, l’alpinismo per me è
il piacere di fare qualcosa di bello, in compagnia di un buon amico, in una bella giornata di sole, brindando alla fine di
tutto con un bel boccale di birra, non tanto alla via percorsa, ma alla giornata trascorsa, ovvio che se poi c’è stata
anche la vetta…prosit!
“…i ricordi sono gocce di resina che sgorgano dalle ferite della vita…” Mauro Corona
Ps.
Aggiornamento tecnico sulle relazioni che si trovano in giro.
Arrivati sulla cengia non si trovano più i 2 chiodi per la sosta a cui fanno riferimento alcune relazioni, ma bisogna arrangiarsi abbastanza difficilmente. poi i metri di cengia da percorrere sono circa una quarantina e anche in questo caso la relazione parla di 2 chiodi alla base di una nicchia. I 2 chiodi sono stati sostituiti da un Fix nuovo. Per la via originale bisogna salire sopra al Fix. Per il resto la via è abbastanza intuibile anche se l’arrampicata non è mai su diedro ma sulla parete sinistra di esso.

Castellani e Vampa 2010

L’estate tarda ad arrivare, le dolomiti sono ancora piuttosto fredde, allora la meta preferita
diventa l’appennino marchigiano, per la precisione la Balza della Penna; la via può essere considerata storica,
la Castellani/Vampa, via che garantisce difficoltà  omogenee su roccia tutto sommato buona e pure un tiro di A0/A1.
Un bel numero di rinvii ed il resto del materiale, fanno sembrare l’imbrago una gonna di paglia stile danzatrice hawaiana,
un pò più pesante e viene difficile sculettare in qua e in là ; al posto delle ghirlande di fiori, i cordini…
Siamo due cordate e all’attacco della via sappiamo di non essere soli, qualcuno è già  sopra di noi…
Partiamo tranquilli e progrediamo abbastanza spediti, scorgiamo i nostri predecessori, sono due, tre, no sono quattro,
abbiamo due cordate davanti…e li raggiungiamo alla partenza del tiro di artificiale.
La piazzola della sosta non è grande, ci sono già  loro quattro e tanto altro spazio non ce n’è, ci arrangiamo
quanto meglio si può…con quello che c’è…nello spazio che c’è, uno attaccato ad un alberello, due su uno spit
e l’ultimo su un altro spit di progressione del tiro precedente, il tutto collegato con una ragnatela di corde e cordini.
La cordata che sta lavorando sul tiro è alquanto pittoresca, i due alpinisti che la compongono hanno un continuo
scambio di parole, alcune seriamente alpinistiche, ma il resto estremamente goliardiche, condite da ampi, fantasiosi
ed estremamente chiari epiteti tra di loro…si vogliono un bene fraterno e si vede, pardon, si sente…
Quando si rendono conto della platea, che li sta osservando salire, la cosa assume caratteri che definire simpatici è
molto riduttivo, lo scambio di battute si allarga a tutti i presenti con gioia anche nostra che siamo appesi ovunque
come le palline di un albero di natale…
…ma quello in sosta lo conosciamo…ma sì è Paolo Castellani, cavoli l’apritore della via, e quello su chi è? ma certo
è Ennio Tenti…abbiamo davanti a noi un pezzo della storia alpinistica targata Romagna-Marche (come la coop)
L’area di sosta, perchè solo così può essere definita, diventa una piazza da mercato dove gli attori principali restano
sempre loro, ma attorno cresce il coro delle voci minori, che spettacolo, non si è mai sentito un casino così da
nessuna parte in montagna, e dire che siamo i primi a cercare il silenzio tra i vertiginosi appicchi dove solo il vento
ha diritto di parola…e tireremmo volentieri una scarica di sassi a qualunque casinista…ipocrisia di un concetto!
La battuta top in assoluto, quella che ottiene lo share maggiore da parte dei presenti, è quando Paolo si gira verso di noi
e, con fare ironico esclama “…ma vuoi mai che due della nostra età  debbano ancora fare della roba così?”
La loro età  si aggira sui 70 ma non li dimostrano affatto e noi, magari avercene così come loro, quando ci arriveremo…
Nei momenti clou del tiro, però, per qualche secondo le battutacce tra loro si fermano e lasciano spazio a brevi e
precisi comandi di corda, a lasciar intendere che comunque si ride e si scherza, ma la testa lavora insieme alle mani…
…sulla roccia
L’apoteosi viene raggiunta all’arrivo di Ennio in sosta,gli epiteti si ripetono fino a quando Paolo parte e allora
ricominciano i comandi di corda, brevi come sempre ma precisi, fino all’arrivo in sosta…a quel punto salutoni a
profusione, baci e abbracci e i due signori della roccia così come li abbiamo trovati se ne spariscono su per la via
veloci come il vento…e si lamentavano della loro “età ” sti due ragazzini…neanche la polvere delle loro tracce abbiamo
trovato quando siamo arrivati alla cengia.
Loro sono scesi per la via della cengia mentre noi siamo saliti alla cima proseguendo la via, ma questa è un’altra storia
“Salire con fluidità , tra terra e cielo, concatenando movimenti precisi ed efficaci, ci regala serenità  e pace interiore”
Gaston Rebuffat

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Micheluzzi

Via Micheluzzi  Ciavazes

17 luglio 2010

Il solo nome Micheluzzi incute rispetto ed ammirazione, ed è con questo stato d’animo che ho detto ai miei amici Giovanni e Serghej, vengo anch’io..

Ci troviamo quindi il sabato mattina presto alla base della parete, il tempo sembra mettere al meglio nonostante le previsioni non molto favorevoli..

Parte Giovanni che rompe il ghiaccio e la tensione con i primi quattro tiri. La via è ben delineata nei passaggi obbligati un pò unti e magnesati, impossibile sbagliarsi.

Durante la salita il rispetto per gli apritori aumenta pensando ai mezzi che avevano a loro disposizione, arrivati sotto al diedro Bhul, ci diciamo ma ne avevano veramente tanta !!, visto da vicino fa impressione

Ora tocca a Serghej fare i tiri del temuto traverso. Ser. se la cava egregiamente, in fondo è quasi come essere a Bagnolo.il mio pensiero va alle due discese di 5 e 10 metri da fare da seconda e devo dire che è provvidenziale la corda fissa posta nella seconda calata.

Un tiro dopo l’altro il traverso finisce e si ricomincia a salire, aiuto ora tocca a me dopo un tiro ben protetto, mi ritrovo negli ultimi due più facili, ma quasi privi di protezioni, uno sguardo alla relazione per capire la linea di salita e procedo. Manca un solo tiro, ormai è fatta. ma non finita salgo cercando la linea più semplice, ma non arrivo mai,  ho quasi finita la corda e finalmente la cima.

è stata una bellissima giornata densa di emozioni,

grazie ai miei amici che mi hanno concesso l’onore della cima

Paola

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Balza della Penna “Il Tinaccio”

Un giro sul “Tinaccio”

Quando è un pò di tempo che non arrampichi, ti viene quel prurito alle dita, quella leggera sensazione di disagio, poi arriva quella vocina nel cervello che ti sussurra “ma perchè non stacchi i piedi qualche metro da terra?”
Fa caldo, per tanti motivi, il lavoro sempre e solo maledetto lavoro, il tempo disponibile è poco, più una fuga che altro, ma gli amici ci sono eccome, quelli ci sono sempre; per ricominciare a muoversi in verticale la scelta è presto fatta, non lontana da casa ma in un bel contesto paesaggistico, avvicinamento breve, non lunga, il “Tinaccio” sulla cresta sud del Montiego vicino alla Balza della Penna.
Sono in compagnia di Renato e Pippo, già  questo fa giornata, solite disquisizioni all’attacco, sul materiale, la via è ben chiodata ma all’imbrago carico un pò di materiale in più, pesa un pochino ma non si sa mai (bella la frase “non si sa mai”, giustifica tante cose).
Il primo tiro inizia bene anche se il caldo comincia subito a farsi sentire, al traverso mi ricordo subito di allungare i rinvii ma, mannaggia a me, non ho pensato che sarebbe stato meglio allungare anche l’ultimo chiodo prima di arrivare nel traverso, c’è una piccola rientranza e la corda inizia subito a frizionare sulla roccia con mio sommo gaudio; ogni movimento lo devo affrontare con una bracciata di corda lasca, recuperata a fatica e trattenuta con i denti, così se volo oltre alla figura da “patacca” ci lascio pure le gengive…la sosta però è vicina e continuando con la fatica del recupero completo l’espiazione del peccato di quel rinvio.
La partenza del secondo tiro la roccia non si concede facilmente, ma poi, proprio come fosse una bella donna, una volta vinta, si mostra a te in tutta la sua bellezza e la parte superiore, verticale e magnifica, vale ogni chilometro fatto, quando arrivo al chiodo con anello (quello citato nella relazione), cerco sopra la sosta, guardo quanti chiodi ancora per arrivarci e conto all’imbrago i rinvii, che non sono sufficienti ma il “non si sa mai” stavolta dà  i suoi frutti e con cordini, moschettoni liberi e fantasia, completo il tiro.
Il terzo ed il quarto tiro si lasciano domare piacevolmente a completamento di una via, di una bella mattinata, di un bel momento di amicizia che si salda ogni volta di più quando ci stringe la mano, quando ci si scambia un sorriso o una battuta, quando si commenta la giornata appena vissuta ad un tavolo con i piedi sotto e una birra sopra…
Io non cerco altro dalla montagna…buona montagna a tutti, Lorenz
(agosto 2009)

“Perchè vado in montagna? Perchè alpinismo vuol dire natura…e perchè in natura ritrovi l’autentico senso della vita,
il segreto di una gioia interiore che nessuna vicenda terrestre potrà  annientare” GUIDO ROSSA

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Palestra di Roccia “4 Gatti”

Le montagne, grandi o piccole che siano, sono e rimangono con le loro vie di più tiri l’ambiente che preferisco; ed proprio per questa mia predisposizione Alpinistica che anche quando vado in falesia sui monotiri è difficile ripetere per più volte lo stesso tiro.

Da questo nasce una ricerca di posti nuovi dove arrampicare su monotiri mai provati.

Vi voglio consigliare e farvi conoscere questa Falesia.prima nevepanorama con nebbia

Alcuni arrampicatori locali di cui non conosco il nome ma elogio, hanno fatto un ottimo lavoro di pulizia e chiodatura in un ambiente veramente bello e suggestivo in mezzo a boschi di faggio e di abeti.faggiabeti rossi

La Falesia si trova a Tonezza del Cimone, dista circa 250 km da Forlì e ci si arriva passando da Padova e seguendo le indicazioni per Valdastico e Piovene Rocchette, poi per Arsiero e per Tonezza. Da quì seguire per Folgaria e dopo poco si incontrano sulla sinistra i cartelli per la”Palestra di Roccia 4 Gatti”.

Il sentiero per la falesia è sempre segnato perfettamente.palestra di roccia

La Falesia è divisa in due fasce di Roccia sovrastanti che a volte vi si accede tramite piccoli tratti atrzzati.ferrata La roccia è calcare grigio bianco molto solido.

panoramica falesia

Le vie, lunghe prevalentemente dai 18 ai 30 metri, sono ottimamente chiodate e le difficoltà sono medio alte, dal 5a al 8a+.

panoramica falesia 3L’Arrampicata è divertente quasi sempre su verticaleo strapiombo. La falesia è in espansione e le potenzialità sono tante. L’altitudine è sui 1000 mt. e a parte se nevica nelle giornate di sole si stà bene anche in autunno inoltrato, esposizione sud-sud/ovest.io che arrampico

sempre io

La zona è anche ricca di storia in quanto vi sono svariati sentieri che conducono a strutture dell’ultima guerra (fortino,trincee ecc..)sentieri All’interno del sentiero che conduce alla falesia viene proposto il giro ad anello chiamato “Excalibur”, per cui per chi non vuole solo arrampicare….

settore zodiacosettore zodiaco 2settore Astrasettore Lias

Buon Divertimento

Cassin Parete nord-Est Pizzo badile

Via CASSIN, Parete Nord-Est PIZZO BADILE di Andrea Gamberini

Alcune salite vengono da sole, nascono da un sogno e dalle idee maturate nel tempo, dalla voglia di immergersi completamente e senza mezze misure in una grande incognita, in una grande e ancor di più affascinante parete.

Il Pizzo Badile è indubbiamente la montagna più nota del gruppo Masino-Bregaglia (nelle Alpi Centrali), questo è dovuto all’aspetto delle sue rocce che da sempre ha attratto le ambizioni degli alpinisti rendendola così una fra le mete più apprezzate dell’intero arco alpino, dove l’ambiente è severo, d’alta montagna e i pericoli oggettivi, soprattutto quelli dovuti al cambiamento del tempo e in taluni casi alla caduta di pietre, raccomandano un approccio prudente e un’adeguata preparazione alpinistica.

La parete nord-est del Pizzo Badile1_Pizzo Badile_ Parete N-E_ SpigoloNord e Parete N-O è uno scivolo di granito perfetto che precipita dalla cima per mille metri fino al ghiacciaio sottostante, è menzionata tra le sei più belle, famose ed importanti pareti nord delle alpi, al centro di essa corre un capolavoro dell’alpinismo di logica ed eleganza, la via Cassin.

Riccardo Cassin e compagni (G.Esposito, V.Ratti, M.Molteni, G. Valsecchi) nel 1937 impiegando tre giorni compirono un’impresa epica, ebbero l’intuito e le capacità  di scovare un corridoio di passaggio in mezzo a un mare di solide placconate di granito, individuando il facile nel difficile.

Ne è venuta fuori una via spettacolare, formata da un sistema di diedri, fessure e camini che portano sullo spigolo nord della montagna a poche decine di metri dalla cima. 27 tiri di corda (dall’attacco, l’inizio delle difficoltà , e compresi i 5 tiri lungo lo spigolo nord fino alla cima) con difficoltà tra il V e il VI grado con uno dislivello di 900 metri e uno sviluppo di oltre 1000.

Da quando mi capita per la prima volta di consultarne la relazione è trascorso qualche anno e immediatamente mi sorse spontaneo chiedersi quando e se avrei toccato con mano quella parete.

Ero già  attratto dall’arrampicata su granito e avevo scalato un paio di volte sui satelliti del Monte Bianco ma mai nelle Alpi Centrali, così il primo passo verso quello stile di arrampicata fu scoprire alcune vie della Val di Mello. In questa splendida valle, a sud del Badile, il granito e le sue forme regnano incontrastate sulle pareti, regalando ai climbers alcune tra le più belle e fantastiche vie di questo genere.

Seguendo il consiglio di zio Clood eccoci assieme a Nico e Pier, ormai alla fine dell’estate 2007, in valle, utilizziamo come banco di prova per la via Cassin il concatenamento di due bellissime vie: Il risveglio di Kundalini(400m V, VI+) e Luna Nascente(300 mt V, VII) già  salite nel 2005 con Hassan e Manolo ma in giornate diverse. L’abbinamento in giornata delle due vie, situate su due distinte pareti l’una sopra all’altra e divise da un pendio boscoso, seppur tecnicamente più difficili della Cassin sulla Nord del Badile rappresentano un buon test per poterla affrontare con un certo margine. Il risultato della scalata è comunque una bella soddisfazione e, nonostante l’abbandono di un chiodo ad U charlet-moser” nell’unica sosta da strizza e un po’ di male ai piedi per le ore passate in parete, l’unica perplessità  risulta essere il tempo impiegato, un paio d’ore in più del previsto. Infatti dopo la discesa in notturna, alla luce delle pile frontali, la giornata termina davanti ad una birra al bar Monica di San Martino (ritrovo dei local climber ) dove data l’ora ormai tarda i forti valligiani scherzano amichevolmente per il tempo impiegato, chiedendoci se per caso avessimo trovato fila…che ridere. Nei giorni seguenti il tempo in quota rimase perturbato, a noi non resta che sognare la grande via rimandando l’idea fino all’estate successiva.

Luglio 2008 mi trovo in Puglia assieme a Rosi e ricevo un sms da Fabio, (amico guida alpina di Morbegno in Valtellina) che, scrive: parete asciutta e in ottime condizioni, vieni quando vuoi.

Mauro ed io decidiamo di partire.

Ecco il momento in cui l’idea, il sogno inizia a prendere forma, il momento in cui si va a ripescare la relazione per fotocopiarla, il momento in cui la mente vive a fondo le paure e i dubbi della salita, il momento magico in cui si riempie lo zaino e si parte, si deve partire.

Raggiungiamo il rifugio Capanna Sass Furà  (1904m), sopra il paesino svizzero di Bondo poco oltre il confine, nel primo pomeriggio di un sabato di fine luglio, le previsioni per il giorno seguente predicono temporali pomeridiani e la decisione è quella di posticipare la salita al lunedì. Sfrutteremo la domenica mattina per effettuare un sopralluogo all’attacco della parete. Risulterà  una decisione azzeccata per verificare l’accesso che avviene tramite una calata in corda doppia dal colletto posto alla base dello spigolo nord sino al nevaio pensile sottostante, che occorre superare in qualche modo per raggiungere il diedro Rebuffat, l’attuale attacco della via.

Il luneì, tempo ancora brutto e perturbato, decidiamo di aspettare ancora un giorno, non è il caso di affrontare un temporale in piena parete Nord. Ci si riposa, si legge e si scrive, aiutiamo pure le rifugiste a preparare il ragù per il pranzo. Dedichiamo un po’ di tempo a controllare e a dividerci adeguatamente il materiale e i pochi viveri. Siamo spesso abituati ad avere tutto e subito e questa attesa, seppur in parte snervante, ci fa assaporare quei momenti della montagna che spesso sfuggono e vanno perduti.

La sera che precede la salita ci confrontiamo con altri alpinisti, svizzeri, polacchi, e ascoltiamo i consigli di tre amichevoli spagnoli che avendo già  percorso la via sono rientrati dal rifugio Giannetti” sull’altro versante della montagna, si respira l’aria dei grandi luoghi dell’alpinismo e si firma il libro del rifugio con la destinazione della cordata ( procedura cautelativa adottata da diversi rifugi, luoghi di partenza per grandi pareti ).

Martedì 29 luglio 2008, sveglia ore 4.00 del mattino, veloce colazione e si parte, sopra noi il cielo brillante lascia intravedere la sagoma della grande montagna. Dopo due ore siamo nel punto in cui bisogna calarsi per raggiungere la nord/est e intorno alle 6.30, nel tepore dei primi raggi che affiorano da dietro il Pizzo Cengalo, attacchiamo il primo tiro dalla via, il diedro Rebuffat.

Tutto il mondo è fermo intorno a noi, i dubbi svaniscono dalla nostra mente null’altro ci interessa, nulla ormai ci distoglie dal nostro obiettivo, l’unica cosa di cui abbiamo bisogno in quel preciso istante è salire quella parete.2_ secondo tiro all'uscita dal diedro Rebuffat

In tre cordate siamo impegnate sulla stessa via, la selezione naturale ci distribuisce adeguatamente, tre svizzeri (più scaltri nel raggiungere l’attacco slegati) partono davanti, noi al centro e due bresciani chiudono. Nessuno fa da tappo, ci raggruppiamo appena sotto uno dei primi tiri impegnativi, nella zona del primo bivacco Cassin. Comunichiamo tra noi a gesti e con poche parole ci indichiamo a vicenda il punto in cui passare, è una collaborazione tra sconosciuti che si trovano sulla stessa barca. Dopo poco gli elvetici prendono velocità  e i bresciani dietro noi rallentano, rimaniamo soli e ci pare procedere di buon ritmo mentre il tempo rimane ottimo.

Troviamo la via adeguatamente protetta nei tiri più difficili, mentre ovviamente meno chiodata lungo i tratti facili dove ci si potrebbe un po’ perdere e dove occorre un poco di intuito nell’individuare la logica linea dei primi salitori.3_Andrea sul 3 tiro4_Mauro alla fine del 13 tiro Troviamo comunque impegnativi i tre tiri consecutivi di VI, anche per causa dello zaino, soprattutto il primo dove occorre proteggere con un friend una fessura abbastanza lunga.

In alcuni passaggi ci chiediamo come abbiano fatto Cassin e compagni settanta anni prima a superarli con gli scarponi di cuoio ai piedi e, non finiamo di stupirci osservando in alcuni punti il granito graffiato dai ramponi, segnale inequivocabile del passaggio del fuoriclasse alpinista Rossano Libera durante la sua ripetizione solitaria invernale, nel febbraio 2008 .5_Mauro sul secondo dei tre tiri di VI grado

A mezzogiorno ci troviamo sotto i camini finali, nella zona del secondo bivacco Cassin, quando una nuvola apparentemente innocua mette il cappello alla montagna e inizia una pioggerellina insistente. Sembra una cosa passeggera, e la meteo svizzera che non sbaglia quasi mai prevedeva tempo soleggiato, ci preoccupano i tiri sui camini che in caso di pioggia si trasformano in un torrente in piena. Cercando di non perdere tempo e con arrampicata in aderenza e in spaccata risolviamo i tre tiri del camino. Dopo un’oretta, la pioggia si attenua fino a dissolversi completamente, altri due tiri di fessure in placca e alle ore 15.00 nuovamente scaldati dal sole dopo 11 ore dalla sveglia, 8 passate in parete siamo sullo spigolo nord.6_Andrea alla fine 16 tiro_ il primo dei camini

La via Cassin è finita, mancano ancora 5 tiri per raggiungere la vetta, impieghiamo un’altra ora su e giù per la cresta, aggirando i pilastri di granito a tratti sul vuoto della parete nord-est, quasi mai per fortuna su quello snervante della nord-ovest. Poco prima delle 17.00 siamo nell’unico posto dove vorremmo essere, in cima al Pizzo Badile e con la via Cassin in tasca !

L’atmosfera è ovattata, non soffia un alito di vento la sete e la stanchezza svaniscono, ci stringiamo la mano senza parlarci per qualche attimo, poi seduti sulla cima,7_Mauro in un aereo passaggio della crestascherzando e mangiando qualcosa scattiamo alcune foto. Il cielo rimane azzurro per non molto poi si oscura nuovamente e mentre gli ultimi raggi di sole giocano con le nuvole torna a piovere, questa volta si sente qualche tuono in lontananza.9_Mauro in vetta Raggiungiamo in fretta il provvidenziale Bivacco, posto poco lontano dalla cima in luogo sicuro, e considerato il temporale elettrico in arrivo decidiamo di fermarci per la notte e scendere l’indomani. Tranquilli, al riparo in un luogo che ha salvato tanti alpinisti, dentro il sottile sacco da bivacco penso alla fine di questo giorno, è la fine di un giorno in cui si è materializzato un sognoAndrea in vetta

Scende la notte e ci chiediamo in quale punto possano trovarsi i bresciani, ancora da qualche parte là  fuori nella montagna. La pioggia martella il tetto metallico del bivacco e l’ipotesi di andargli incontro è improponibile, potrebbero trovarsi ovunque, e aver deciso di fermarsi prima di uscire sulla cresta spazzata dal vento. Esco un attimo per illuminare la zona circostante e mi accorgo dell’elettricità  presente nell’aria tanto che sento friggere le sopracciglia.

La situazione si risolve alle dieci di sera, quando i due bresciani bagnati fradici entrano nel bivacco. Ci raccontano delle ultime ore trascorse poi complimentandoci a vicenda ci offrono qualche pezzo di formaggio avanzato.targa sulla vetta del Pizzo Badile

Il giorno seguente il tempo è bello, e amplifica la straordinaria sensazione che si prova svegliandosi in cima ad una montagna. I due amici bresciani sono più mattinieri e salutandoci iniziano la discesa seguendo la via normale lungo la parete sud sul versante italiano, noi ce la prendiamo con calma sarà  un giorno di riposo, dobbiamo solo scendere al Rifugio Giannetti con l’idea di arrivare per pranzo.Risveglio in cima al badile_ panorama sulla parete N-E Scendiamo la via normale solo per un centinaio di metri poi optiamo per seguire una linea di discesa a corda doppia recentemente attrezzata più sicura e veloce, ricordando i suggerimenti di Fabio individuando il primo anello di calata e con 5 calate da 60 metri ciascuna, posiamo i piedi su quel che rimane del nevaio basale del versante meridionale della montagna, a mezz’ora dal Rifugio Giannetti dove ci aspetta Mimmo, il gestore, con due piatti abbondanti di pasta. Riesco dopo tre giorni a fare la prima telefonata a casa.

Prima di tornare all’auto lasciata in Val Bondasca sotto il Rifugio Sacs furà (in Svizzera), raggiungibile dal Gianetti seguendo un trekking di 5-6 ore che sale e scende i passi Porcellizio e Trubinasca , dedichiamo ( sempre assieme a Mauro legato all’altro capo della corda ) un altro giorno per salire un’altra famosa via, lo Spigolo Vinci (750m VI) sulla Punta Angela al Pizzo Cengalo proprio sopra il Rifugio Giannetti

In questi giorni, Riccardo Cassin compirà 100 anni, e raccontare ora questa storia è un po’ come strizzare l’occhio al passato.

Febbraio 2009

Ad Erto con Mauro Corona

Ad Erto con Mauro Corona
Dialogo con Mauro Corona.
di Renato Placuzzi e Genni B.

Un ‘ruffo’ di capelli tenuti a stento da un fazzoletto annodato alla nuca, occhi neri profondi, braccia nude…
Il bar di Erto è pieno di gente seduta a i tavoli ma la fisionomia è nota e balza agli occhi. Immediatamente.
Alza gli occhi, sorride di un sorriso aperto, amichevole. Le mani si staccano dal bicchiere di vino rosso e gesticolano in modo deciso, ci fanno segno di sedere al tavolo con lui.
Non ce lo facciamo ripetere e ci troviamo a conversare con Mauro Corona come vecchi amici, il bicchiere di vino rosso in mano.

“Lo vedi questo? E’ un amico, inseparabile..un amico – nemico.
E’ stato in certi periodi della mia vita un amante traditore, di cui subivo il fascino e le conseguenze nefaste….
Ora non più. Posso smettere quando voglio. La montagna aiuta anche in questo. La montagna, la solitudine con te stesso sai…ti fa riacquistare la tua dimensione umana ed etica. Ti riconcilia con te stesso e con il mondo. Sono stato solo in una grotta per qualche tempo e senza questo (indica il bicchiere di vino) …. sai, non ne ho sentito neanche il bisogno.
I giovani devono capire che possono farcela con le loro sole forze perché la volontà è potenza.Basta tirarla fuori.”

“Perché hai scritto un libro in cui ti metti a nudo in modo così totale?”

“Dovevo pareggiare i conti con il mio passato, dovevo rivederlo sulla carta per potermi riconciliare con lui … eh …ne ho fatte di “cazzate”!
Non sono un mito, sono una persona con i suoi difetti. Voglio che i giovani si guardino dai falsi miti.
La dipendenza, qualsiasi essa sia, uccide la libertà, è da combattere e vincere.
E voglio che i giovani che vanno a scalare sappiano che è da fessi rischiare per il gusto di quel subdolo brivido dell’estremo….
Ti fa sentire vivo…ma vivo – morto…è un attimo.
E’ una lezione che ho vissuto sulla mia pelle, sulla mia esperienza, per anni.
Mi è andata bene ma c’era scritto da qualche parte… ho potuto aprire quelle trecento e oltre vie quasi sempre rischiando la pelle.
E’ assurdo. Ne ho sprecato di tempo…”

“Hai ‘sprecato’ tempo……”

“Soffrire oltre l’umano come ho sofferto io annulla il vero piacere della scalata.
Oggi penso che non si debba soffrire così, che questo tipo di sofferenza tolga tempo alla vita.”

“E il risultato che hai conseguito ?”

“Sì certo, sono orgoglioso delle vie aperte ma quanto tempo ho sottratto al vero piacere dell’arrampicare per arrampicare, al piacere di muoversi, studiando il movimento con serenità, con calma, in un tutto armonico con la montagna….”

“La montagna quindi si gode più su un quarto grado che su un settimo?”

“Su un quarto, quinto grado sei più libero. Puoi permetterti di gustare i movimenti, puoi “nuotare verso l’alto”con stile, perché lo scalare è nuoto in un elemento diverso dall’acqua , ma è nuoto ascendente…. Su un quarto grado puoi gustare ciò che ti circonda….
Fermarti e spaziare con lo sguardo..senza stressanti paure.”

“La montagna quindi per te è stata tiranna…”

“ Nel senso che mi ha soggiogato la sfida del traguardo.
La sfida con me stesso mi ha reso..sì..schiavo.
Godere della montagna non deve e non può significare giocarsi la vita.
Anche questo voglio dire ai giovani: la vita è troppo importante ”

Genni B. – Renato Placuzzi