Il Rifugio.

 

Io, al telefono: “Avete posto per due persone questa notte?”

“No, mi dispiace, siamo pieni”

“Dai, non puoi lasciarci fuori dal rifugio!”

“No, fuori non vi ci lascio ma vi dovete accontentare di un materasso in sala”

“Va benissimo, allora ci vediamo stasera”

Questo è il breve dialogo telefonico che ho avuto con Luca, il disponibilissimo gestore del rifugio Brentei nel gruppo delle Dolomiti di Brenta.

Rifugio…. Se diamo un senso alle parole, ci troviamo di fronte ad una struttura che serve a dare ricovero, conforto e, appunto, rifugio, a quanti, escursionisti o alpinisti, si trovano immersi in un ambiente che, pur bellissimo, senza basi di appoggio, potrebbe presto trasformarsi in qualcosa di molto ostile e repulsivo.

Quando si torna da una salita, soprattutto se è stata lunga ed impegnativa, la vista del rifugio rappresenta il coronamento della giornata, il momento in cui si realizza che tutto è andato come doveva andare e che possiamo goderci la fatica e l’impegno che abbiamo profuso durante la giornata.

E che possiamo finalmente bagnare la gola con quella birra cui abbiamo continuamente pensato durante l’arsura patita in salita.

Insomma, si tratta, appunto, di un rifugio.

Io e Matteo ci siamo sentiti a casa in quell’ambiente, siamo arrivati alle 9 di sera, ci hanno accolto con un sorriso, ci hanno apparecchiato il posto a tavola e servito una cena sobria ma a cui non mancava davvero niente.

Dopo ci hanno fatto vedere la nostra sistemazione “di emergenza”: il locale asciugatoio che, tutto per noi due, è diventata una suite presidenziale, meglio di una camerata da condividere con scorreggioni e russatori professionisti.

Un cartello indica l’orario per le colazioni: dalle 6 alle 8.

La nostra sveglia per il giorno dopo era puntata alle 4 del mattino…. “Non c’è problema, lasciamo la colazione nei tavoli e le bevande calde nei thermos, voi vi alzate quando volete che trovate tutto pronto”. E’ sempre col sorriso sulle labbra che Luca ci rassicura.

E’ un rifugio, se non fosse in grado di trovarmi una sistemazione d’emergenza o non servirmi una colazione “fuori orario” a che potrebbe servire?

Domani abbiamo una salita (e una discesa) che ci terrà impegnati per un bel po’ di ore.

E’ per questo che siamo qui, questo è il nostro modo (bizzarro?) di occupare il tempo libero, e questo rifugio è parte integrante del nostro andare in montagna.

Non è un albergo, di quelli è piena Madonna di Campiglio con una scelta ed una diversificazione che certamente accontenterà anche il turista più esigente; qui siamo in Val Brenta ai piedi del Crozzon, non ci serve un albergo con la sua vasta offerta turistica…. Qui ci serve un rifugio!

Passano 10 giorni e torno al Brentei, questa volta con me c’è Andrea.

Abbiamo passato 2 splendide giornate “arrampicatorie” e ci apprestiamo a rientrare in Romagna.

Sono le 17 e, prima di scendere a Vallesinella dove abbiamo lasciato la nostra auto, ci fermiamo per un panino.

Luca oggi non c’è, ci sono dei problemi con l’approvvigionamento dell’acqua e sta cercando di risolvere la situazione.

L’inverno è stato poco nevoso e le piogge stentano, le vasche di raccolta sono quasi vuote così è andato sotto il Crozzon dove un tubo raccoglie il prezioso liquido e lo convoglia nei pressi del rifugio.

Mentre io e Andrea ci assaporiamo il nostro panino, arriva un “avventore” con un telefonino in mano, un carica batteria e un fare minaccioso….

“Come mai non carica?”

La ragazza risponde gentilmente che il generatore per la corrente verrà attivato solo più tardi e che sarà quindi possibile caricare il cellulare solo allora.

Il signore sembra stupito ed incredulo, non controbatte solo perché completamente spiazzato dalla risposta.

La sua espressione diceva: “che posto è mai questo dove ci sono degli orari per ricaricare un telefonino? A me serve carico adesso!”

Io e Andrea ce la ridiamo sotto i baffi e strizziamo complici l’occhiolino alla ragazza.

Passano si e no 5 minuti e una signora che aveva chiesto uno strudel chiama la ragazza e con aria disgustata chiede se glielo può riscaldare, visto che è gelato!

La ragazza non perde la gentilezza e il sorriso, prende il piatto col dolce e lo porta in cucina dove sarà, in qualche modo, riscaldato (certo non col micro onde vista la mancanza di corrente).

A conferma della regola “non c’è due senza tre”, arriva un signore a chiedere se hanno del sapone liquido che lui ha lasciato tutto a casa.

Mentre paghiamo il nostro panino, un gemito di contentezza arriva dalla cucina: finalmente l’acqua scende dai rubinetti, Luca, in qualche modo, ha messo una pezza al problema.

Scherziamo con la ragazza sulle tre richieste bizzarre cui abbiamo assistito nel giro di 5 minuti e questa, sconsolata, rincara la dose dicendo che non si tratta di eccezioni…. Purtroppo è la regola.

Ci racconta di una coppia che chiedeva una camera matrimoniale, o di un gruppo di 70 persone che pretendevano di fare tutte la doccia (visto che paghiamo, ne abbiamo diritto!) e di altri aneddoti che non dovrebbero nemmeno sfiorare certi “ambienti”.

Nel frattempo arriva Luca, si vede che gli piace il suo lavoro ed è orgoglioso di gestire il suo rifugio, si spaccherebbe in 4 per soddisfare tutte le richieste!

Si ferma 2 minuti con noi, ci chiede com’è andata, se trova il tempo vuole anche lui prima o poi fare quella salita, chiede informazioni sui tiri, sulle soste, sulle difficoltà.

Gli lasciamo la relazione che abbiamo usato noi e con la quale ci siamo trovati bene.

Prima che riprendiamo il nostro cammino verso valle vuole a tutti i costi offrirci una birra così brindiamo ai monti, alle salite e ai rifugi……

Già, i rifugi… Queste strane strutture dove non si riesce a ricaricare il telefonino, ti viene servito lo strudel freddo, non hanno il sapone liquido a disposizione della clientela, non hanno camere matrimoniali e non permettono a 70 persone sudate di farsi una doccia……

Queste strane strutture dove non sempre spingere un pulsante fa funzionare ogni cosa e dove non serve sventolare banconote da 100 €. per riempire d’acqua le vasche di raccolta.

Queste strane strutture dove, a parte qualche rara eccezione, mi sento sempre a casa mia…. Meglio di casa mia!

 

Mauro Cappelli

Valle dell’Orco

Granito in Valle dell’Orco

Tra le tante possibilità di salita che offre la Valle dell’Orco (soprannominata anche “Yosemite italiana”), vorrei segnalare la via del Pesce d’Aprile alla Torre di Aimonin.
Si tratta di una via breve (ca.170 metri) e di facile accesso, dal paese di Ceresole Reale all’attacco, ci vogliono venti minuti; se ci si trova in zona può essere uno spunto
per una piacevole arrampicata di mezza giornata.
La via del Pesce d’Aprile è stata aperta da M.Kosterlitz, G.Motti, U.Manera, G.Morello e R.Bianco il 31 marzo 1973) sulla Torre di Aimonin, uno spallone roccioso all’imbocco
della valle che domina il paese di Ceresole Reale.
Secondo le narrazioni degli apritori, la via deve il suo nome ad uno scherzo fatto, il giorno dell’apertura, da Mike Kosterlitz ai danni di Ugo Manera: durante la progressione,
la cordata Kosterlitz/Motti, che procedeva per prima, superò il diedro fessurato del tiro chiave proteggendosi con i nuts, che a quel tempo erano ancora poco conosciuti dalle
nostre parti, lasciando quindi il tiro pulito, senza dire nulla alla cordata che seguiva, guidata dal Manera; questi, non trovando chiodi di progressione, pensò che i compagni
fossero saliti senza l’ausilio di assicurazioni intermedie e quindi, faticando non poco e salendo praticamente sprotetto, in sosta fu informato dell’arcano mistero dei nuts; da
qui il nome della via.

In tempi recenti, in aggiunta ai pochi chiodi lasciati dagli apritori, la via fu integrata a spit sia alle soste sia lungo i tiri; successivamente, mano ignota ha fatto pulizia
completa degli spit (quelli che si incontrano sono di un’altra via che incrocia in un paio di punti) lungo i tiri, lasciando solo quelli delle soste e, per completezza d’opera,
anche un paio dei vecchi chiodi sono stati accuratamente “martellati” fino a diventare inservibili; la via, grazie alle fessure che segue, rimane comunque proteggibile con
protezioni veloci (sono utili tutti i friends compresi quelli di piccola misura ed i nuts).

1) Il primo tiro, superata una pancetta in partenza, traversa in obliquo verso destra fino ad una comoda sosta;
2) il secondo tiro, dopo un traverso orizzontale verso destra di qualche metro, supera un diedro aperto e “salta” su un comodo terrazzino invisibile da sotto sul quale si trova
la seconda sosta;
3) traversando ancora alcuni metri verso destra, il terzo tiro imbocca un breve ma ostico caminetto dal quale si esce, incastrandosi con il corpo, su una cengia alla base di una
placca apparentemente liscia dove è fissata la sosta;
4) traversando alcuni metri verso destra dalla sosta, le mani si incastrano in una lama, dalla sosta la si può intuire ma non è visibile, la quale risale, curvando verso
sinistra, per alcuni metri fino ad una cengia superiore più semplice, utili due friend piccolini e/o nuts nella lama, oltre la cengia si raggiunge la sosta, comoda;
5) da qui parte il quinto tiro con il passaggio chiave che prevede il superamento di un diedro fessurato da risalire quasi interamente alla “Dulfer” fino ad un alberello dal
quale si traversa decisi a sinistra su una lama delicata, la roccia è di una bellezza entusiasmante (tranne la lama che “suona” vuota sotto alle nocche), alla carenza di
appoggi si contrappone un’aderenza fantastica e la fessura nel fondo del diedro garantisce spazio sicuro, oltre che per le mani, anche per la serie dei friends medi e
medio/piccoli, delicata, come già detto, l’uscita dal diedro sulla lama; la sosta, comoda per due (stretta in tre) si trova subito dopo alla lama;
6) dalla sosta si raggiunge e si risale un diedro camino leggermente strapiombante, ricco di solide lame, dal quale fa capolino un cordone da 8 mm incastrato per mezzo di un
nodo in una fessura (inutile dire “protezione effimera”), la roccia offre comunque i suoi spazi e non è difficile proteggersi velocemente in altro modo e la sosta si trova poco
sopra il diedro;
7) l’ultimo tiro parte dalla base di un alberello e risale verticalmente per una decina di metri, una fessura da proteggere interamente a friends, che solca una placca
poverissima di appoggi, questo tiro offre un notevole materiale di ripasso sulla tecnica di incastro in fessura per la progressione; fuori dalle difficoltà della fessura,
la roccia lascia spazio ad un canalino terroso in mezzo ad arbusti e pianticelle (chiodo) fino a trovare la sosta.

Un lungo traverso il leggera ascesa per una comoda cengia, conduce alla prima di una serie di calate in doppia che riportano direttamente all’attacco della via.

Tranne alcuni punti, già accennati nella descrizione, in cui la roccia non è il massimo, la via si svolge su un granito fantastico, è consigliabile l’uso delle mezze corde e
come materiale sono molto utili friends e nuts di tutte le misure piccole e medie, chiodi e martello si possono lasciare in auto; relazioni della via, sono facilmente
reperibili su internet.
Disclaimer: le informazioni riportate in questo articolo derivano da una personale ripetizione della via dell’estate 2011 e sono da ritenersi indicative e soggette a possibili
cambiamenti legati alla natura stessa della montagna; il sottoscritto declina ogni responsabilità nell’utilizzo delle informazioni riportate nell’articolo stesso, l’ascensione
dell’itinerario proposto, in quanto attività alpinistica, è una scelta personale e responsabile. Spetta ad ogni arrampicatore verificare la solidità degli appigli e delle
protezioni presenti oltre alle proprie capacità tecniche

MoonBears 2012

Moonbears – Parete Limarò al Dain Picol

Tra l’autunno 2010 e la primavera 2011, sulla parete Limarò al Dain Picol, Ermanno Salvaterra e Michel Ghezzi, hanno realizzato l’apertura della via Moonbears (dedicata agli
Orsi della Luna, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica sul trattamento a dir poco crudele che questi pacifici animali sono costretti a subire nel sud-est asiatico),
seguendo una stupenda linea di roccia sulla destra di “Orizzonti dolomitici”; la difficoltà dichiarata arriva fino a V+ con un passo di VI-; la via è attrezzata a spit sia
sulle soste che lungo i tiri, ed è una chiodatura di tipo classico, sicura ma non abbondante.

L’attacco è in comune con “Amazzonia” e “Orizzonti dolomitici” e ne segue i tracciati fino a metà del secondo tiro.

1) Dalla cancellata della centralina idroelettrica, si attacca il primo tiro comune, facile ma lisciato quasi a specchio dagli innumerevoli passaggi;
2) il secondo tiro prosegue in traverso per una quindicina di metri, poi, all’altezza di un diedrino aperto, devia verso l’alto fino alla prima vera sosta della via;
3) da questo punto in avanti la roccia migliora decisamente, il grip per le suole è assicurato così come la solidità della roccia stessa; il terzo tiro risale verticalmente
un diedrino sulla destra, fino a raggiungere la sosta successiva;
4) mantenedosi sulla destra, si raggiunge e si supera una breve placca, poi su roccia più articolata si arriva in sosta;
5) si attacca una fessura a destra della sosta che, con un delicato passo iniziale, in obliquo verso sinistra porta risale alla nuova sosta;
6) sempre in obliquo verso sinistra, si supera una placca oltre la quale si sosta;
7) per rocce rotte e articolate, si raggiunge in verticale la base di un diedro;
8) ci si eleva per la placca sulla sinistra del diedro, poi obliquando verso destra si torna nel diedro stesso e lo si risale fino ad un terrazzino (libro di via);
9) si sale un diedrino, si supera direttamente un piccolo strapiombo e si raggiunge la sosta finale in mezzo alla vegetazione, in prossimità delle reti parasassi.

Anche se la via è chiodata “bene” qualche friend medio/piccolo può essere utile; anche se fattibile, la discesa in doppia lungo la via è sconsigliata, il comodo sentiero
mediano riporta velocemente a valle o porta agli attacchi delle vie della fascia superiore.
Nonostante la zona sia limitrofa alle Dolomiti, la via offre comunque uno scenario impagabile e alcuni scorci stupendi sulla vallata sottostante, sulle cime del Bondone e
sulla incombente parete superiore del Dain Picol, che quando ci sei sotto tanto piccolo non è.
Trovandosi nella Valle del Sarca, è una via di giornata percorribile durante buona parte dell’anno, evitando magari la calura estiva.

Relazioni della via e foto dettagliate sono facilmente reperibili in rete.

Disclaimer: le informazioni riportate in questo articolo derivano da una personale ripetizione della via dell’estate 2011 e sono da ritenersi indicative e soggette a possibili
cambiamenti legati alla natura stessa della montagna; il sottoscritto declina ogni responsabilità nell’utilizzo delle informazioni riportate nell’articolo stesso, l’ascensione
dell’itinerario proposto, in quanto attività alpinistica, è una scelta personale e responsabile. Spetta ad ogni arrampicatore verificare la solidità degli appigli e delle
protezioni presenti oltre alle proprie capacità tecniche

Parete Nord Grandes Jorasses e Culèe-Douce

Grandes Jorasses

Ci sono dei nomi che ti fanno tremare le gambe perché ne hai sempre sentito parlare e non ti sei nemmeno lontanamente mai sognato di andarci a mettere il naso: “Io su di là? Ma sei matto! Non ci penso proprio, non ci andrò mai!!”

La lettura di libri, di riviste, di articoli su avventure avvenute in quella parete ti ha, negli anni, rafforzato l’idea che te proprio mai sarai all’altezza per misurarti con “quelle robe”.

E continui ad andare in montagna, continui ad alimentare la tua smisurata passione, continui a salire lungo una linea che ha alti e bassi ma che ti proietta sempre un pochino più in avanti.

E ogni volta sogni… E ogni volta fantastichi di spazi immensi in cui solo la saldezza delle tue gambe, e soprattutto della tua testa, ti possono garantire la strada del ritorno.

L’azione è sempre preceduta dal pensiero e, prima ancora di “osare” nel fare, devi riuscire ad “osare” nel pensare. Non è uno scalino da poco.

Più o meno 3 anni fa mi capita di leggere un articolo, un racconto di Alberto Parolari pubblicato su un numero di ALP.

Chissà quante cose leggo che poi dimentico….. Questa volta invece le cose lette mi sono rimaste incastrate dentro un qualche reticolo della testa e sono rimaste lì impigliate senza mai finire nell’angolo dell’oblio anche perché ho avuto modo di incontrare (casualmente) Parolari un paio di volte in montagna e verificarne di persona l’equilibrio, la pacatezza e la disponibilità.

Il racconto parlava di una sua salita fatta in compagnia di 2 clienti, la rubrica in cui l’articolo è comparso, era intitolata “Luoghi non tanto comuni”, un paio di pagine che ALP dedicava alla recensione di salite un po’ “particolari”.

Culeé Douce era il nome di quella salita….. Google traduttore per culeé suggerisce pilastro, appoggio, per douce suggerisce morbido, molle, dolce.

Così, questa salita è rimasta “dolcemente appoggiata” sui miei pensieri per tutti questi tre anni.

Non c’è mai stata l’occasione di parlarne con nessuno, non c’è mai stata l’occasione di tirarla fuori, anche perché, quello che ancora non ho detto, è che questa salita dolce dolce non deve proprio essere visto che si sviluppa (al margine d’accordo) sulla parete nord delle Grandes Jorasses.

Questo (Grandes Jorasses), per me, è sempre stato uno di quei nomi di cui ho accennato all’inizio di queste righe.

Poi chissà cosa scatta, si programmano 3 giorni sul Bianco alla ricerca di goulotte e Culeé Douce è un nome che scrivo sulla mail che invio ai miei compagni di scalata Gambero e Davide.

I miei compagni di scalata non sono diventati tali per caso….. A volte c’è una sincronia quasi telepatica, a volte “ci togliamo le parole dalla bocca e i pensieri dalla testa”.

Quella mail in cui proponevo questa salita, è da subito diventata il catalizzatore dell’uscita, non c’era più nient’altro da fare, non c’era più il Tacul, il Maudit, il rifugio Torino, l’Aiguille du Midi…. Niente, tutto scomparso, da quel momento c’erano solo il bivacco Leschaux, la parete nord delle Grandes Jorasses e Culeé Douce.

Abbiamo salito quello scalino, abbiamo osato pensare di salire una via su quella parete, il tabù si è rotto, le Grandes Jorasses fanno una paura “bestia” ma non tanta da non poter pensare di metterci il naso. E il naso ce l’abbiamo messo, con le mani e i piedi.

Abbiamo graffiato il granito coi nostri ramponi e “bucato” il ghiaccio con le nostre piccozze.

Il racconto della salita non lo faccio, non è importante, è una salita da niente che solo la nostra pochezza alpinistica potrebbe far apparire grande, accontentatevi delle foto che forse parlano più di mille parole.

Queste foto raccontano di tre amici che hanno realizzato un sogno, tre amici che nel loro piccolo hanno “infranto un tabù”, tre amici che sono usciti da questa esperienza con una sola pila frontale (pivelli!!!), una sfacchinata di oltre 20 ore (lenti, ma dove volete andare con questo passo!!!) e la voglia di rimettersi in gioco (inguaribili!!!).

Per questo gli dico grazie!

Mauro Cappelli

GUARDA LE FOTO

San Marino Falesia 3° Torre

Chi ha altre notizie più attendibili su nomi o gradi  verranno aggiunte o corrette
Nome Grado Impressioni personali
1 Senzanome 4b molto facile
2 Sogno di uno schiavo 5b Attenzione all’uscita
3 Platinum 5b strapiombo/placca/verticale
4 Ghandi 6a Bel strapiombo in partenza e successiva delicata placca
5 Epidemia 6a se non contiamo la partenza va bene il 6a altrimenti 6c con partenza diretta o 6b sfruttando un buon appiglio più a destra
6 Variante del mendicante 6a la via può essere tutta di 6a se non si usa la fessura del mendicante restando sulla placca
7 Mendicante 5a Bella via per iniziare il primo approccio con le rinviate, consiglio la catena a destra sul giallo.
8 I Rovinati 4c Bella via facile di diedro, stessa catena del mendicante
9 I miserabili 6b Bella via con placca e strapiombo iniziale
10 Senza nome o Ifix 6b Attenzione al masso semi staccato nello strapiombo.
11 La Balena 6a+/6b+ Bella via con placca strapiombante in partenza poi facile, più dura se si segue la linea diretta della chiodatura
12 Il Mare d’inverno 6a una delle vie più belle della 3° torre , placca strapiombo placca
13 Tcen tcen 6b/6b+ Bella via con un passo su placca appoggiata che dà il grado alla via, poi un bellissimo passaggio su strapiombo e più facile in uscita
14 Capriccio di regine 6b+ bella placca fessurata appoggiata con traverso delicato e poi bel strapiombo e passo verticale delicato in uscita
Le altre vie verranno aggiunte successivamente.
16
17
18
19
20

Guarda le foto con i tracciati delle vie

Palestra di Roccia delle Balze

FOGLIO INFORMATIVO

Località Falera

 

Vie di roccia risanate e nuove.

Ultimo aggiornamento 15/05/2011

 

Vie risistemate o nuove hanno il nome con targhetta alla base.

 

IMPORTANTE:

Per la conformazione della parete, sovrastata da uno strato molto friabile di arenaria e da prati sommitali frequentati da animali selvatici e non, l’uso del Casco da Alpinismo è assolutamente consigliabile, così come un soggiorno a debita distanza per coloro che non arrampicano.

 

Le informazioni riportate su questo foglio informativo sono da ritenersi indicative e soggette a possibili cambiamenti legati alla natura stessa della montagna.
Si declina ogni responsabilità nell’utilizzo delle informazioni qui contenute in quanto l’attività alpinistica è una scelta personale e responsabile. Spetta ad ogni arrampicatore verificare la solidità degli appigli e delle protezioni presenti oltre alle proprie capacità tecniche.

 

Itinerari da sinistra verso destra:

 

MONTANDO DANIELA 5C+ 17 mt. FESSURA

IMPRINTING primo tiro 6A 20 mt. SPIGOLO E PLACCAsecondo tiro 5B 20 mt. PLACCA FESSURATA

LA CRUNA DELL’AGO 6B+ 35 mt. !!!!! SPIGOLO E STRAP.

CAVALCANDO IL MINCHIONE 5A 25 mt. SPIGOLO

SOLITARIA 5C+ 25 mt. FESSURA ATLETICA

LA DONNA IDEALE 5A 12 mt. DIEDRO

attacca a metà parete da Scuola Pietramora o da Solitaria: targhetta

SCUOLA PIETRAMORA 5B 30 mt. PLACCA E DIEDRO

CUORE DI ROCCIA 5C+ 30 mt. STRAP. E SPIGOLO

PARAVANI 5A 28 mt. PLACCA E STRAP.

SOTTOTETTO 5A 25 mt. DIEDRO E PLACCA

PROBLEMI ZERO 5A 15 mt. STRAP. E PLACCA

COMUNQUE VADA SARA’ UN SUCCESSO 5A 15 mt. STRAP. E PLACCA

SCHIAVO DI BACI 5C 23 mt. STRAP. E PLACCA

INCHIODA I CHIODI 6A+ 23 mt. SPIGOLO STRAP.

PANORAMA 6A 25 mt. CAMINO E DIEDRO

NADI’ 7A+ 23 mt. MURO STRAPIOM.

MANUDIBANGO 6B+ 20 mt. STRAP. E PLACCA

NIDO DI FALCO 6A+ 20 mt. DIEDRO

GATTAMORTA 6A+ 15 mt. STRAPIOMBO

HOMO FINITO 6B 15 mt. STRAPIOMBO

GNAGNINA 6C 15 mt. STRAPIOMBO

INDIMENTICATA 6A 15 mt. STRAP. E PLACCA

TIROSA 5C+ 15 mt. PLACCA E TETTINO

SCALDAMUSCOLI 6A 20 mt. FESSURA E STRAP.

TENDINITE 7A 20 mt. STRAPIOMBO

TIMSHEL 7A ?? 20mt. STRAPIOMBO

GIRAVOLTA 6A 23 mt. FESSURA E STRAP.

BASTA NON TOCCARE I CHIODI 6A 22 mt. TETTO OBLIQUO

LINEA D’OMBRA 5C+ 20 mt. PLACCA E DIEDRO

LILLO IL CONIGLIO 6B+ 15 mt. STRAPIOMBO

attacca a metà parete da Linea d’ Ombra: targhetta

VITRIOL Primo sosta 6A 18 mt. PLACCA E DIEDRO

Seconda sosta 6B+ 5 mt.

SENZA META 6B 20 mt. STRAPIOMBI VARI

ESSERE E TEMPO 6B+ 20 mt. PLACCA E STRAP.

CLAN DE LA ROCHE 6A+ 22 mt. PLACCA

ERBOSA 6A 15 mt. DIEDRO E TETTO

IVOVIA 6A 15 mt. DIEDRO E STRAP.

LINEA LOGICA 6A 25 mt. DIEDRO E STRAP.

RUGHE 6B+ 30 mt. PLACCA E STRAP.

DOLOMITICA 5C 30 mt. FESSURA E DIEDRO

UNCINETTO 6B+ 15 mt. PLACCA E STRAP.

BIANCOSPINO 5B 30 mt. FESSURA E CAMINO

possibile sosta intermedia

BRIVIDO 7A 27 mt. PLACCA E STRAP.

DALLA RABBIA ALL’AMORE 6A+ 28 mt. STRAP. E PLACCA

ANDOVADO 5C 30 mt. !!! PLACCA

SVENTRAPAPERE 4B 30 mt. !!! STRAP. E FESSURE

CIAO CLAUDIA 5C 30 mt. !!! DIEDRO E FESSURA

 

PILASTRO di STREGA: possibile accesso dal terrazzo nord per moulinette:

DANIELE VE LO PONE 5C 20 mt. PLACCA FESSURATA

NUVOLA ROSSA 6A 25 mt. SPIGOLO E PLACCA

VARIANTE DI STREGA 6B+ 30 mt. FESSURA E STRAP.

STREGA 6B 30 mt. FESSURA E STRAP.

 

BUON DIVERTIMENTO

Savioli Nereo CAI Rimini

 

“Cassin” Cima Ovest

RICORDI E NON RICORDI

All’improvviso, come per magia, quella cortina di gente che fino a quel momento era stata così compatta e impenetrabile davanti a me, si divide mansueta senza alcuna resistenza. Io rimango immobile: finalmente, mi dico, vedrò qualcosa anche io. Provo a lanciare lo sguardo avanti, ma il buio è così denso che scorgo a malapena solo qualche fievole luce. Però qualcosa là dentro si muove. Aspetto alcuni secondi e i miei occhi riescono a strappare a fatica all’oscurità due sagome in movimento. Man mano che si avvicinano verso la luce distinguo meglio i loro visi: seri e professionali come le loro divise scure. Un passo dopo l’altro si dirigono verso la porta e questa volta, per non essere di intralcio, mi devo fare da parte. Proprio nel momento in cui le prime due figure mi passano davanti tendo la mano. Tendo la mano e sfioro la bara. È estremamente semplice e regolare. Non ci sono decori. Solo una piccola croce sulla parte anteriore. Diretta e sbrigativa, senza fronzoli o modanature superflue. Proprio come deve essere stato lui, proprio come deve aver condotto la sua esistenza: solo essenzialità e determinazione. Solo questo portava con se durante le sue grandi imprese (e una cannuccia). Perché lui quando decideva di partire, arrivava in cima. Sempre. Il risolutore era così. Non so perché l’ho toccata. Forse l’ho fatto semplicemente per avere una futile prova in più da mostrare a me stesso che sostenesse l’ “io c’ero”. Forse l’ho fatto sperando ingenuamente che lui, o il suo spirito, potessero accorgersi della mia presenza e della mia vicinanza. Forse l’ho fatto per dare anche io una mano simbolica nell’accompagnarlo nel suo ultimo viaggio. Forse l’ho fatto nella vana speranza di essere profuso da un po’ di quella tenacia e caparbietà che durante la vita lo hanno contraddistinto. Non so perché. Deve essere stato l’inconscio a suggerirmelo. Lascio sfilare davanti a me la bara, i parenti e gli amici più stretti, molti di loro hanno il maglione rosso. Anche io mi accodo, un perfetto sconosciuto. Percorriamo composti poche decine di metri poi, quando il corteo entra silenzioso nel cimitero attiguo alla chiesa, mi defilo, lesto come mi ero inserito. Il mio dovere l’ho fatto. Se di dovere si tratta, certo non è un piacere, e taciturno riprendo la mia strada verso la montagne: Milano, Torino, Briancon. Solo come sono vengo, inevitabilmente, sommerso da mille pensieri.

Il ricordo più fresco risale a solo una settimana fa, quando ho girato quello spigolo e ho fatto capolino sul lato nord. Quella mattina per andare all’attacco della sua via, invece di prendere il sentiero da est, più lungo ma sicuramente più ovvio e tranquillo, abbiamo deciso di prendere quello che gira da ovest più corto, ma meno logico. Siamo così rimasti, neanche a dirlo, troppo sotto le pareti limitrofe e proprio quando ci era sembrato di essere arrivati ci siamo dovuti districare tra aerei spigoli e vertiginosi baratri, raggirati grazie a dubbi canaloni. Quando ho girato quello spigolo, però, tutto è svanito. La fatica, l’idea dello smacco, la rabbia di aver, forse, sbagliato strada. Tutto è scomparso e per un attimo anche il respiro si è fermato difronte a quello spettacolo. Le tre grandi pareti nord erano lì, davanti a me, in fila una dietro l’altra. Con il sole negli occhi ne ho osservato estasiato per diversi minuti le imponenti sembianze. I vispi profili frastagliati spiccavano già ben definiti contro un cielo pigro, pallido per le foschie mattutine. Le pareti invece gestavano ancora nel sonno più totale, avvolte nell’oscurità, vaghe e sfuocate. Dal punto in cui mi trovavo la Cima Piccola era la più lontana e quindi indiscutibilmente la più bassa, la più sbiadita e persa nella foschia. Poi veniva la Grande, seconda in altezza a causa della prospettiva sfalsata e, mi scuserà, quasi insignificante. Infine la Ovest. Lo strano gioco di luci e di posizioni reciproche ha voluto per un meschino scherzo del destino che proprio quest’ultima apparisse ai miei occhi decisamente più scura e tetra, più alta e severa, più ripida e strapiombante delle altre. Ed era proprio lei la nostra meta. Mi sono sentito piccolo e ho avuto paura. Benché infatti, nella penombra non riuscissi ancora a mettere a fuoco i tratti salienti della parete, la sentivo più che mai maestosa e imponente, severa e ostile sopra di me. Mi sono sentito piccolo e ho avuto paura. Di lì a breve mi sarei trovato proprio lassù.

27. 27 cordate per altrettanti tentativi erano arrivate fino a quel punto. Ma tutte erano state respinte. Non avevano trovato il modo di aprire quella porta, non avevano saputo trovare le parole magiche. Poi è arrivato lui. 4. 4 ore per un chiodo. 4 ore per inserire la chiave nella toppa e sentire i meccanismi della fatata serratura scattare e aprire così quella porta invisibile, ma che resisteva da sempre. Il passaggio segreto era stato scoperto. La combinazione era stata indovinata. Non tanto grazie ad una bella filastrocca in rima, ma piuttosto a chissà quanti improperi poco eleganti e sforzi sovrumani. Non tanto grazie al leggiadro roteare di una bacchetta magica, quanto piuttosto ad un grosso martello che volteggiava nel vuoto meno grazioso, ma sicuramente più efficace, i cui colpi rimbombavano per tutta la parete, da lì in avanti, ancora inviolata. Quel giorno quella porta ha condotto anche noi con grande stupore a completare la meravigliosa traversata che sopra gli immensi strapiombi porta magistralmente, sospesi sul nulla, verso il grande colatoio finale. Per noi era il 2009. Per lui era il 1935. Sappiamo che percorse tutta la seconda parte sotto la neve, togliendo il ghiaccio dalle prese a colpi di martello. Conosciamo perfettamente i precari e antiquati mezzi tecnici e il povero e insignificante abbigliamento a sua disposizione. Possiamo immaginare però, solo in minima parte, la grande forza interiore e la volontà d’animo che spinsero il risolutore a portare a termina questa grande impresa.

Mentre scendo verso Milano i ricordi si spingono un po’ più indietro sulla linea del tempo, ma si spostano solo di poco in quella dello spazio. È buffo osservare come nel 1934, il risolutore avesse aperto una via pressoché simile a quella sulla Nord della Cima Ovest, proprio poco lontano: sulla parete sud della Cima Piccolissima di Lavaredo. Sembra quasi che si fosse voluto preparare, nel piccolo, a quella più grande ed impegnativa dell’anno seguente. Sali, traversi, sali. Sali, traversi, sali. Sulla carta sembrano molto simili, come se fossero semplicemente l’una l’ingrandimento dell’altra. Sulla roccia, in realtà, le condizioni sono ben diverse. Vi è una sostanziale differenza in materia di impegno fisico e mentale tra le due vie. Una si trova su una soleggiata e piccola parete sud, l’altra su una oscura e immane parete nord. Il livello di preparazione richiesto è ben diverso. Lungi da me il voler sminuire la salita alla Piccolissima che è un gioiello di astuzia e forza, tutt’altro che facile e scontata. Non ho affatto dimenticato l’impegno che mi richiese nel 2005 quando la ripetemmo. Fu ostica e difficile, ma allo stesso tempo una scoperta, una rivelazione. Mai mi ero cimentato nelle Tre Cime di Lavaredo. Mai avevo salito vie così dure e strapiombanti. Grandissima fu l’emozione nel trovarmi, sgomento, sulla vetta, provato ed esausto, ma radioso. Ero fuori di me dalla gioia.

Con grande rammarico, a Torino, mi rendo conto che qui finiscono i ricordi delle vie del risolutore che ho avuto l’onore di ripetere fino ad oggi. Con grande stupore però, in modo un pò curioso, mi rendo conto che non finiscono qui le mie conoscenze, e quindi i “non-ricordi” delle sue vie, anche se ancora non le ho percorse, e alcune, con ogni probabilità, non le percorrerò mai. Potrei parlare della sua via alla nord-ovest del Badile, di come si arrivi alla base della parete e all’attacco, dei camini finali, dell’importanza di farla col tempo stabile. Potrei parlare della sua via alla soleggiata e mastodontica Torre Trieste, delle due cengie che la tagliano in tre parti, della roccia stupenda che la caratterizza. Potrei parlare, poco, della sua via al Gran Jorasses. Il tutto senza esserci mai stato. Perchè il nostro alpinismo è anche questo. La fase di preparazione che precede l’azione è importantissima, si consultano guide cartacee e mediatiche, si cercano informazioni, notizie, pareri più o meno obiettivi da chi, lassù, c’è gia stato. Un buono studio a tavolino della salita è fondamentale per la riuscita della stessa, ma va ben oltre una mera e metodologica ricerca di informazioni perchè quel momento è già in grado di provocare nell’alpinista fortissime emozioni, benchè si trovi ancora con i piedi sotto un tavolo. Leggere, ascoltare, guardare proiettano la mente in avanti, stimolando veramente i sensi e si arriva a sentire i brividi sotto i piedi quando si legge di un delicato passaggio di aderenza o a sentire gli avambracci induriti leggendo di un lungo tiro continuo e strapiombante. Il nostro alpinismo inizia già molto prima di mettersi l’imbraco addosso. E’ possibile che tutto questo limiti l’avventura, sopprima l’incognita della scoperta, sminuisca la sorpresa e lo stupore, ma a noi poveri ripetitori delle domeniche assolate e spesso affollate, va bene così.

Ben lungi siamo dalla sua intraprendenza. Ben lungi siamo dalla sua temerarietà. Riccardo Cassin partiva solo perchè aveva sentito dire che c’era da qlc parte sulle Alpi, e non solo, una parete inviolata che aspettava, paziente, di essere salita. Partiva spesso, se andava bene, con una cartolina in mano e non sapeva, non solo dove fosse la parete, ma addirittura la montagna.

Armato del mio bagaglio di ricordi e non-ricordi proseguo ormai esausto verso Briancon…Penso a lui e alle sue vie sperando che, anche i “non ricordi”, un giorno possano diventare realtà…

Grazie, Riccardo, di tutto quello che ci hai lasciato.

GUARDA LE FOTO