“Comici” al Salame

SULLE ORME DELL’ ”ANGELO DELLE CRODE”

A mio avviso, dopo anni di studio, sposso asserire che gli angeli non lasciano tracce.”

Anonimo

Io sinceramente non so se lascino tracce. Non so se ne lasciano nei loro furtivi spostamenti o nelle loro brevi visite che compiono, qui sulla terra, per portare a termine missioni particolari. Non lo so e non lo posso sapere. Forse le lasciano, in modo quasi impercettibile, dentro di noi. Chissà.

Ma lui invece, lui sì che di tracce ne ha lasciate, eccome. E che tracce! L’ “Angelo delle crode”, come è stato chiamato, sceglieva la sua linea che, come quella degli angeli, saliva su verso il cielo senza fronzoli, dritta, perfetta, senza troppe perdite di tempo. Si spostava sui ghiaioni alla base delle pareti, a quei tempi ancora vergini, finché non si trovava sotto la verticale della cima e lì, come un artista davanti alla tela, iniziava a comporre l’opera. Tracciava una linea perfetta ed elegante, uno spettacolo agli occhi di noi poveri mortali che ci accingiamo, appunto, a seguire le sue orme.

Lo immaginiamo, attoniti, salire verso l’alto con una danza armoniosa, proprio come se fosse un angelo che sale verso il cielo. Egli, legandosi alla corda, si liberava del mondo e si librava nell’aria. Nessuno come lui era in grado di affrontare passaggi impegnativi con tale eleganza e semplicità. Sembrava che la gravità e le leggi fisiche non avessero alcun potere su di lui e sui suoi movimenti. Chi sarebbe potuto salire al cielo in modo così diretto e in uno tale stato di grazia se non un angelo?

Però questo Emilio Comici è stato un angelo distratto. I segni del suo passaggio infatti, qui sulla terra, sono ancora molto evidenti e per ben due volte, quest’estate, mi sono trovato a cercare tra le pareti di due diverse cime, quelle orme che, tra fessure diedri e strapiombi, l’”Angelo” aveva lasciato ormai tanti anni fa, disegnando quei capolavori per i quali è diventato famoso, e non solo tra gli alpinisti.

Ci siamo accostati alle sue rocce cercando di dimenticare, per un attimo, il dolore per le nostre prestanti scarpette o il frastuono di tutta quella ferraglia ipertecnologica che sempre ci portiamo dietro, per tornare all’essenza, per fare un balzo indietro, un tuffo nel passato.

Parliamo degli anni ’30, in piena epoca fascista. Parliamo di alpinismo eroico, parliamo di “pugna con l’alpe”, parliamo di competizione alla risoluzione degli ultimi problemi irrisolti delle Alpi, alla quale, neppure lui, fu estraneo. Ma Emilio guardava oltre, pensava alla linea, pensava alla tecnica, al gesto atletico.

Vorrei sapere cosa provò Comici, non quando arrivò in vetta alla Cima Piccola di Lavaredo, oh no, mi interessa solo relativamente questo aspetto; io vorrei sapere cosa provò la prima volta che vide quello spigolo. Vorrei sapere cosa provò dentro nello scoprire l’esistenza di una lama di roccia così affilata ed ardita sospesa sul nulla. Lo Spigolo Giallo deve aver rappresentato per lui quella perfezione estetica che cercava in alpinismo. Si sono incontrati e ne è nato un capolavoro.

Ero già legato alla corda ed avevo già indossato le scarpette. Stavo per partire. La tensione pian piano si stava impossessando di me, dovevo muovermi: ero all’attacco dello Spigolo Giallo e sentivo l’impellente bisogno di misurarmi con esso. Ho trovato il primo tiro molto duro e se sul secondo, che sulla carta è dato più difficile del precedente, non mi fossi trovato a mio agio, non lo nascondo, sarei tornato indietro. Un tiro dopo l’altro, però, lo Spigolo ci ha risucchiati nella sua vertiginosa spirale e, come una potente mareggiata, ci ha rigettati sulle rive della cima. Entusiasti.

Ho superato lo spigolo giallo compiendo l’arrampicata più aerea, più esposta che si possa immaginare: perché lo Spigolo è veramente affilato come un tagliamare, un aratro, una spada, e continuamente strapiomba, e il vuoto incombe non solo sotto l’arrampicatore, ma a destra e a sinistra, e lo sguardo non si riposa più sulle rocce, ma continuamente si perde nell’aria.” E.C.

Vorrei sapere, inoltre, cosa ha pensato la prima volta che ha visto il cosiddetto “Salame del Sassolungo”. Quella cima sembra essere uno scherzo, sembra il gioco della mano di un divino artefice che si è divertito ad incastonare tra mediocre rocce appoggiate questo monolite di pietra. Il “Salame” è lì incastrato tra le due fessure che ne lambiscono a destra e a sinistra la base e si innalza in una parete perfettamente verticale per centinaia di metri affusolandosi verso la cima. Qui Comici ha trovato l’ispirazione per il suo ultimo capolavoro, per compiere l’ultimo grande gesto, la sua ultima grande prima ascensione.

Mentre sali lo zoccolo alla base, alto quasi quanto la parete vera e propria, e il “Salame” si avvicina, vedi in maniera sempre più chiara quale fu la linea che Comici volle seguire. Dritte e lineari nel modo più assoluto corrono quelle fessure per tutta la parete. Come lui voleva che fosse. Non contento raggiunse quelle fenditure con un bellissimo primo tiro tutto in traverso che impreziosisce e infonde grandiosità e perfezione alla linea. Ancora una volta, a poco meno di un anno dalla sua inconcepibile per quanto assurda morte, tra ingenti impegni di lavoro, trovò lo spunto per rimettersi in gioco: “bisognerebbe avere sempre la forza di scuotersi, di lottare per sentirsi veramente vivi e per avere soddisfazione di se stessi…” E.C.

Le orme che lasciò in quella occasione, come in tante altre, collegano, ancora oggi in modo superbo terra e cielo e seguendole abbiamo provato a farci piccola parte di quel grande universo di sensazioni, lotte ed emozioni nel quale viveva Comici. Purtroppo però spesso accade che, arrivati in vetta, si pensi alla solita stretta di mano e non tanto a ringraziare l’apritore. Lo faccio ora sperando che non sia nè troppo tardi nè troppo patetico: grazie “Angelo delle Crode” per quelle orme che, forse sbadatamente, hai lasciato indelebili qui sulla terra, ben presto, ne cercheremo altre.

Pier Matteo

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