Cervino 2010

Cervino: una montagna, un sogno (di Mauro Cappelli)

Chi, per dirla con Hans Kammerlander, è malato di montagna, conosce perfettamente quel tarlo instancabile che lavora non conoscendo alcun diritto sindacale e continua a sfornare proposte, proporre salite, spostare sempre un pochino oltre l’orizzonte a cui mirare; per questo motivo non starò a dilungarmi sui come e sui perchè questa salita sia finita nel cassetto dei miei sogni (cassetto che ognuno di noi più o meno segretamente custodisce).

Il Cervino l’ho visto in centinaia di foto, scatti fatti per la maggior parte da Zermatt visto che da quel lato la montagna mostra i suoi perfetti profili da piramide.

Dalla conca del Breuil invece, il Pic Tyndall interrompe la regolarità  delle 4 creste formando una spalla su cui œla gran becca si appoggia.

La prima volta dal vivo l’ho visto nell’estate 2002, ero al colle del Lys, dove mi ingaggiavo sui miei primi 4.000 con Marisa, scegliendo quelli più abbordabili fra le cime del Monte Rosa.

Quella volta ho fatto di persona gli scatti a quella piramide scura che si innalza isolata interrompendo la cresta di confine.

Il Cervino. se chiedi ad un bimbo di disegnare una montagna ti disegna proprio quella (anche se non l’ha mai vista) perchè il Cervino rappresenta “la Montagna nell’immaginario collettivo.

Se ognuno di noi chiude gli occhi e pensa ad una montagna, nel proprio pensiero gli si materializza una montagna uguale al Cervino.

Il Cervino Nel 2002 l’ho fotografato perchè mi sembrava bello, anche da quella distanza percepivo l’importanza di quel corno, il solo vederlo e fotografarlo mi dava un vago senso di appagamento, l’idea di salirlo mi sembrava sacrilega al punto che nemmeno mi sfiorava.

Il Cervino Era troppo lontano, troppo difficile, troppo.. Ecco, il Cervino era semplicemente troppo, non ci pensavo.

Intanto intraprendevo la mia modestissima attività  alpinistica ricavandone un piacere fino a poco tempo prima sconosciuto.

Nel 2004 vado in vetta al Monte Bianco dal versante italiano (val Veny) con Andrea (il mitico Gambero, conosciuto, manco a dirlo, a far cascate!!): alle 4 del mattino ci siamo dati appuntamento a Faenza e 28 ore dopo eravamo in vetta al Bianco quasi 5.000 mt sopra il luogo del nostro appuntamento faentino.

Una bella cavalcata, fatta di getto e continuata per i successivi 4 giorni di ferie sull’assolato granito del Mont Rouge del Triolet prima e conclusa poi sui 4.014 mt. del Dente del Gigante.

5 giorni fantastici, mai stati fermi un minuto, sempre a macinare dislivelli perchè bisogna sfruttare il bel tempo stabile e certe occasioni non capitano tanto spesso.

5 giorni per parlare, per condividere progetti, per aprire un po di quel cassetto gelosamente custodito e permettere al tuo compagno di dargli una pur veloce sbirciatina.

Naturalmente anche il tuo compagno ti fa dare una sbirciatina nel suo, cosa succede che le carte si mescolano e un po del materiale che era nel tuo cassetto finisce nel suo e viceversa.

Ecco perchè quando torni a casa dopo aver realizzato una salita ne hai rimediate almeno un’altra decina da fare, ecco perchè più sogni riuscirai a realizzare più ne sognerai di belli, di lontani, di apparentemente irrealizzabili..

Comunque, da quel giorno, il Cervino è diventato un po meno lontano, un po meno difficile, un po meno Ecco, il Cervino era ancora tanto ma non era più troppo e comunque ci pensavo, eccome se ci pensavo!!!

Il pensiero ha sulla nostra mente lo stesso effetto che ha l’acqua sulle rocce: scava, forgia, modella e il pensiero del Cervino ha finito col fagocitare altri pensieri cannibalizzandoli e nutrendosene avidamente.

Da quel giorno, ogni estate, l’antenna era puntata sulle Pennine: telefonate all’ufficio guide del Cervino per sapere quali fossero le condizioni; nel fare il numero il cuore accelerava il battito per l’eccitazione seguita poi dallo scoramento quando, dall’altro capo del filo, una voce apparentemente asettica diceva: non sale nessuno, è ancora pieno di neve, ci sono stati incidenti, le guide ancora non vanno su, ecc.. Quante volte ho avuto queste risposte!

E Gambero, che ha contatti personali con alcune guide valdostane, purtroppo confermava quanto mi riportava la diligente segretaria dell’ufficio guide.

Nel Cervino non ci sono le condizioni per andare, allora dove andiamo?

Fa quasi ridere dirlo ma nel frattempo abbiamo fatto tante salite all’ombra del Cervino: la Biancograt al Bernina, la Cassin al Badile, lo spigolo Vinci al Cengalo, la Kufner ai Pizzi Palù tutte salite fatte con Andrea perchè la meteo e le condizioni della montagna, quando noi avevamo il buco per andare, non ci consentivano la salita al Cervino, cosa si ripiegava dove la meteo era più possibilista.

Vista da quest’angolazione è quasi un peccato che siamo riusciti a salire sul Cervino!!!

Scherzi a parte, il 30 Luglio 2009, come tante altre volte, siamo di nuovo al parcheggio del Class Hotel pronti per la partenza, ma questa volta la sentiamo diversa, questa volta si va a Cervinia, questa volta si proverà  a salire la cresta del Leone per arrivare in cima, in cima al Cervino, in cima a un sogno cullato e inseguito ormai da diversi anni.

Questa volta, la settica voce dall’altro capo del filo ha detto che si, oggi le guide sono salite, la montagna sembra in buone condizioni.. Quante volte ho bramato questa risposta e adesso che me l’hanno data quasi ne ho paura, è come se la lunga attesa avesse alimentato un non so chè di fatalità , una sorta di convinzione che sul Cervino non si sale, che non ci sono le condizioni e invece non è così: sul Cervino si sale, le condizioni ci sono, adesso ho io il pallino in mano e se sbaglio la bocciata non posso prendermela con nessuno se non con me stesso e con le mie paure.

Arrivati a Cervinia facciamo la stesa 01di tutto ciò che abbiamo caricato, abbiamo talmente tanto materiale con noi, attrezzatura, abbigliamento, viveri e acqua che potremmo salire il Cerro Torre!!!

Dalla Romagna ci siamo portati tutto, non abbiamo fatto alcuna scelta tanto siamo solo in 2 e di posto in macchina ne resta comunque ma adesso la scelta non si può piùrimandare.

Che piccozza prendi? Dei friends quanti ne portiamo? Prendiamo su i miei cordini o i tuoi?

Piano piano i due zaini prendono corpo, cerchiamo di riempirne ogni vuoto, devono essere anche belli da vedere, non quelle robe sformate e bitorzolute che, oltre ad essere antiestetiche, puntano fastidiosamente sulla schiena, dobbiamo andare sul Cervino e, parafrasando la battuta di una vignetta che ironizza sull’ambiente dei climbers, mica siamo qui per divertirci!

Tutto è pronto, abbiamo mentalmente fatto e rifatto l’inventario del materiale che ci siamo caricati sulla schiena, il Cervino è là, nascosto da un cappello di nuvole (ma oggi non doveva essere bello?) e noi cominciamo la lunga marcia di avvicinamento che, passando per il rifugio Duca degli Abruzzi e dal Colle del Leone, ci farà  arrivare alla nostra meta odierna: la capanna Carrel.

Se la capanna Carrel fosse un rifugio gestito, la salita al Cervino sarebbe tutta un’altra gita, invece la Carrel è una capanna in cui le Guide del Cervino assicurano solo la presenza di coperte per le brande e le bombole del gas per un paio di fornelli che sono lassù.

Certo, non è poco, Carrel mica le aveva queste robe quando è salito quassù; Carrel non aveva nemmeno tutto quel cordame che addomestica la salita nei tratti più verticali, Carrel non si è mica servito della scala Jordan per superare i 5-6 metri di paretina strapiombante poco sotto la cima; a pensarci bene Carrel doveva avere un bel paio di attributi per salire nei tempi e nei modi con cui è salito!

Andrea ha combattuto con l’acclimatamento, ha sofferto, non è riuscito a mangiare, non è riuscito a bere, gli è venuto mal di testa quando siamo arrivati ai 3.800 metri della capanna Carrel e se l’è tenuto per tutta la notte fino al mattino successivo; quando siamo partiti per la cima, dubbiosi più che mai, aveva gli occhi lucidi come quando si è a letto con l’influenza e la febbre alta, non so dove ha trovato le forze per dire proviamo, però le ha trovate e, un passo dopo l’altro, ha anche lui scalato quella che per quel giorno è stata solo la nostra montagna e di nessun altro.

Merita un grazie ancora più grande per questo sforzo supplementare che ha dovuto sopportare.

Era venerdi 31 luglio 2009, il giorno dopo, in un incidente sul versante svizzero dell’Hornli, un alpinista austriaco ha perso la vita, pochi giorni dopo, nei pressi del Col de la Felicità (ironia di un nome), una guida alpina francese è scivolata lasciando per sempre la vita su quelle rocce, una decina di giorni dopo la salita per la cresta del Leone è stata interdetta per il pericolo di caduta sassi e il distacco di grossi blocchi.

Lungi da noi il pensiero (nemmeno ci sfiora) di avere fatto qualcosa di grande o di importante, abbiamo fatto una salita grande e importante solo per noi, una salita diversa da tutte le altre, semplicemente perchè questa è stata la nostra salita; non abbiamo solo letto, non abbiamo solo immaginato, non abbiamo solo sognato.. Ci siamo andati, ci siamo abbracciati, in cima ci siamo anche commossi, abbiamo dei ricordi vivi, possiamo raccontare questa esperienza perchè l’abbiamo vissuta in prima persona e non importa se anche tantissime altre persone lo possono fare; a noi importa poter dire che si, sul Cervino ci siamo davvero saliti.Vetta 3

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