Il becco d’acquila

Catinaccio – Rupi del Larsech

“Becco d’Aquila”

Via Siloga (parete sud-ovest)

8 Luglio 2013

 

Passione o fede?

“….le passioni sono irruenti, schiantano e travolgono ogni cosa, ci isteriliscono il cuore e la mente, e poi passano lasciando solo distruzioni compiute… invece l’ Alpinismo è fede che entra dolcemente nei nostri cuori e li trasporta alle magnanime imprese… può affievolirsi, ma poi ritorna a scaldarci i petti con maggiore energia.

Chi ama la Montagna e la sua natura non può non amare l’Alpinismo in tutte le sue forme… e ci riportano a un secolo fa quando i giovani di allora, imberbi ancora, ma caldi di passione di vette si assemblavamo nelle piazze dei paesi e dai loro petti usciva il loro grido di fede: “Viva le Dolomiti! Viva l’Alpinismo!”

Questo dicono a noi cronache di eroi delle pareti… ma a noi giovani che cosa devono dire? Devono dire la fede dei nostri padri? O le passioni giovanili?”

(Anonimo)

 

 

La scelta di una “via” non è cosa semplice…più arrampico e più me ne rendo conto; entrano in gioco tantissimi fattori non solo legati alla vita quotidiana (famiglia, lavoro, tempo a disposizione, ecc) ma anche alla vicinanza della stessa, il meteo, il compagno e il proprio stato di “forma”, il grado e le difficoltà a cui si andrà in contro.

Con l’esperienza sto imparando che una volta fatta la scelta è bene confrontare non solo varie relazioni che si possono trovare su guide e/o internet, ma magari chiedere un po’ in giro a chi l’ha già fatta per farsi svelare quei piccoli e grandi segreti che ogni via porta in se.

Al di là delle difficoltà riportate nelle relazioni le mie scelte si stanno orientando verso vie alpinistiche di stampo “classico” magari prima degli anni 20/30 senza ovviamente disdegnare anche quelle successive tenendo sempre ben presente chi fu l’apritore! (Per una via di IV/V di Messner aspetterei ancora qualche anno).

Tempo fa sfogliando la guida di Bernardi dedicata al Catinaccio mi colpì particolarmente una relazione, “Il Becco d’Aquila” ai dirupi del Larsec (zona ancora molto “selvaggia” e da esplorare); forse la caratteristica forma della vetta, quello strano sentimento di “farfalle nello stomaco” appena letta la relazione, la linea di ascensione particolarmente accattivante, mi folgorarono!

La relazione parlava di una via recente come apertura (1988) ma di stampo e con difficoltà classiche; dove il passaggio chiave (V grado) risultava comunque ben protetto.

Mi si insinuò dentro come un spit nella roccia, non so bene il perché, ma più la studiavo e più  chiedevo informazioni più mi attraeva, ok deciso! Si fa!

Nei giorni stabiliti per l’ascensione il Corso AR1- 2013 diretto da Guido sarà impegnato in zona Catinaccio (Torri del Vajolet, Punta Emma, ecc.) e trovato anzi, trovata la compagna d’avventura chiedo a Guido “ospitalità” nel pullman che ben volentieri viene accettata.

“Campo base”, Rifugio Gardeccia, a 40/50 minuti dall’attacco, con ottima cucina e camere confortevoli; la mattina del sabato (il programma prevedeva due giorni) la sveglia suonò presto, il pullman con gli Istruttori della Scuola Pietramora e gli allievi partiva da Faenza alle 4,30 del mattino; la Pizzi (Chiara Pizzingrilli) puntualissima passa a prendermi alle 4, recuperati anche altri due ragazzi forlivesi impegnati al corso ci dirigiamo al punto di ritrovo.

Percorrendo la Val di Fassa verso il parcheggio dei pulmini che ti portano a Gardeccia il meteo non sembrava promettere nulla buono; visto la complessità della via propongo a Chiara di farla la domenica in modo da avere più tempo a disposizione (e magari un meteo migliore) e il sabato dedicarlo a una via nelle vicinanze; nata recentemente (2002), chiamata “Vuoto d’aria” che affronta la parete sotto il Rifugio Vajolet, “Via” questa di stampo nettamente sportivo, ben attrezzata a spit e soste con catene, valutata max 5b.

Non particolarmente lunga (5 tiri), l’ottima chiodatura (superflui friend, nut e chiodi) e un aereo passaggio appesi a una fune per raggiungere l’ultimo tiro, la rendono piacevole e ideale per mezze giornate o con tempo incerto, infatti in poco più di due ore la percorriamo senza particolari problemi, a tiri sempre alterni, dove il passaggio chiave è un bello strapiombo da superare con un passo “bulderoso” ma con un cordone per rinviare decisamente utile in caso di azzero; l’arrivo è posto sotto la grande croce a 50 metri dai rifugi.

La Pizzi da me definita una “Bestia da Parete” alzarsi alle 3, 5 ore di pullman, una via comunque impegnativa, non le era bastato e così verso le 16 mi propone un “soft-trekking” di un paio d’ore giusto per fare ora di cena.

Al rientro al rifugio incontriamo gli amici Chiara Montanari e Franz, si sarebbero fermati li per la notte, con l’obbiettivo il giorno dopo di scalare anche loro “Vuoto d’Aria” perché il “Becco d’aquila” l’avevano fatta l’anno prima.

La serata, accompagnata da un’ottima cena, vino e grappe scorre via in allegria, allietata anche dai resoconti delle nostre prime esperienze tragicomiche che cominciano ad affollare i nostri curriculum, ma è sempre tutta esperienza!!

Crollato nel letto, la notte dormii profondamente e il mattino mi sentivo carico e prontissimo, la sveglia alle 6.30 ci ricorda che è ora di alzarsi, prepararsi, fare colazione e incamminarsi verso l’attacco; la giornata era fresca e limpidissima; per colazione “faccio il pieno” di energie, ce ne sarà bisogno!

Salutati gli amici Chiara e Franz ci dirigiamo lungo il sentiero che va verso la “Ferrata delle Scalette” fino a un ometto posto alla fine di un immenso ghiaione; da li uscire dal sentiero e risalirlo.

La guglia a forma di testa d’aquila è ora di fronte a noi, riconoscibilissima, maestosa, un po’ mi intimorisce e allo stomaco mi riprende quella sensazione di “battito di ali di farfalle”; un misto tra emozione, voglia di scalarla e quella sana “strizza” che ti mette in guardia dai tanti pericoli che la vita di sottopone.

La dura salita alle 7,30 del mattino è tutto un programma; l’attacco sempre più evidente e il Becco, quasi a snobbare la nostra presenza, sembra lanciarci degli avvertimenti ma anche invitarci alla sfida.

Odio i termini giornalistici “Montagna killer”, “Montagna assassina” o “Montagna maleddetta”, siamo noi spesso con le nostre azioni a determinare un destino che può sembrare crudele; siamo noi gli assassini e i maledetti che uccidiamo le nostre anime, i nostri principi, i nostri sogni senza renderci conto dei baratri in cui ci infiliamo; loro sono lì da milioni di anni e per milioni di anni ci saranno; siamo di passaggio, le Montagne sono uno specchio della nostra anima, delle nostre paure, non sono loro a determinare il successo o l’insuccesso di una impresa, ma la nostra capacità interiore di saper affrontare in quel dato momento le sfide che ci vengono sottoposte e le paure che inevitabilmente l’ignoto fa sorgere.

Via, via che ci avviciniamo alla parete la lieve traccia si fa sempre più ripida; estraggo dalla tasca la relazione con la foto e il tracciato e comincio a cercare l’attacco che parte da un: “…cordino in clessidra”.

Individuiamo una grossa clessidra effettivamente, ma subito sopra parte un bel diedro che non mi sembra aver nulla a che farà con la prima parte del tiro che parla di un III grado; mentre ci prepariamo però sulla mia sinistra scorgo spuntare dalla roccia un cordino infilato in una piccola clessidra con sopra rocce decisamente più facili; ecco l’attacco!

Fatti i dovuti reciproci controlli (nodi, attrezzatura, ecc.) do un’ultima occhiata alla relazione (disegno) che molto chiaramente dice di salire in verticale su facili rocce fino a uno spit; (primo tiro III, IV – 30 mt.); lo risalgo proteggendomi con cordini su alcuni spuntoni e clessidre, sono ancora un po’ freddo , i muscoli ancora si devono scaldare, quindi un tiro poco impegnativo come inizio è quello che ci vuole.

Giunto allo spit, riguardo la relazione che indica di proseguire in verticale fino alla sosta dove avrei affrontato i passaggi di IV; non ci sono protezioni quindi l’ascensione dovrà essere fatta con cautela; sopra di me la parete mi sembrava un po’ troppo repulsiva e opto per spostarmi un po’ più a destra dove la roccia era nettamente più lavorata; risalgo e mi accorgo subito di essere fuori via perché se è vero che partiva “facile” ma poi finiva sotto uno strapiombetto decisamente ostico; alcune fessure mi permisero di proteggermi con i friend; mi alzo ancora un poco e sulla sinistra scorgo la sosta!

Solo che per raggiungerla devo traversare verso sinistra e scavalcare un piccolo pulpito molto esposto e non protetto che per fortuna si rivela ben appigliato, consentendomi di ritrovare la via e puntare con decisione ai chiodi si sosta; le mezze corde però ora lungo il tiro fanno una serie di zig-zag che non promettono nulla di buono alle mie braccia; ma gli “errori” si pagano e così quando comunicai alla Pizzi che ero in sosta e pronto per recuperare le corde cominciai con fatica a recuperarle.

Chiara venne su come un geco, recupera il materiale lasciato in via, costringendo anche lei ovviamente ad affrontare l’involuta variante; giunta anche lei in sosta si autoassicurò; una volta passatogli il materiale partì subito per il II tiro (IV, V – 30 mt.), dove bisognava traversare leggermente a destra superando la nicchia e subito affrontare la placca con il passaggio chiave della via.

Il giorno prima avevo tirato io il passaggio duro e quindi questo giro toccava a Chiara affrontarlo; una volta partita e girato lo spigolo riuscivo a capire la sua progressione solo attraverso il movimento delle corde, corde ferme stava cercando la via o le protezioni, leggero scorrimento voleva dire che stava progredendo e un tironcino significava la rinviata.

In poco tempo sento già il segnale di sosta, la Pizzi è a suo agio in roccia come un ragno nella sua tela; velocissima! E’ il mio turno, recuperate le corde, smonto la sosta e mi avvio; il punto chiave della via valutato “V” è una placca verticale solcata da tre fessure; ben protetta, gli appigli e gli appoggi ci sono ma bisogna sfruttarli con movimenti delicati e d’equilibrio, da secondo il passaggio mi ha fatto “soffiare” quindi complimenti ancora alla capocordata che ha superato un passaggio così impegnativo da prima.

I 3 tiri successivi decisamente più semplici (III, IV) sempre però con le protezioni da integrare, sono su roccia sempre molto buona anche se a volte un po’ da pulire come riportato dalla relazione; presto guadagnamo la vetta e dopo un meritato riposo, visto anche le condizioni meteo che cominciavano ad impensierirmi, decidiamo che era ora di tornare.

Durante la ricerca su più informazioni possibili sulla “Via” alcuni amici mi avevano detto che la discesa non era per nulla “facile” (anche se di facile in Montagna c’è ben poco) e che bisognava stare attenti; così una volta pronti per partire cominciamo la lettura della relazione capitolo “Discesa.”

…ad una cengia, dalla quale con una spaccata si risale la parete a balze di fronte per 30 mt (III/I, cordone, direzione N); bene, vado io; percorro quindi la parete a balze integrandola con l’uso di alcuni friend e giungo speditamente al cordone di sosta; la Pizzi mi raggiunge velocemente, forse quei tratti si potevano fare anche in conserva ma per ora era meglio procedere a tiri; ma andiamo avanti.

“Quindi traversare orizzontalmente a sinistra (ometti) per altri 30 m (corto traverso con passaggio di III, chiodo, grande albero secco caduto a ponte”, siamo in cresta, gli ometti ci sono e vedo l’albero secco, facile! Buona notte…io quel “chiodo” nel traverso proprio non l’ho visto, anzi la friabilità della roccia e il terreno erboso mi hanno dato il mio bel da fare, ma per fortuna c’era da integrare abbondantemente con clessidre, spuntoni e friend; trovo da allestire una sosta su uno spuntone vicino all’albero secco e Chiara mi raggiunge subito (anche lei di chiodi visti zero!).

“Ora scendere per pendio erboso a sin. (O, ometti). Gli ometti portano dopo ca. 30 m a due doppie di 20 m e 25m.”, gli ometti sono ben evidenti e portano a un pulpito con sopra un grosso ramo sistemato verticalmente, la calata sarà sicuramente li!

Mbè! Tutta qui la discesa??!!! “Chiara vai tu, a te l’onore, vedrai che l’anello di calata è subito lì! Facilissimo!”

Non l’avessi mai detto…

Chiara segue gli ometti fino al pulpito, lo costeggia fino a sparire dalla visuale (pendio molto inclinato ma gli facevo ovviamente sicura da una buona sosta), scende, cerca, ricerca ma niente! L’anello di calata non c’è!!

Ci teniamo in comunicazione ormai urlando visto la distanza ma nulla non si trova niente! Eppure gli ometti portano a una direzione certa…”Gabri non la trovooooo!!”, “Tranquilla Chiara deve essere li per forza, prova a scendere ancora!”

Il tempo passava, sentivo le corde che tiravano e si allentavano, segno questo che non si era persa d’animo; nella mia testa ormai mi ero convinto che se non si fosse trovata avrei adottato soluzioni diverse, avevo chiodi e martello e in un modo o nell’altro da lì saremmo scesi!

Ma quando ormai sembrava persa ogni speranza, un grido liberatorio eccheggiò in tutta la valle, “Travataaaaaa”, “Ottimo, assicurati e comincia a richiamare le corde che arrivo!”

Povera Pizzi; ha cercato quella benedetta sosta in un marciume di rocce in una posizione molto, molto diversa da dove potevamo immaginarci; bravissima!

E qui il colpo di genio…

Visto che siamo furbissimi e intelligentissimi, molto meglio di chi ha scritto la relazione pensiamo:” bè..nella relazione c’è scritto di fare due doppie di 20 e 25 metri; visto che abbiamo due mezze da 60 facciamo una sola calata!!” Che geni, che bravi!!

Prepariamo le lounge, “faccio su le corde”, le lancio e comincio a scendere; la corda gialla era correttamente caduta sul terrazzino da dove si sarebbe dovuta fare la seconda doppia, mentre la corda blu era finita molto più a destra sopra uno spuntone..nessun problema, capita; un paio di dondolate ed è già recuperata; metto i piedi sul terrazzino, mi sporgo nel vuoto e “valuto” che si possa proseguire con la discesa senza dover armare una seconda doppia.

Rifaccio su le corde e lancio; la gialla arriva al suolo mentre la blu in un groviglio rimane appesa a mezz’aria nel tratto di vuoto.

Poco male; continuo la mia discesa, mi fermo a metà sospeso e comincio a risistemare la corda; la rilancio e subito tocca terra; “Ha ha ha, altro che relazione! Noi si che siamo pratici e siamo già a terra senza dover fare tutte quelle manovre ha ha ha!”, “Ok Chiaraaaaa liberaaaaaaaaa!”

Ma mentre la Pizzi scende vengo percorso da un brivido gelido lungo la schiena, le gambe tremano e vengo assalito da paurosi pensieri!!

“O porca p……a, o c….o!!! Ma se mentre recupero 60 metri di corda, queste mi fanno lo stesso scherzo della discesa e si impigliano in qualche anfratto o spuntone, chi le recupera più???!!!! Altro che geni e super furbi, questa è una coglionata gigante!!!”

Chiara scende e mette piede nel ghiaioso arrivo e il suo sorriso viene subito gelato dal mio dubbio; ci guardiamo in faccia e rivolgiamo subito in alto lo sguardo…e quasi all’unisomo esclamiamo: “..e sti azzi!!!” Una volta slegata cominciamo piano piano molto piano a tirare la “blu”; piano, piano la “gialla” sale fino a sparire, le corde diventano sempre più leggere e a un certo punto quando interviene la forza di gravità a richiamarle, un sibilo comincia a farsi sempre più forte; sono le corde che stanno arrivando, ho tutto e di più incrociato; “Giuro che se arrivano senza problemi non farò più di testa mia, se nelle relazioni dicono che bisogna fare diverse doppie diverse doppie si faranno!!”

Le corde arrivano, seguite però da una “pioggia” di sassolini per fortuna innocui; i tempi stringono, dobbiamo scendere al rifugio Gardeccia per incontrare i ragazzi del Corso; “facciamo le corde” e scendiamo dapprima percorrendo un nevaio ripido e poi giù per le ghiaie fino al sentiero n. 583.

La paura è passata, la soddisfazione immensa, arrivati ordiniamo due birre e un bel tagliere di salumi e formaggi; ce li siamo meritati! Ci complimentiamo a vicenda per l’ottima ascensione e la fantastica giornata, alla spicciolata cominciano ad arrivare corsisti e Istruttori che via via si accalcano verso i pulmini; il cielo è plumbeo e minaccia pioggia.

Poi accade qualcosa di incredibile..

Dal rifugio non è facile scorgere la sagoma del “Becco” perché si confonde con le pareti circostanti più alte; all’improvviso però un raggio di luce “buca” le nuvole e va a colpire uno spit proprio sul lato della testa dell’ inconfondibile vetta, l’”occhio” dell’aquila è illuminato quasi a volerci salutare e ringraziare, per poi spegnersi per il sopraggiungere del temporale (il gestore mi dirà in seguito che tutti i giorni al tramonto la luce fa risplendere uno spit facendolo sembrare un occhio brillante!).

Istintivamente chinai la testa in segno di rispetto e salutai il “Becco” per ringraziarlo a mia volta delle emozioni fortissime che ci aveva regalato e della giornata che difficilmente dimenticheremo.

 

Fu l’ultima via di Pastamatik…

 

Gabriele Sintoni