Cresta Kuffner al Mont Maudit

10 agosto 2012, la storia continua…..

Sono sulla terrazza esterna del rifugio Torino.

Mi rallegro per il blu cobalto del cielo che fa da sfondo al bianco immacolato dei ghiacciai…. Per domani non sono previsti cambiamenti, c’è una “finestra” di alta pressione che dovrebbe tenere il cielo sgombro dalle nuvole per almeno 4-5 giorni.

E’ la prima “finestra”di bel tempo duraturo di questa strana estate che fino ad ora ha intervallato solo belle giornate singole a lunghi periodi perturbati.

E’ il problema dell’Ovest, per andare c’è bisogno che il tempo dia certezze e garanzie di bello, con la meteo a queste quote non si scherza davvero!

Questa volta però i siti meteo sono tutti d’accordo: alta pressione e bel tempo stabile per tutta la settimana.

Solo 2 giorni fa sono stati recuperati, per fortuna sani e salvi, 3 alpinisti spagnoli rimasti bloccati per 30 ore dal maltempo sulla cresta Kuffner al Mont Maudit.

Ed è proprio per la Kuffner che sono qui.

Con me c’è Luca Gambi che ha accettato di buon grado l’invito.

Luca sul Bianco non c’è mai stato.

Non dico in vetta, il Bianco non è solo la vetta, il Bianco è un fantastico mondo che comincia molto più giù e molto più lontano dalla cuspide sommitale che culmina a 4810 mt!

Il Bianco ti si schiude dalla terrazza del rifugio Torino: impossibile non vedere la cresta di Peuterey oltre lo sperone della Brenva, una cavalcata fuori dalla mia portata “tecnica” ma non certo fuori dalla portata dei miei occhi.

Dal Torino cammini 15 minuti e, raggiunto il colle del Flambeau, ti si schiude un altro Bianco: è quello della combe Maudit, dei satelliti di protogino rosso, il Grand Capucin, le Trident, la Pyramide de Tacul, il Pic Adolph Rey, la cresta delle aiguilles du Diable.

Persino mia figlia, che ha un interesse per la montagna pari al mio per i Centri Commerciali, quando l’ho portata qui, non ha saputo controbattere la mia affermazione che questo è il posto più bello del mondo!

Senza spostarti da lì, solo girando un po’ la testa vedi un’altra cartolina del Bianco: il Dente del Gigante, e la cresta di Rochefort che ti nascondono le Grandes Jorasses.

Se invece sali da Chamonix al Col du Midi, il Bianco che vedi è tutta la cresta delle aiguille de Chamonix, il Dente del Gigante da qui non ti nasconde più le Grandes Jorasses che, al contrario, si alzano nette e scure coi loro terrificanti speroni di roccia e ghiaccio.

Potrei stare seduto delle ore al Col du Midi a contemplare i seracchi del Tacul, il Triangle, o la Vallè Blanche che si incunea fra l’Enverse e le Periades.

Potrei strare delle ore ma gli occhi più di tanto non si possono riempire!

D’inverno mi è capitato di “passeggiare” lungo il ghiacciaio d’Argentiere e restare “basito” sotto l’enorme muraglia ghiacciata costituita dai versanti nord della Verte, delle Courtes e delle Droite.

Dei brividi mi percorrevano la schiena ma non erano per il freddo!!!

Posso lasciare fuori “dall’elenco delle cartoline dal Bianco” i Dru? Solo se avessi intenzione di bestemmiare!

I Dru, in particolare il “piccolo”, quello indissolubilmente legato al nome di Bonatti per la salita solitaria risolta con un disperato lancio di corda aggrovigliata in vari nodi, lo si vede bene dalla stazione del Montenvers: scendi dal treno e te lo trovi lì davanti, una guglia arditissima, slanciata contro il cielo con ben evidente la cicatrice del crollo che proprio il Pilier Bonatti, frantumandosi a valle, gli ha lasciato.

Allora siamo sul Bianco, io, inguaribile (e irrecuperabile) innamorato e Luca che prima non c’era mai stato e perderà questa insopportabile verginità con un piacere paragonabile solo alla perdita di un altro e ben più famoso tipo di verginità.

Dunque siamo qui per la Kuffner al Mont Maudit, oggi abbiamo fatto una “ricognizione” per verificare la percorribilità dell’accesso diretto alla cresta senza dover passare dal bivacco della Fourche.

Le tracce andavano tutte in direzione del pendio che porta al bivacco ma il canale di accesso diretto è in buone condizioni e abbiamo deciso che sarà il nostro “trampolino” di lancio domattina per raggiungere la cresta e cominciarne la cavalcata sospesi fra il bacino della Brenva e quello della combe Maudit.

Dal rifugio Torino la Kuffner è tutt’altro che evidente, si perde e si confonde fra i contrafforti rocciosi, separati fra loro da altrettante linee di ghiaccio, che solcano le pareti sud-est del Tacul e del Maudit.

Continuo a guardare cercando di immaginare la mia azione domani.

Vorrei averla già salita questa Kuffner, vorrei essere qui a guardare e riconoscere i passaggi e compiacermi intimamente per come li ho affrontati.

Vorrei che fosse tutto finito, vorrei mandare un sms di condivisione ai miei abituali compagni di cordata coi quali tante volte abbiamo parlato di questa cresta ma coi quali purtroppo non sono coincise le giornate “buone per tentare”.

Vorrei un sacco di cose ma devo mordere il freno fino alle 2 di domattina, quando suonerà la sveglia e cominceranno le danze.

Il cono di luce della frontale che illumina i nostri passi, lo scricchiolio della neve gelata sotto i morsi dei ramponi, la volta stellata come solo a queste quote può succedere di vedere, l’aria fresca che ti punge le narici sono tutte sensazioni già meravigliosamente collaudate.

Andiamo verso ovest dove la notte è più cupa avvertendo però che già l’alba comincia a schiarire i contorni alle nostre spalle.

Siamo sotto l’attacco diretto della cresta, si comincia ad arrampicare.

La corda fila via in mezzo alle gambe perdendosi nel buio oltre il fascio luminoso della pila frontale, Luca, dal basso, mi urla che è finita; una vite da ghiaccio, un tibloc e si possono fare altri 50 metri.

Con 2 tiri da 100 metri raggiungiamo la cresta; la corda fra me e Luca ora diventa corta, 10 mt che si accorciano fino a 2 in funzione delle asole che teniamo in mano.

Il chiarore dell’alba non è più solo alle nostre spalle, ci alziamo lungo la cresta allo stesso ritmo con cui la luce guadagna metri sulla notte, la cuspide ghiacciata del monte Bianco improvvisamente si colora di rosa, il ghiacciaio della Brenva, piano piano, diventa meno tetro e sempre più basso.

Arriviamo all’Androsace e al tratto di cresta nevosa che lo precede.

Impossibile non fare foto, questi 30 mt di cresta hanno più foto della Claudia Sciffer dei bei tempi.

E noi la stiamo cavalcando, quegli invidiati omini visti in mille scatti su riviste, guide o in rete ora siamo noi.

Saremo noi a fare invidia a chi ci guarderà, oggi saremo noi a salire in vetta al Maudit per una linea di salita affascinante, spettacolare e che ci stiamo godendo ad ogni passo.

E la cima del Maudit arriva alle 11,30.

C’è tempo per una “pazzia”: raggiungere la traccia di salita alla vetta del Bianco e continuare questa entusiasmante cavalcata fino in cima, fino al punto in cui tutto sarà più basso di noi.

Quando sono le 14 non c’è più niente da salire, si può solo scendere; da dove siamo guardiamo tutto e tutti dall’alto.

Luca non contiene le lacrime, non poteva perdere la “verginità” in un modo migliore: in cima al Bianco per la prima volta non salendo una delle tre vie normali ma salendo la Kuffner.

In quanti fra chi sta leggendo l’ha fatto?

E’ il 10 agosto.

226 anni fa (e 2 giorni mannaggia!) su questa cima è iniziata la storia dell’alpinismo: l’8 agosto del 1786 Paccard e Balmat hanno messo le loro suole chiodate più o meno dove oggi Luca ed io stiamo mettendo le punte dei nostri ramponi.

Due salite non paragonabili, epica e pietra miliare la loro, di nessun rilievo o importanza alpinistica la nostra, due epoche diverse, come diversa è l’attrezzatura, e diverso è l’abbigliamento.

Però c’è una cosa su cui credo ci possiamo confrontare: lo stesso motore a spingere, la stessa passione a muovere, la stessa voglia di partire.

8 agosto 1786 la storia comincia, 10 agosto 2012 la storia continua……..

Mauro Cappelli

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