Cassin Parete nord-Est Pizzo badile

Via CASSIN, Parete Nord-Est PIZZO BADILE di Andrea Gamberini

Alcune salite vengono da sole, nascono da un sogno e dalle idee maturate nel tempo, dalla voglia di immergersi completamente e senza mezze misure in una grande incognita, in una grande e ancor di più affascinante parete.

Il Pizzo Badile è indubbiamente la montagna più nota del gruppo Masino-Bregaglia (nelle Alpi Centrali), questo è dovuto all’aspetto delle sue rocce che da sempre ha attratto le ambizioni degli alpinisti rendendola così una fra le mete più apprezzate dell’intero arco alpino, dove l’ambiente è severo, d’alta montagna e i pericoli oggettivi, soprattutto quelli dovuti al cambiamento del tempo e in taluni casi alla caduta di pietre, raccomandano un approccio prudente e un’adeguata preparazione alpinistica.

La parete nord-est del Pizzo Badile1_Pizzo Badile_ Parete N-E_ SpigoloNord e Parete N-O è uno scivolo di granito perfetto che precipita dalla cima per mille metri fino al ghiacciaio sottostante, è menzionata tra le sei più belle, famose ed importanti pareti nord delle alpi, al centro di essa corre un capolavoro dell’alpinismo di logica ed eleganza, la via Cassin.

Riccardo Cassin e compagni (G.Esposito, V.Ratti, M.Molteni, G. Valsecchi) nel 1937 impiegando tre giorni compirono un’impresa epica, ebbero l’intuito e le capacità  di scovare un corridoio di passaggio in mezzo a un mare di solide placconate di granito, individuando il facile nel difficile.

Ne è venuta fuori una via spettacolare, formata da un sistema di diedri, fessure e camini che portano sullo spigolo nord della montagna a poche decine di metri dalla cima. 27 tiri di corda (dall’attacco, l’inizio delle difficoltà , e compresi i 5 tiri lungo lo spigolo nord fino alla cima) con difficoltà tra il V e il VI grado con uno dislivello di 900 metri e uno sviluppo di oltre 1000.

Da quando mi capita per la prima volta di consultarne la relazione è trascorso qualche anno e immediatamente mi sorse spontaneo chiedersi quando e se avrei toccato con mano quella parete.

Ero già  attratto dall’arrampicata su granito e avevo scalato un paio di volte sui satelliti del Monte Bianco ma mai nelle Alpi Centrali, così il primo passo verso quello stile di arrampicata fu scoprire alcune vie della Val di Mello. In questa splendida valle, a sud del Badile, il granito e le sue forme regnano incontrastate sulle pareti, regalando ai climbers alcune tra le più belle e fantastiche vie di questo genere.

Seguendo il consiglio di zio Clood eccoci assieme a Nico e Pier, ormai alla fine dell’estate 2007, in valle, utilizziamo come banco di prova per la via Cassin il concatenamento di due bellissime vie: Il risveglio di Kundalini(400m V, VI+) e Luna Nascente(300 mt V, VII) già  salite nel 2005 con Hassan e Manolo ma in giornate diverse. L’abbinamento in giornata delle due vie, situate su due distinte pareti l’una sopra all’altra e divise da un pendio boscoso, seppur tecnicamente più difficili della Cassin sulla Nord del Badile rappresentano un buon test per poterla affrontare con un certo margine. Il risultato della scalata è comunque una bella soddisfazione e, nonostante l’abbandono di un chiodo ad U charlet-moser” nell’unica sosta da strizza e un po’ di male ai piedi per le ore passate in parete, l’unica perplessità  risulta essere il tempo impiegato, un paio d’ore in più del previsto. Infatti dopo la discesa in notturna, alla luce delle pile frontali, la giornata termina davanti ad una birra al bar Monica di San Martino (ritrovo dei local climber ) dove data l’ora ormai tarda i forti valligiani scherzano amichevolmente per il tempo impiegato, chiedendoci se per caso avessimo trovato fila…che ridere. Nei giorni seguenti il tempo in quota rimase perturbato, a noi non resta che sognare la grande via rimandando l’idea fino all’estate successiva.

Luglio 2008 mi trovo in Puglia assieme a Rosi e ricevo un sms da Fabio, (amico guida alpina di Morbegno in Valtellina) che, scrive: parete asciutta e in ottime condizioni, vieni quando vuoi.

Mauro ed io decidiamo di partire.

Ecco il momento in cui l’idea, il sogno inizia a prendere forma, il momento in cui si va a ripescare la relazione per fotocopiarla, il momento in cui la mente vive a fondo le paure e i dubbi della salita, il momento magico in cui si riempie lo zaino e si parte, si deve partire.

Raggiungiamo il rifugio Capanna Sass Furà  (1904m), sopra il paesino svizzero di Bondo poco oltre il confine, nel primo pomeriggio di un sabato di fine luglio, le previsioni per il giorno seguente predicono temporali pomeridiani e la decisione è quella di posticipare la salita al lunedì. Sfrutteremo la domenica mattina per effettuare un sopralluogo all’attacco della parete. Risulterà  una decisione azzeccata per verificare l’accesso che avviene tramite una calata in corda doppia dal colletto posto alla base dello spigolo nord sino al nevaio pensile sottostante, che occorre superare in qualche modo per raggiungere il diedro Rebuffat, l’attuale attacco della via.

Il luneì, tempo ancora brutto e perturbato, decidiamo di aspettare ancora un giorno, non è il caso di affrontare un temporale in piena parete Nord. Ci si riposa, si legge e si scrive, aiutiamo pure le rifugiste a preparare il ragù per il pranzo. Dedichiamo un po’ di tempo a controllare e a dividerci adeguatamente il materiale e i pochi viveri. Siamo spesso abituati ad avere tutto e subito e questa attesa, seppur in parte snervante, ci fa assaporare quei momenti della montagna che spesso sfuggono e vanno perduti.

La sera che precede la salita ci confrontiamo con altri alpinisti, svizzeri, polacchi, e ascoltiamo i consigli di tre amichevoli spagnoli che avendo già  percorso la via sono rientrati dal rifugio Giannetti” sull’altro versante della montagna, si respira l’aria dei grandi luoghi dell’alpinismo e si firma il libro del rifugio con la destinazione della cordata ( procedura cautelativa adottata da diversi rifugi, luoghi di partenza per grandi pareti ).

Martedì 29 luglio 2008, sveglia ore 4.00 del mattino, veloce colazione e si parte, sopra noi il cielo brillante lascia intravedere la sagoma della grande montagna. Dopo due ore siamo nel punto in cui bisogna calarsi per raggiungere la nord/est e intorno alle 6.30, nel tepore dei primi raggi che affiorano da dietro il Pizzo Cengalo, attacchiamo il primo tiro dalla via, il diedro Rebuffat.

Tutto il mondo è fermo intorno a noi, i dubbi svaniscono dalla nostra mente null’altro ci interessa, nulla ormai ci distoglie dal nostro obiettivo, l’unica cosa di cui abbiamo bisogno in quel preciso istante è salire quella parete.2_ secondo tiro all'uscita dal diedro Rebuffat

In tre cordate siamo impegnate sulla stessa via, la selezione naturale ci distribuisce adeguatamente, tre svizzeri (più scaltri nel raggiungere l’attacco slegati) partono davanti, noi al centro e due bresciani chiudono. Nessuno fa da tappo, ci raggruppiamo appena sotto uno dei primi tiri impegnativi, nella zona del primo bivacco Cassin. Comunichiamo tra noi a gesti e con poche parole ci indichiamo a vicenda il punto in cui passare, è una collaborazione tra sconosciuti che si trovano sulla stessa barca. Dopo poco gli elvetici prendono velocità  e i bresciani dietro noi rallentano, rimaniamo soli e ci pare procedere di buon ritmo mentre il tempo rimane ottimo.

Troviamo la via adeguatamente protetta nei tiri più difficili, mentre ovviamente meno chiodata lungo i tratti facili dove ci si potrebbe un po’ perdere e dove occorre un poco di intuito nell’individuare la logica linea dei primi salitori.3_Andrea sul 3 tiro4_Mauro alla fine del 13 tiro Troviamo comunque impegnativi i tre tiri consecutivi di VI, anche per causa dello zaino, soprattutto il primo dove occorre proteggere con un friend una fessura abbastanza lunga.

In alcuni passaggi ci chiediamo come abbiano fatto Cassin e compagni settanta anni prima a superarli con gli scarponi di cuoio ai piedi e, non finiamo di stupirci osservando in alcuni punti il granito graffiato dai ramponi, segnale inequivocabile del passaggio del fuoriclasse alpinista Rossano Libera durante la sua ripetizione solitaria invernale, nel febbraio 2008 .5_Mauro sul secondo dei tre tiri di VI grado

A mezzogiorno ci troviamo sotto i camini finali, nella zona del secondo bivacco Cassin, quando una nuvola apparentemente innocua mette il cappello alla montagna e inizia una pioggerellina insistente. Sembra una cosa passeggera, e la meteo svizzera che non sbaglia quasi mai prevedeva tempo soleggiato, ci preoccupano i tiri sui camini che in caso di pioggia si trasformano in un torrente in piena. Cercando di non perdere tempo e con arrampicata in aderenza e in spaccata risolviamo i tre tiri del camino. Dopo un’oretta, la pioggia si attenua fino a dissolversi completamente, altri due tiri di fessure in placca e alle ore 15.00 nuovamente scaldati dal sole dopo 11 ore dalla sveglia, 8 passate in parete siamo sullo spigolo nord.6_Andrea alla fine 16 tiro_ il primo dei camini

La via Cassin è finita, mancano ancora 5 tiri per raggiungere la vetta, impieghiamo un’altra ora su e giù per la cresta, aggirando i pilastri di granito a tratti sul vuoto della parete nord-est, quasi mai per fortuna su quello snervante della nord-ovest. Poco prima delle 17.00 siamo nell’unico posto dove vorremmo essere, in cima al Pizzo Badile e con la via Cassin in tasca !

L’atmosfera è ovattata, non soffia un alito di vento la sete e la stanchezza svaniscono, ci stringiamo la mano senza parlarci per qualche attimo, poi seduti sulla cima,7_Mauro in un aereo passaggio della crestascherzando e mangiando qualcosa scattiamo alcune foto. Il cielo rimane azzurro per non molto poi si oscura nuovamente e mentre gli ultimi raggi di sole giocano con le nuvole torna a piovere, questa volta si sente qualche tuono in lontananza.9_Mauro in vetta Raggiungiamo in fretta il provvidenziale Bivacco, posto poco lontano dalla cima in luogo sicuro, e considerato il temporale elettrico in arrivo decidiamo di fermarci per la notte e scendere l’indomani. Tranquilli, al riparo in un luogo che ha salvato tanti alpinisti, dentro il sottile sacco da bivacco penso alla fine di questo giorno, è la fine di un giorno in cui si è materializzato un sognoAndrea in vetta

Scende la notte e ci chiediamo in quale punto possano trovarsi i bresciani, ancora da qualche parte là  fuori nella montagna. La pioggia martella il tetto metallico del bivacco e l’ipotesi di andargli incontro è improponibile, potrebbero trovarsi ovunque, e aver deciso di fermarsi prima di uscire sulla cresta spazzata dal vento. Esco un attimo per illuminare la zona circostante e mi accorgo dell’elettricità  presente nell’aria tanto che sento friggere le sopracciglia.

La situazione si risolve alle dieci di sera, quando i due bresciani bagnati fradici entrano nel bivacco. Ci raccontano delle ultime ore trascorse poi complimentandoci a vicenda ci offrono qualche pezzo di formaggio avanzato.targa sulla vetta del Pizzo Badile

Il giorno seguente il tempo è bello, e amplifica la straordinaria sensazione che si prova svegliandosi in cima ad una montagna. I due amici bresciani sono più mattinieri e salutandoci iniziano la discesa seguendo la via normale lungo la parete sud sul versante italiano, noi ce la prendiamo con calma sarà  un giorno di riposo, dobbiamo solo scendere al Rifugio Giannetti con l’idea di arrivare per pranzo.Risveglio in cima al badile_ panorama sulla parete N-E Scendiamo la via normale solo per un centinaio di metri poi optiamo per seguire una linea di discesa a corda doppia recentemente attrezzata più sicura e veloce, ricordando i suggerimenti di Fabio individuando il primo anello di calata e con 5 calate da 60 metri ciascuna, posiamo i piedi su quel che rimane del nevaio basale del versante meridionale della montagna, a mezz’ora dal Rifugio Giannetti dove ci aspetta Mimmo, il gestore, con due piatti abbondanti di pasta. Riesco dopo tre giorni a fare la prima telefonata a casa.

Prima di tornare all’auto lasciata in Val Bondasca sotto il Rifugio Sacs furà (in Svizzera), raggiungibile dal Gianetti seguendo un trekking di 5-6 ore che sale e scende i passi Porcellizio e Trubinasca , dedichiamo ( sempre assieme a Mauro legato all’altro capo della corda ) un altro giorno per salire un’altra famosa via, lo Spigolo Vinci (750m VI) sulla Punta Angela al Pizzo Cengalo proprio sopra il Rifugio Giannetti

In questi giorni, Riccardo Cassin compirà 100 anni, e raccontare ora questa storia è un po’ come strizzare l’occhio al passato.

Febbraio 2009

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