Rientrati da pochi giorni dall’ultima uscita sul Gran Paradiso, è ora di tracciare un bilancio del corso sa2 2010. Da dove cominciare? Dal ritardo di un mese sul calendario previsto? Dalle vette raggiunte o da quelle mancate? Da chi ha terminato il corso o da chi – per svariati motivi – non ce l’ha fatta? Dai viaggi interminabili, dalle sere in rifugio, dalle gioie e paure che questa attività dispensa a piene mani?
La stagione 2010 sarà ricordata come difficile, insidiosa, travagliata. Le valanghe hanno colpito, hanno colpito anche vicino a noi, e questo ci ha toccato forse anche più del triste record di incidenti da valanga registrato dalle statistiche.
Una stagione che ha messo alla prova l’esperienza degli istruttori, insieme agli allievi impegnati a interpretare di volta in volta le condizioni della montagna e a prendere decisioni responsabili sulla opportunità o meno di realizzare la gita prevista.
La prima lezione è stata questa: in certe situazioni – e tutti hanno visto quali – è opportuno rimanere a casa. Anche quando si sono fatti i salti mortali per avere il sabato libero, anche quando il finesettimana dopo si è impegnati, anche quando gli altri vanno lo stesso e si ha la sensazione di perdere un’occasione importante.
Le occasioni si ripetono per chi le sa aspettare, sempre. Possono non ripetersi per chi, spinto dalla frenesia, dimentica che in montagna si può perdere in un attimo tutto ciò che la montagna ha saputo darci – che non è poco, e per questo ne accettiamo i rischi – e anche molto altro.
Sul piano dei contenuti abbiamo cercato di insegnare tecniche e pratiche necessarie a pianificare e condurre gite anche complesse in autonomia e con la massima sicurezza possibile; la considerazione che faccio è che solo la pratica continua di ciò che abbiamo imparato può renderci davvero autonomi.
L’ apprendimento non finisce mai e ogni gita sedimenta qualcosa nel nostro bagaglio di esperienza.
Sul piano della pratica vi abbiamo mostrato più che insegnato, come compagni spero, e non solo accompagnatori, cosa è la pianificazione e la conduzione della gita, sia quando e si scartabellano guide e cartine alla ricerca di una meta interessante, sia quando ci si confronta sulle condizioni e sulla sicurezza consultando persone, siti, informazioni; quando si cambia itinerario e quando si rinuncia alla vetta, quando ci si rilassa al rifugio e quando bisogna stringere i denti, quando va tutto bene e le discese sono perfette o quando, invece, bisogna trovare qualche soluzione imprevista.
Ciascuno di questi momenti lascia ricordi indelebili nell’esperienza di uno scialpinista. Auguro a tutti voi di entrare in una spirale di programmi futuri, persone da conoscere e da contattare, gite da ripetere o da consigliare, libri da acquistare, montagne di attrezzatura a cui affezionarsi come amuleti preziosi. E, se il corso è concluso, noi istruttori teniamo molto a esserci ancora come punto di riferimento in questa crescita.
Perché alla fine, come diceva Giusto Gervasutti al termine di una delle sue imprese più difficili, con parole un po’ velate di retorica anni ‘30 ma di grande suggestione:
la metà raggiunta è già superata. Direi quasi un senso di amarezza per il sogno divenuto realtà. Credo che sarebbe molto più bello poter desiderare per tutta la vita qualcosa e non ottenerla mai. (…) L’uomo felice non dovrebbe avere più nulla da dire, più nulla da fare. Preferisco una felicità irraggiungibile, sempre vicina e sempre fuggente. E ogni meta raggiunta scompare per lasciare il posto a un’altra più ardua e più lontana, perché i momenti in cui l’animo maggiormente esulta sono quelli vivi dell’attesa e della lotta, non quelli morti del godimento della vittoria.
Grazie a Paola per aver umiliato i maschi portando SEMPRE la corda, a Stefano per aver dimostrato la tossicità del risotto knorr, a Loris per la caparbietà, a Giorgio per non avere mollato mai, a Marco e Mauro per non avere mollato quasi mai, ad Antonio per avere mollato solo alla morosa, a Elisabetta per avere mollato solo dopo averci provato, a Giovanni per avere continuato, a Ivan e Cristina, coppia di ferro, per avere rallentato il ritmo, a Andrea e Matteo per l’umiltà necessaria alla rinuncia, a Roberto per il recupero record e le idee tecniche, a Mannes per saper ridere nei momenti facili come in quelli difficili, a Enrico per la forza erculea, a Manuel per la presenza costante e curiosa, a Gabriele per l’entusiasmo, a Ermes per la forma fisica e per non volercene troppo dopo averlo ficcato giù per un pendio impossibile; a tutti gli istruttori per aver dato una grandissima mano!
Vittorio
